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Senin, 18 Maret 2013

71 frammenti di una cronologia del caso ( 1994 )

Varie vicende che sembrano non avere nulla a che fare tra di loro in realtà fanno parte di un disegno che le vede fatalmente convergere all'interno di una banca due giorni prima di Natale. Un giovane entra e fa fuoco. Il tutto intervallato da notiziari della televisione austriaca che in modo assolutamente neutro snocciolano news una dietro l'altra.
Frammenti. Solitudine mascherata. Puzzles esistenziali. Tessere di un mosaico che magicamente trovano il loro posto giusto all'interno di un disegno più articolato. Un giochino al computer in cui basta ricomporre una croce. O una partita a Shanghai inquadrata dall'alto per far vedere le mani che tolgono un bastoncino dietro l'altro.
Nel terzo capitolo della cosiddetta trilogia della glaciazione Haneke agisce di sottrazione prosciugando il film di qualsiasi tipo di emozione anche più di quanto abbia fatto nei due film precedenti. Con uno stile di assoluto rigore. Il linguaggio cinematografico è volutamente scarno, la cinepresa come sempre è ferma, la quotidianità è colta attimo per attimo, anche il più insignificante come può essere quello del risveglio, un allenamento a ping pong o una lunga telefonata. Non più  la sola violenza al centro del suo mondo, non più la sola feroce critica all'ipocrisia borghese ma una disamina fredda della penetrazione dei media nella vita quotidiana .
I 71 frammenti di vite disparate in un inverno viennese sono intervallati non a caso da lunghi brani di telegiornale che sembrano scandire il tempo di esistenze che hanno l'aria di non avere un proprio ritmo: il bambino immigrato clandestino vive di piccoli espedienti, il signore anziano che ha problemi con la figlia,  la coppia alla disperata ricerca di un figlio a cui donare il proprio affetto, il poliziotto impegnato nella sua mesta ruotine quotidiana, lo studentello apatico, a prima vista poco occupato dai suoi studi.
I frammenti sono 71 come dice il titolo, 71 scene intervallate da dissolvenze in nero che portano tutte a un finale tragico e inaspettato.
Ma anche in questo caso la scelta di Haneke è radicale: la sua telecamera inquadra altro, si sente solo il rumore degli spari. E la notizia sarà data velocemente in mezzo al telegiornale, tra altre magari anche perdibili. Quello di Haneke è un film che sembra procedere a cerchi concentrici restringendo sempre più il suo campo fino a convergere nel finale in cui la suggestione è l'unica concessione che viene fatta allo spettatore.
I vari spezzoni di telegiornali che vediamo parlano di atti violenti e ingiustificati oltre a cose molto meno significative.
Questo a voler dire che comunque la violenza non ha nessun tipo di giustificazione ma comunque  trova sempre posto all'interno della società moderna.
Una società decisamente videocratica.
Tra quelli di Haneke forse questo è il film più ostico e respingente , ma è una chiusura degnissima della trilogia della glaciazione.

( VOTO :  7,5 / 10 )  71 Fragments of a Chronology of Chance (1994) on IMDb

Minggu, 17 Maret 2013

Benny's video ( 1992 )


Benny è un quattordicenne appassionato di telecamere e video tanto che la sua stanza è occupata per la maggior parte da videocassette che lui guarda in continuazione. Un giorno invita una coetanea a casa, lei gli chiede che cosa è quello strano oggetto metallico e lui le fa vedere come funziona. Parte un colpo e da lì il dramma. Confessa tutto ai genitori e loro si preoccupano solo del futuro del bravo figliolo che si ritrovano in casa. Occorre trovare una soluzione....
Secondo film per il cinema di Haneke e secondo saggio sulla violenza e sull'ipocrisia medioborghese cristallizzata nel suo conformismo a cui non si può rinunciare. Comincia come una specie di snuff movie mostrando l'uccisione di un maiale con una pistola a proiettile captivo (quasi una citazione apocrifa di un corto di Franju girato in un mattatoio, dal vero), prosegue con la certificazione della mania del Benny del titolo (sarà un caso che è lo stesso Arno Frisch, qui adolescente, che  sarà uno dei due psicopatici in guanti bianchi di Funny Games?) che con la sua telecamerina osserva tutto spiando anche i vicini, guarda in continuazione video trash sulla sua tv e ha una stanza occupata in massima parte da videocassette e culmina con un pianosequenza di oltre due minuti in cui Benny e la ragazza giocano con quello strano oggetto. 
Da qui in avanti un continuo gioco al rialzo con l'ipocrisia classista che prende il sopravvento e genera l'orrore.
Rispetto al suo esordio aumentano i bersagli nel mirino ma permane la distanza che pone il cineasta austriaco tra sè e la materia narrativa. L'effetto è volutamente straniante perchè più neutro è il modo di raccontare, più si empatizza quello che avviene.
La cinepresa di  Haneke si limita a documentare fatti, lasciando quasi tutto l'orrore fuoricampo, facendo immaginare più che mostrando chiaramente. Ma la brutalità dell'effetto sullo spettatore è praticamente la stessa anche perchè fatalmente si viene imprigionati in un delirio voyeuristico, lì fermi davanti al proprio schermo, guardando lo schermo nella stanza di Benny che mostra quello che la telecamera del ragazzo sta filmando.
Benny vive nel proprio mondo distorto, solo nella sua stanza con la sua telecamera che media la realtà per lui. Per lui la realtà che lo circonda è sempre in differita registrata su una videocassetta. Riguardo alla sequenza con la pistola mi è venuto il dubbio che per Benny quello che doveva essere un gioco, uno scherzo  si era tramutato non volendo in una tragedia (all'inizio è lui che porge la pistola alla ragazza dandole della vigliacca perchè non spara) in cui ogni tentativo di porvi rimedio era peggio dell'errore precedente causa panico .
Anche il suo atteggiamento da ragazzino arrogante , come uno che ha fatto una cosa che potevano fare solo i grandi, rafforza il mio dubbio.
Uno pensa: è questo l'orrore che ci vuole comunicare Haneke? La risposta è:assolutamente no.
Il vero orrore deve ancora arrivare ed è racchiuso tutto nella apparente (non) reazione dei genitori. L'ipocrisia borghese non viene sgretolata nemmeno da un atto tanto violento: bisogna comunque preservare la facciata e il futuro di Benny.
Il tutto deciso  così su due piedi dopo un breve conciliabolo.

"Perchè lo hai fatto?" domanda il padre
"Che cosa?" risponde Benny come se non capisse di che cosa stesse parlando.
  
Benny uber alles: domina il suo branco è lui il maschio alfa. I suoi genitori sono il paradigma della debolezza della società in cui vivono. Benny è al di sopra: si erge quasi a divinità arrogandosi il diritto di vita o di morte. O meglio la morte per lui non ha significato e l'atto dell'uccisione proprio perchè il concetto di morte è svuotato di qualsiasi valore appare anche esso senza significato.
Un pò come succedeva al Michel Piccoli di Dillinger è morto anche se nel film di Ferreri si partiva da altri presupposti. Haneke continua ad utilizzare  uno stile che risulterà ostico per molti, dilata i tempi senza per questo farsi prendere dall'urgenza di moltiplicare gli avvenimenti. Documenta la realtà e come un anatomopatologo nella sua stanza con piastrelle bianche ne certifica le cause di decadimento e di trapasso.
Spesso nella sua inquadratura tutto è fermo, come ibernato:non un fotogramma ma una natura morta senza colori.

( VOTO : 8 / 10 ) 

Benny's Video (1992) on IMDb

Sabtu, 16 Maret 2013

Der Siebente Kontinent ( 1989 )

Georg e sua moglie Anna vivono la loro vita grigia senza scossoni e non si accorgono di quanto il loro modo di vivere si sia incancrenito fino a quando Eva, la figlia , a scuola, per un disperato bisogno di attenzioni finge di essere cieca. A questo punto decidono di cambiare tutto, vogliono cominciare dal Settimo Continente, vogliono emigrare in Australia. Un poster promette loro mare e spiagge sconfinate. Ritirano tutti i soldi dalla banca, vendono tutto e si preparano a partire...... 
Folgorante esordio di Haneke al cinema con un film che già contiene tutti gli elementi basilari che saranno ripresi e sviluppati poi nei suoi film successivi.
La cosa che stupisce di questa pellicola è che anche se non si conoscesse il regista si riconoscerebbe subito la mano del cineasta austriaco. Uno dei pochi a raggiungere una cifra stilistica estremamente personale (e che lo contraddistingue ancora adesso) già a partire dal suo primo lungometraggio per il grande schermo.
Questo per dire che il suo cinema nasce già maturo, ben consapevole della propria forza concettuale e molto attento all'uso del mezzo espressivo. La cinepresa si limita a documentare la routine quotidiana nell'arco di tre anni di una famiglia medioborghese (padre, madre e figlia) con automobile nuova, villetta di proprietà, un lavoro soddisfacente.
La loro facciata borghese è subito sbandierata ai quattro venti con  la riproposizione di alcuni rituali comuni nella società odierna: la spesa al supermercato, il lavaggio della macchina, la sera in casa prima cenando e poi a guardare la tv quasi non dialogando.
La bimba a un certo momento a scuola finge di essere cieca.
E da lì si assisterà al precipitare degli eventi. Mentre la facciata borghese rimane intatta a uso e consumo degli osservatori esterni, crollano miseramente tutti i pilastri interni.
C'è il collasso con frantumazione di tutti quei status symbols che accompagnano la quotidianità dall'acquario (con la cinepresa che inquadra i pesci fino al loro ultimo anelito di vita) fino al denaro (non si dimentica tanto facilmente la lunga sequenza in cui il denaro viene strappato e buttato nello sciacquone). Il Settimo Continente  è l'immagine ricorrente nel film di una spiaggia con delle rocce che può essere considerata il simbolo di una paradiso edonista, un sogno, un desiderio che chissà quando sarà mai esaudito.O forse non lo sarà mai, è solo una maschera dietro a cui nascondersi.
Haneke con questo sua opera prima non si limita a fare una radiografia in bianco di un interno borghese. Ne compie una vera e propria autopsia piena di dissolvenze in nero.
Il suo è un cinema cimiteriale, emaciato, livido che sceglie di registrare tutto cercando di aumentare la distanza da quello che si filma.
Il regista sembra non esistere.
Esiste solo la cinepresa, ferma che registra l'inquietudine che aumenta gradualmente partendo da piccoli particolari insignificanti.
Tutto quello che lo spettatore vede forse non ha un perchè, forse non ha nemmeno un inizio ma certamente ha una fine.
Se il cineasta austriaco sembra tirarsi indietro come per non farsi contaminare dall'emozione scaturita dalla materia narrativa per lo spettatore è impossibile sottrarsi al processo identificativo: le certezze che magari sono maturate dopo anni e anni possono essere sgretolate in pochi attimi ed è normale che si empatizzi quello che si vede.
Nella prima parte del film si indugia sugli oggetti che accompagnano la quotidianità come per affermare che l'identità del soggetto è solo in mera funzione di quello che possiede.
E una volta perso quello che si possiede( distruggendo tutto volontariamente) l'individuo non ha più ragione di esistere, davanti alla società scompare.
Ma tutto è tenuto fuori campo: tutti i simboli della famiglia borghese vengono distrutti coscientemente.E ben presto si comprende che senza di loro c'è solo il vuoto.
Non è necessario neanche un perchè....  
Più agghiacciante del 99 % degli horror che abbia mai visto.

( VOTO : 8,5 / 10 )

The Seventh Continent (1989) on IMDb