Minggu, 07 April 2013

Dorothy Mills ( 2008 )

A Jane Van Dopp, psichiatra, è affidato il caso di Dorothy Mills, giovane babysitter accusata dalla coppia che l'aveva ingaggiata di aver tentato di uccidere il bambino che aveva in custodia. Arrivata nell'isola al largo dell'Irlanda dove abita la ragazza, Jane trova una comunità chiusa e inospitale in cui la figura dominante è quella del pastore che ha inculcato nei suoi seguaci uno strano senso della fede. L'unico che sembra mostrarle un po' di comprensione è il poliziotto ma può ben poco contro l'ostilità neanche tanto velata che caratterizza gli abitanti del luogo.
Jane parla con Dorothy che non ricorda assolutamente nulla di quanto successo e le diagnostica  una forma di grave schizofrenia con presenza di personalità multiple. Vorrebbe portarla sulla terraferma per curarla ma non glielo permettono. Perchè ?
Dorothy Mills si presenta da subito come una sintesi magari anche un po' bizzarra di vari tipi di horror sconfiando anche nel thriller psicologico: si va dalla ghost story  alla possessione del classico bambino indemoniato fino al paganesimo ancestrale di una pellicola culto come The Wicker man, richiamata nell'ambientazione isolana e nella costruzione di un'atmosfera di chiusura totale verso ogni influsso esterno.
Il tutto è gestito con una certa oculatezza dall'esperta Agnes Merlet che riesce a tenere coperto il proprio gioco per tutti i quasi 100 minuti della durata non dicendo nulla di originale in realtà , perchè anche il twist finale della sceneggiatura è un qualcosa che profuma di deja vù, ma riuscendo ad offrire uno spettacolo degnissimo di una visione disimpegnata, confezionato degnamente ( la fotografia valorizza gli scenari naturali di bellezza maestosa) e con due protagoniste femminili assolutamente sopra la media.
Anche il coro di caratteristi che è alle loro spalle ( tra cui Gary Lewis) è formato dalle classiche facce giuste al posto giusto.
Tutto questo non è affatto male per un film girato con due euri, senza effetti speciali e comunque anche se girato con poco finanziato dall'Irish Board e da Euroimages Fund visto che è una coproduzione tra Irlanda e Francia. E qui torniamo al solito discorso del sostegno reale al cinema dato dai vari governi e governanti. Sempre la solita domanda.
Perchè loro si e noi no?
Meglio parlare d'altro.
Dicevamo delle performances delle due attrici protagoniste che sono veramente degne di nota.
Se per Carice Von Houten tutto questo non stupisce perchè già ampiamente conosciuta per bravura e per bellezza ( è veramente magnetica questa donna), si resta meravigliati dalla prova camaleontica dell'allora esordiente Jenn Murray, credibile sia come bambinetta ingenua  che come teppista ubriacona, la quale riesce a modulare la voce in modo eccellente negli incontri con la pischiatra ( decisamente il clou del film)  a tal punto che viene quasi il dubbio che sia doppiata. E pare che non sia così.
Proprio per questo l'unico modo di apprezzarla è vedere il film in lingua originale e non dovrebbe essere un problema visto che non mi risulta che il film sia stato doppiato in italiano.
Dorothy Mills non entrerà mai negli annali del genere perchè forse sconta un po' troppi debiti con il cinema di genere a cui appartiene: si parte da L'esorcista e da The Wicker man , si passa per il kinghiano A volte ritornano e si arriva a Il sesto senso e a The Others in una sintesi abbastanza efficace  tra psichiatria e soprannaturale.
Ma è un degno esponente di genere che non ha scivolate clamorose nel ridicolo involontario come talvolta succede in  generi scivolosi come l'horror o il thriller psicologico tra cui il film della Merlet si posiziona anche con una certa eleganza.
E se si vuole respirare un pittoresco scorcio d'Irlanda tra i meno conosciuti , allora è perfetto.

( VOTO : 6 + / 10 )

Dorothy Mills (2008) on IMDb

Hitchcock ( 2012 )

Appena reduce dal successo di Intrigo internazionale e non essendo dell'idea di girare qualcosa di simile alla pellicola precedente come gli chiede neanche troppo velatamente la Paramount, Alfred Hitchcock è alla ricerca dell'ispirazione per il suo nuovo film. Gli capita tra le mani il romanzo Psycho di Robert Bloch ispirato alle folli gesta del macellaio di Plainfield , Ed Gein.
Ne compra i diritti per farne un film ma gli studios rifiutano di finanziarglielo ritenendolo troppo horror e non in linea con la sua carriera. Ma Hitch vuole fare il film a tutti i costi  e la moglie Alma, figura fondamentale per lui, lo sostiene anche se in parte è distratta dalle adulazioni di uno sceneggiatore marpione che la vuole concupire con la scusa di scrivere assieme una sceneggiatura. 
E addirittura al regista inglese appare più volte Ed Gein in sogno e quindi non può rinunciare al suo progetto. 
Decide di finanziare personalmente il film mettendo a rischio tutto il proprio patrimonio compresa la sua enorme magione con piscina, fa sparire dalle librerie il romanzo di Bloch per non far conoscere in anticipo il finale al pubblico e adotta quella che oggi definiremmo una geniale strategia di marketing per lanciare il film, riuscendo a superare non senza problemi il visto della censura.
Il resto è storia del cinema.
Hitchcock di Sacha Gervasi non è un biopic in senso stretto così come non lo era il Marilyn di Simon Curtis ( di cui abbiamo parlato qui) visto che preferisce concentrarsi su un determinato periodo della vita del grande regista inglese.
Oltre alla descrizione di tutti i retroscena della genesi di Psycho e il dietro le quinte della sua realizzazione c'è molto di più: c'è la descrizione di una personalità complessa fragile e tormentato dietro una facciata sicura e rassicurante, una sintesi di peccato e sensi di colpa, un grande uomo di cinema con le sue manie, fobie e paranoie, oltre naturalmente ai vizi privati da contrapporre alle pubbliche virtù.
E se è vero che dietro un grande uomo c'è sempre una grande donna, qui il peso specifico di Alma Reville, moglie e compagna di una vita di sir Alfred , è enorme, pari se non addirittura superiore a quello dell'ingombrante( in tutti i sensi ) consorte.
E' lei che tiene in mano tutto, che organizza il lavoro, senza di lei Hitch è perduto e non a caso la crisi personale subentra quando lei sembra che stia cadendo nelle braccia di un altro.
Allora vengono fuori prepotenti tutte le paranoie e le insicurezze del maestro inglese.
Impossibile parlare di un film come questo senza accennare ai due protagonisti assoluti. Anthony Hopkins finalmente ritorna ai fasti del passato con un'interpretazione straordinaria: non parliamo di mimetismo assoluto perchè  effettivamente anche sotto un trucco e un parrucco( si fa per dire) consistenti non somiglia molto a Hitchcock. Ma è evidente che ne richiama almeno la fisionomia e sarebbe quasi irriconoscibile se ogni tanto non baluginassero quegli occhietti alla Hannibal da sotto tutto quel cerone.
Ma, pure se la somiglianza è piuttosto lontana, impossibile non essere travolti da un personaggio del genere e da un'interpretazione così aderente allo spirito dell'originale. Come non affezionarsi a uno che da fuori la sala cinematografica dirige con una bacchetta invisibile come un provetto direttore d'orchestra le urla di terrore degli spettatori, uno che all'inizio del film abbiamo visto più o meno come un impiegatuccio che ogni mattina timbra il cartellino entrando nei Paramount studios....
Forse la vicinanza di Helen Mirren che dà vita a un Alma Reville straordinaria almeno quanto il marito, ha fatto bene al vecchio Anthony che era da un po' troppo non graffiava come ai bei tempi.
Peccato che  succosi personaggi secondari come la Janet Leigh di Scarlett Johansson, la Vera Miles di una zannutissima Jessica Biel, l'Anthony Perkins di James D'Arcy ( una vera e propria copia sputata del giovane interprete di Norman Bates) o anche quello della segretaria tuttofare interpretata da Toni Collette siano lasciati abbastanza sullo sfondo, ma come si suol dire non si può avere tutto dalla vita, no?
Hitchcock è comunque film apprezzabile sia da chi voglia capire veramente che cosa si nascondesse dietro il maestro della suspense ( anche se le apparizioni in sogno di Ed Gein sono licenza poetica), sia per chi come me apprezza moltissimo i dietro le quinte e gli aneddoti legati alla realizzazione dei film.
Un tocco di metacinematografia senza esagerare  ma solo per dare un tocco di colore in più a questa pellicola.
Per finire direi Amore e Psycho ma sicuramente qualcuno lo avrà pensato e detto prima di me.

( VOTO : 7 / 10 ) 

Hitchcock (2012) on IMDb

Jumat, 05 April 2013

The words ( 2012 )

Il romanziere di successo Clay Hammond sta presentando al pubblico la sua ultima fatica letteraria in un incontro piuttosto affollato: il suo ultimo libro narra la storia di Rory, aspirante scrittore con un romanzo nel cassetto perchè rifiutato da tutte le case editrici che un giorno, nella fodera di una valigia di un robivecchi a Parigi dove è in viaggio di nozze con la sua amata Dora, trova un intero romanzo dattiloscritto che racconta una struggente storia d'amore ai tempi della Seconda Guerra Mondiale.
Decide di copiarlo integralmente sul suo computer senza cambiare neanche una virgola e su  pressioni di Dora che ne ha letto qualche brano di nascosto lo presenta al suo capo visto che Rory lavora in una casa editrice. Il romanzo piace e per lui si aprono le porte del successo.
Un brutto giorno però incontra un vecchio in un parco che gli fa capire a scanso di qualsiasi equivoco che quello era il suo romanzo e Rory va in crisi: lo vorrebbe corrompere ma quello rifiuta, vorrebbe confessare tutto davanti al mondo ma tutti lo sconsigliano, va in crisi anche il rapporto con la moglie amatissima...
Ma in realtà Clay Hammond nel suo ultimo romanzo la storia di chi sta raccontando?
E perchè rifiuta la bella stagista che si è praticamente prostrata ai suoi piedi?
Un rigurgito di quella coscienza che uno come lui non sembra mai avere avuto?
Potrei fare una battuta dicendo che per parlare di questo  film mi mancano le parole.
E' una battuta, brutta, ma in fondo è anche un po' vero perchè The words presta il fianco a qualche critica di troppo per la sua struttura  a scatole cinesi in verità un po' troppo arzigogolata e non sorretta da una regia sufficientemente brillante.
I due esordienti Klugman e Sternthal  azzardano un film basato su due voci narranti e su un triplo piano narrativo con nel finale quello slittamento lieve ma perfettamente percettibile di un piano narrativo sull'altro.
Un po' troppa roba tutta assieme.
Ora, non avrei mai detto di parlare male di  un film in cui fosse presente un divo sulla cresta dell'onda come Bradley Cooper, una vecchia cariatide con un passato brillante come Dennis Quaid, un residuato bellico di talento come Jeremy Irons e due gnocche da paura come Zoe Saldana e Olivia Wilde che solo a usarle come tappezzeria di lusso già ti fa aumentare il livello estetico , eppure è così.
Nonostante le premesse The words non appassiona mai e procede stancamente senza troppi scossoni mettendo a dura prova la pazienza di uno spettatore che aspetta per tutto il film un coup de theatre che dovrebbe essere una bomba atomica e invece quando arriva ( se arriva) ha la potenza di un mortaretto.
Il problema di un film che racconta non uno ma ben due libri è che erige un muro di parole invalicabile e poi francamente non si riesce a empatizzare il personaggio di  Rory, aspirante scrittore specialista nel prendere porte in faccia che una volta trovato il successo per vie traverse va in crisi esistenziale nonostante appuri che intorno a lui a nessuno freghi che lui abbia perpetrato un inganno. Se non  importa agli altri ....
E' difficile da dire ma la prova di Bradley Cooper, attore che peraltro ho sempre stimato sia nelle sue interpretazioni  da canaglia che in quelle più profonde ( chi ha detto Il lato positivo?), è al di sotto di ogni aspettativa.
I suoi occhioni blu risplendono ma è totalmente inattendibile nelle scene più drammatiche, per non dire che sfiora quasi il ridicolo quando deve spremere le palpebre per far uscire qualcosa di assimilabile a liquido lacrimale.
A conti fatti il migliore è Jeremy Irons che ancora una volta con la puntualità di un cronografo svizzero prende a calci metaforici nelle pudenda il nuovo di Hollywood che avanza.
Basta , ho speso anche troppe parole per The words un film vittima sacrificale predestinata della sua ambizione smodata.

( VOTO : 5 / 10 ) The Words (2012) on IMDb

Kamis, 04 April 2013

Io sono Li ( 2011 )

Shun Li è una delle tante donne cinesi arrivate in clandestinità in Italia per essere sfruttate come schiave  o quasi per pagare il viaggio della speranza che hanno fatto dalla Cina. Inoltre sogna di far arrivare da lei anche il figlio di 8 anni e per questo deve guadagnare ancora di più,  per ricevere la "notizia".
Da Roma viene mandata a gestire un bar a Chioggia e qui ha difficoltà a capire la lingua e soprattutto il dialetto parlato dagli avventori, quasi tutti pescatori del posto.
Impara presto a conoscere i clienti abituali e stringe un rapporto d'amicizia con Bepi, pescatore croato vedovo di un'italiana, detto "il poeta" per la sua capacità di fare rime. Il paese è piccolo , gli italiani credono che Shun Li sia la solita straniera venuta a sposare un vecchio italiano per l'eredità e la cittadinanza mentre anche la comunità cinese non vede bene questo rapporto tra i due ordinando alla donna di trattare Bepi come un semplice cliente.
Arrivano a minacciare di non far arrivare in Italia suo figlio....
Sono sempre contento di poter parlare bene di un film italiano visto lo stato comatoso in cui è ridotto il nostro cinema. E per una volta non è una commedia genere rifugio per eccellenza in cui vengono convogliati tutti gli sforzi produttivi dell'industria italica del grande schermo da un po' di tempo a questa parte.
Io sono Li è l'esordio nel campo del cinema di fiction dell'apprezzato documentarista Andrea Segre, un film giocato su un tono intimista e delicato in un contesto molto realistico.
Chioggia è afflitta dall'acqua alta come Venezia ma è molto meno poetica, gli abitanti sembrano subire con la mesta rassegnazione della normalità i disagi di dover camminare con degli improbabili stivaloni impermeabili o consumare un caffè al bar praticamente a bagnomaria dal ginocchio in giù. Nulla di coreografico, solo sopportazione che lascia intravedere l'occhio del documentarista .E questa Chioggia uggiosa mostrata generosamente è realtà pura,non resa posticcia dagli artifici della ricostruzione cinematografica.
La bravura di Andrea Segre inoltre è stata quella di creare due protagonisti assolutamente credibili: Li è spaesata ma abbassa la testa e lavora sopportando tutti gli strali avversi che il destino le riserva perchè deve far arrivare suo figlio in Italia ( la "notizia"), Bepi fa amicizia con lei probabilmente perchè essendo di origine straniera come lei capisce lo sradicamento subito dalla donna cinese e stabilisce con lei una sorta di empatia generata dal ricordo dei tempi passati.
Ed è centratissimo anche il coro di personaggi che gravita attorno a loro, un coacervo di umanità e pregiudizio ( il personaggio dell'assessore viscido o del rozzo Devis ) che si trasforma in un sentimento razzista neanche tanto strisciante, anzi più volte conclamato in vari passaggi del film. Un razzismo dettato più che altro dalla chiusura mentale , dall'ignoranza , dalla mancata comprensione della diversità.
Io sono Li parla di un'integrazione possibile eppure improbabile allo stato attuale delle cose perchè la chiusura verso le rispettive differenze è assolutamente speculare, un razzismo bifronte che si muove in entrambe le direzioni , dall'Italia verso la Cina ma anche dalla Cina verso l'Italia .
Si parla di quella solitudine perniciosa che attanaglia il cuore e l'anima, di quel bisogno di sentirsi fratelli a qualcuno anche se ha gli occhi a mandorla ed che è venuto dall'altra parte del mondo.
Un film  recitato meravigliosamente inserito in una cornice  ambientale inconsueta ma che ha il fascino della realtà filmata attraverso l'occhio da entomologo di una macchina da presa curiosa e che si pone sempre alla giusta distanza dai luoghi e dai personaggi che inquadra.
Andrea Segre osa anche con il misterioso e il fiabesco azzardando un lieto fine forse addirittura inaspettato.
Ma è un qualcosa che deve essere pagato a carissimo prezzo.

( VOTO : 7,5 / 10 ) 

Shun Li and the Poet (2011) on IMDb

Rabu, 03 April 2013

Modus Anomali ( 2012 )

Un uomo si sveglia improvvisamente in un bosco dove era semi sepolto da un cumulo di terra. Prova a telefonare alla polizia ma non sa dove si trova nè ricorda come si chiama.Vicino a dove si trova c'è una casetta in cui trova una telecamera con un post it  in cui c'è scritto premere play. Il filmato riguarda un misterioso killer che uccide a favore di camera una donna in avanzato stato di gravidanza. L'uomo che ha scoperto di chiamarsi John Evans e di essere stato separato dalla sua famiglia composta da moglie e due figli, indietreggia alla visione e inciampa in qualcosa. E'il cadavere della donna che ha appena visto nel video. Fugge con le mani insanguinate, cerca delle cose che possano aiutarlo nella monovolume parcheggiata fuori ma nulla. Sembra tutto fatto apposta affinchè lui lasci indizi di colpevolezza di un qualcosa che non ha commesso.
Nel bosco scopre di non essere solo ma di essere inseguito da qualcuno che sta giocando con lui come al gatto col topo. E John non ci sta ad essere il topo.
E qui mi fermo con la sinossi ( ho raccontato solo pochi minuti di film) perchè Modus Anomali è il classico film che deve essere scoperto ad ogni sequenza un po' come si spillano le carte da poker.
In effetti sembra tutto un gioco di strategia in tempo reale in cui il John Evans di cui sopra è spinto come da una mano invisibile a fare cose che potrebbero ritorcersi contro di lui in un ipotetico futuro in cui ci si trovi a spiegare che cosa è successo realmente e quale il proprio grado di coinvolgimento.
La cinepresa di Joko Anwar, regista e sceneggiatore di questo film indonesiano recitato in un inglese un po' strano ( ma tanto di dialoghi ce ne sono pochissimi) , pedina da vicino un protagonista perplesso , creando una sorta di empatia col personaggio perchè lo spettatore vede tutto attraverso i suoi occhi, come lui è colpito e quasi affondato dalle nuove scoperte in un itinerario che sembra veramente un gioco dell'oca in cui tutto è stato stabilito da una mente perversa.
Quando tutto sembra incanalarsi verso una soluzione da slasher silvestre con un killer misterioso che direttamente o indirettamente, tramite trappole piazzate nel bosco, cerca di uccidere i vari componenti della famiglia ( perchè il John Evans di cui sopra ha un paio di figli che sta cercando e loro stanno cercando lui), Modus Anomali cambia decisamente registro.
E' come se si tornasse alla casella in cui eravamo in precedenza senza passare dal via: ricomincia tutto dall'inizio sia per John che per lo spettatore che ora è costretto a fronteggiare un qualcosa ancora di più diabolico di un semplice slasher .
La mente corre affannata alla ciclicità proposta dai paradossi temporali di gioiellini come Triangle o Los Cronocrimenes ma qui di paradossi temporali non ce ne sono. C'è solo un meccanismo ciclico di perversione fuori della norma in cui viene amplificato il concetto di homo homini lupus , in cui cacciatore e preda, vittima e carnefice si cambiano di ruolo.
C'è una logica in tutto questo? Forse no ma del resto anche un titolo in latinorum come Modus Anomali non vuol dire nulla.
C'è una spiegazione? Credo che in un film come questo meno spiegoni ci sono e meglio è.
Funziona tutto perfettamente nel percorso narrativo del film? Anche qui è dura rispondere. Dirò solo che inevitabilmente ci sono alcune scelte fatte ad minchiam dai (pochi) personaggi in scena ma che appena partiti i titoli di coda viene subito la voglia di rivedere il film daccapo per controllare se tutto fila liscio.
Ma alla fine chissenefrega.
Modus Anomali è un film di adrenalina pura in cui niente è come sembra. Forse.
L'importante è che non si riesce a staccare gli occhi dallo schermo in una lotta per la sopravvivenza girata anche in modo stiloso con abboandante uso della steadycam e della macchina da presa a mano per dare al tutto un aspetto ancora più trafelato, un po' come il protagonista, Rio Dewanto , che è presente quasi in ogni fotogramma del film impegnato in un tour de force fisico e mentale insostenibile per un comune mortale.
Impossibile definire un film come Modus Anomali: un thriller/ horror ad orologeria in cui la precisione scandita dal ritmo implacabile della narrazione è opacata volutamente da un alone di indeterminatezza che circonda il protagonista e la vicenda narrata.
Un uomo perso in un bosco somigliante più a un labirinto senza uscita che a un luogo adatto a trascorrere una serena vacanza all'insegna del relax assoluto .
Un buco nero che inghiotte anime e corpi.
Natura matrigna.

( VOTO : 7,5 / 10 )  Modus Anomali (2012) on IMDb

Selasa, 02 April 2013

Dark Feed ( 2013 )

Una troupe sta girando un horror low budget all'interno di un vecchio ospedale psichiatrico abbandonato. Per risparmiare sui costi di produzione cercano di lavorare il più a lungo possibile e vi soggiornano anche di notte. Vengono a sapere di strani esperimenti fatti nella vecchia struttura ospedaliera e più vanno avanti più ogni membro ( o quasi ) della crew comincia a dare preoccupanti segni di squilibrio fino a che la violenza scoppia in modo manifesto. Ma che cosa ha provocato tutto ? E perchè sembra che il vecchio ospedale stia riprendendo vita?
L'unica soluzione è fuggire da quell'ospedale prigione ma non è affatto semplice. Solo chi apparentemente non è stato soggiogato da quella strana atmosfera ha la lucidità per capirlo.....
Prima di parlare di questo film per prima cosa mi devo appuntare da qualche parte che devo diffidare di tutti quei film che sulla locandina scrivono dai produttori di..., dagli sceneggiatori di..., da uno degli ideatori di ...( perchè ho letto anche questo quando il film a cui si riferisce ha raggiunto una certa risonanza), perchè una scritta del genere nasconde quasi sempre fregature.
Qui il film a cui ci si riferisce è The Ward, il ritorno al cinema del maestro Carpenter, sicuramente non un ritorno epocale ma per quanto mi riguarda molto solluccheroso. Il film in questione era scritto dai fratelli Rasmussen che qui troviamo nelle vesti di sceneggiatori e di registi.
E li troviamo sempre all'interno di un ospedale psichiatrico.
Solo che quello di The Ward a confronto di questo era un resort a cinque stelle extralusso.
Qui siamo più dalle parti di un Session 9, grande film di Brad Anderson, uno che purtroppo ultimamente si è un po' perso, con qualcosa di demoniaco che si aggira tra quelle quattro mura ammuffite .
Ma se Brad Anderson lavorava di sottrazione puntando tutto sull'atmosfera malsana di quel luogo poi esplodendo in un finale che definire tellurico è riduttivo, qui i fratelli Rasmussen scoprono subito le carte che hanno. Un brutto effetto in computer grafica fa capire immediatamente che c'è qualcosa che non va in quella location ma tutto viene tenuto sottotraccia con i soliti espedienti da film de paura , i soliti boo! che sono invece scherzi idioti e alcune apparizioncine di ombre fugaci che passano velocemente sullo schermo che stile vedo-non-vedo dovrebbero creare un aumento del climax ansiogeno.
Cosa che non succede perchè in realtà sembra tutto visto e stravisto.
Il problema fondamentale di Dark Feed è che per un'ora si va avanti senza che succeda nulla di significativo a parte quelle ombre succitate.Si perde tempo con personaggi che non hanno alcunchè di interessante, figli dei peggiori stereotipi e anche il dietro le quinte di una produzione cinematografica che qui potrebbe recare qualche interesse per lo spettatore viene relegato in un angolino.
Aggiungiamo anche attori che non sono propriamente il massimo ( anzi alcuni sono veramente modesti, sotto il minimo sindacale), una fotografia digitale che va e viene anche se ringraziando Iddìo siamo lontani dallo sfacelo dei finti found footages  e aggiungiamo anche che  il come un horror low budget come Dark Feed parli della realizzazione di un horror low budget ha un qualcosa di paradossalmente perverso nel suo essere ombelicale.
Negli ultimi venti minuti si comincia a vedere finalmente qualcosa: follia collettiva con qualche sequenza non male anche se tutto rientra nel mare magnum del deja vù.
Un peccato perchè l'abbinamento horror + ospedale psichiatrico era qualcosa che già da solo mi aveva fatto venire l'acquolina in bocca ed è veramente un delitto buttare via così una location da incubo come questa.
Avrebbe dovuto essere la protagonista incontrastata della pellicola e invece è solo uno sfondo mesto in cui collocare il solito horroretto da quattro soldi.
Andiamoci a riguardare Session 9...che è meglio....

( VOTO : 4 / 10 )
Dark Feed (2013) on IMDb

Senin, 01 April 2013

Il cigno nero ( 2010 )

Nina è una ballerina completamente assorbita dalla danza anche a causa della smisurata  ambizione di una madre che vede nella figlia quello che lei non è mai riuscita a diventare, un etoile della danza tra le più luminose. Scelta come prima ballerina per Il lago dei cigni, Nina è portata oltre l'orlo del crack nervoso dal turpe coreografo Thomas Leroy che pretende da lei che interpreti il cigno nero con la stessa personalità con cui si approccia al personaggio del cigno bianco....  
Un palcoscenico come un ring. Un corpo pedinato incessantemente da una telecamera indiscreta. Una giovane donna cristallizzata al limitare tra infanzia e adolescenza per via di una madre iperprotettiva che ne castra tutte le ambizioni. Un inestricabile labirinto di specchi in cui la protagonista si perde inesorabilmente.

Un rapporto amore/odio, la scoperta della sessualità in contrapposizione alla campana di vetro in cui è sempre stata rinchiusa.
E'questo e molte altre cose il nuovo film di Darren Aronofsky, il congruo punto di arrivo di una carriera registica costellata di rischi e di eccessi che come per incanto si vanno a ricomporre in questo Black Swan.
Un film in cui il tema del doppio è l'innegabile asse portante. Un viaggio metaforico alla ricerca di se stessi che affligge la piccola e ossuta Nina, un presente da ballerina in competizione con altre colleghe per diventare la prima, la star del New York Ballet, avere il ruolo di Odette nella riproposizione de Il Lago dei Cigni.
Nina vive sola con la madre che proietta in lei tutte le proprie aspirazioni frustrate da una scelta(quella della maternità) che le ha impedito di proseguire la carriera.
Nina in un dialogo le ricorda acidamente che aveva già 28 anni, a testimoniare il carattere effimero della carriera di ballerina classica.
In fondo anche lei ha sostituito Beth, più avanti negli anni e non più la favorita nell'harem del sultano coreografo. 
Nina non conosce la vita, il divertimento, il sesso: la madre non le ha permesso di crescere, le ha permesso solo di rimanere un eterna bambina immersa in un mondo da fiaba (notare la camera in cui dorme Nina, piena di peluches e che ha l'aspetto  quasi di una camera per bambini di età prescolare. Simbolica a questo proposito la scena in cui Nina butta via tutti i peluches, il simbolo che finalmente vuole spezzare l'incantesimo che non l'ha fatta mai diventare compiutamente donna).
Il loro rapporto è conflittuale pur avendo lo stesso obiettivo: il successo nell'ambito del balletto classico. Ma Nina è troppo candida per poter reggere la parte doppia (Cigno Bianco/Cigno Nero) nel balletto coreografato dal perfido Thomas Leroy, sciupafemmine impenitente che le affida la parte nonostante lei abbia rifiutato il suo pesante approccio sessuale.
Solo perchè ha visto in trasparenza l'ombra di nero che desiderava.
Il film è letteralmente cosparso di specchi e di superfici riflettenti: Nina viene sdoppiata, resa plurima, frammentata (forse in questo senso la locandina del film è un pò troppo esplicativa) .
Il percorso di avvicinamento alla perfezione a cui aspira nel balletto è uno scivolare lentamente ma inesorabilmente nell'abisso della tenebra che è racchiusa nella sua mente.
Le immagini riflesse si ribellano alle normali leggi della fisica, aspirazioni,  paure, istinti aggressivi coabitano nella sua mente in una progressiva perdita di prospettiva  che scardina la divisione tra reale e irreale.
Le pulsioni erotiche suscitate da Thomas, così come il diritto a emanciparsi da una madre oss(oppr)essiva inculcato dal rapporto burrascoso con Lily, sensuale creatura che ai suoi occhi appare come un perfetto Cigno Nero (di nuovo la tematica dello specchio) scompaginano i vari piani della vita di Nina.
Aronofsky non ci risparmia nulla: dall'autolesionismo al disfacimento cancrenoso fino ad arrivare alle mutazioni della carne figlie del cinema di Cronenberg.
Lo stesso regista ha detto che è necessario leggere questo film alla luce del precedente The wrestler  perchè sono film da considerare gemelli e c'è da credergli.
Nina e Randy The Ram sono personaggi che hanno molto in comune.
Se il corpo del lottatore era sfatto da una vita sregolata e da continue overdosi di steroidi quello di Nina è un corpo prosciugato di tutto: un fascio di esili muscoli e di nervi, quasi una radiografia in bianco in cui le ossa sembrano uscire da quell'esile involucro epidermico.
Sono le due facce di un'immaginaria stessa medaglia, due modi di raccontare l'America, la provincia e la metropoli, due modi di coronare il proprio sogno di performers.
Nina salta dal dirupo col suo tutù bianco lordato di sangue e si ha negli occhi l'ultimo salto di Randy dalla terza corda.
Anche se Black Swan brilla di luce propria non si può negare un atmosfera alla Bob Fosse,però  incattivito, funereo come era in All That Jazz ma con un totale cambio di prospettiva: nel film Natalie Portman il fulcro è il personaggio della ballerina mentre nella pellicola del compianto Fosse (col senno di poi mestamente profetica) tutto ruotava attorno al personaggio del tentacolare coreografo impegnato in un conscio percorso verso l'autodistruzione.
Accanto alla pellicola di Fosse aleggia un inquietante atmosfera depalmiana: dal rapporto con la madre visto già in Carrie alla schizofrenia di Danielle ne Le due sorelle.
Nell'ultima parte del film anche lo spettatore è catturato nel vortice delle proiezioni della mente di Nina in squarci visionari che marchiano a fuoco la pellicola. Le luci raffreddate che illuminano spettralmente il film sono perfette per aggiungere ulteriore inquietudine a un'atmosfera sulfurea.
Il culmine fisico e metaforico del film è il balletto finale dove la potenza delle immagini è corroborata dalla progressione inarrestabile delle musiche di Tchaikovsky in un trip audiovisivo difficile da rimuovere dalla memoria.
Così come è impossibile dimenticare il volo di Nina, il più bello tra i cigni (la Portman truccata da Cigno Nero è da svenimento), la crisalide che riesce a diventare finalmente una farfalla bellissima.
Ma solo per un attimo....

( VOTO : 8 / 10 ) 

Black Swan (2010) on IMDb