Tampilkan postingan dengan label biopic. Tampilkan semua postingan
Tampilkan postingan dengan label biopic. Tampilkan semua postingan

Minggu, 23 Februari 2014

12 anni schiavo ( 2013 )

Saratoga , New York 1841 : Solomon Northup è un violinista affermato, marito felice e padre di due bambini. Un giorno viene attirato da due tizi a Washington con la promessa di un buon ingaggio. Invece viene drogato e rapito, consegnato a un losco affarista che lo rivende , prima a un padrone abbastanza illuminato, il signor Ford che però ha come sottoposto il viscido Tibeats che lo odia senza mezzi termini e poi viene rivenduto allo psicopatico Epps, uno schiavista duro e spietato che vede i suoi negri solo come schiavi senza alcun diritto. Questo inferno sarà la vita di Solomon in attesa che qualcuno venga a liberarlo.E un giorno conosce un abolizionista, guarda caso di origine canadese.....
Continua il nostro viaggio all'interno della lista dei film che concorreranno all'Oscar nella ormai sempre più prossima notte dedicata.
E questo rischia di essere il più autorevole: 9 candidature e un tema importante, come quello dello schiavismo che è ancora una ferita aperta, una piaga ulcerata nell'ancora giovane storia americana.
Si sa di come agli americani piaccia tanto sbandierare la loro storia ai quattro venti e 12 anni schiavo di Steve McQueen, oltre che regista , videoartista di grande pregio, in questo senso è perfetto.
E' in grado di toccare le corde emotive più nascoste, di stimolare adeguatamente nervi scoperti, getta una luce inquietante su tutta la retorica nazionalista che sta alla base del cosiddetto Sogno Americano raccontando una storia vera che ha dell'incredibile.
Solomon Northup vive 12 anni di incubo in una nazione schiavista e razzista, arretrata dal punto di vista dei diritti civili e dell'ordinamento giudiziario, la sua vita da schiavo è un urlo accorato contro la piaga della discriminazione razziale, un qualcosa da trattare un po' come si fa con la polvere da nascondere sotto il tappeto.
Il punto è proprio questo: Steve McQueen non lascia proprio nulla all'immaginazione, lavora come sa fare lui sui corpi stavolta martirizzati dalla frusta che vi apre solchi sanguinanti come autostrade, disegnando però personaggi eccessivi in un senso o nell'altro.
12 anni schiavo è un film in cui tra il bianco e il nero non c'è alcuna tonalità di grigio: o si sta da una parte o dall'altra. O si è un bianco schiavista o si è un negro schiavo.
E gli unici fattori di perturbazione , guardacaso sembrano non appartenere allo stesso mondo in cui vivono Epps e Northup, l'alfa e l'omega di tutto il film, i due estremi che diventano due simboli di umanità e di disumanità.
In questo McQueen dimostra di essersi abbastanza appiattito sui dettami hollywoodiani: se il suo lavoro visuale è estremamente personale, la scrittura è semplificata, quasi deteriore,.un bignamino ad uso e consumo del grosso pubblico che dovrà indignarsi e uscire dalla sala con le lacrime agli occhi, di rabbia e di commozione.
Un po' troppo didascalismo per far tracimare l'impegno civile di una pellicola come questa in cui tutto deve essere a vista, una sorta di open space in cui tutto dovrà essere perfettamente comprensibile alla vulgata cinematografica che poi assegnerà gli Oscar.
Il primo film hollywoodiano del britannico, nero, McQueen , rischia di averci fatto perdere un talento che aveva soggiogato e fatto girare la testa a molti con film come Hunger e Shame, film indubbiamente più astratti e cerebrali di questo 12 anni schiavo che risulta a conti fatti  quasi una semplificazione del lavoro di un regista che arrivato ad Hollywood per imporre il suo stile se ne torna a casa magari con la saccoccia piena di premi ma levigato nel suo modo di fare cinema altrove senza compromessi.
Eccellente il comparto attoriale che vede un protagonista come Ejiofor che lavora per sottrazione sul suo personaggio e un antagonista come Fassbender, la sua nemesi , che fa tutto l'opposto sovraccaricando il suo odioso personaggio, mentre fanno macchia i camei piuttosto insipidi di un Brad Pitt dalla barba caprina e di  Cumberbatch , nei panni del mite Ford ( uno dei personaggi meno spiegabili del film, gentile con i suoi schiavi ma allo stesso tempo incapace di rinunciare a loro....).
Insomma 12 anni schiavo è un film importante ma un filo deludente soprattutto per chi si aspettava da McQueen qualcosa di bello ed estremo.
Qui invece ci troviamo di fronte a un solido melodramma che lascia solo intuire le potenzialità di un regista che ha un talento come pochi.
Si riporterà a casa la sua bella vagonata di Oscar. Sperando che non abbia come al solito cannato il pronostico.
Durante i titoli di testa la bradipa mi fa sottovoce: "Ma di che parla, della storia di Kunta Kinte?"
E io " No, parla del fratello..." Lei un po' sospettosa che me ne stia uscendo con una delle mie solite cazzate un po' sostenuta mi dice " E chi sarebbe questo fratello?"
Sentendomi un po' come il George dell'immortale sitcom inglese George e Mildred le rispondo " Kunta Tore!"
E mi prendo subito il mio schiaffone d'ordinanza.....
Ecco con questa cosa vergognosa direi che per oggi la possiamo anche finire qui....

( VOTO : 6,5 / 10 ) 

12 Years a Slave (2013) on IMDb

Selasa, 04 Februari 2014

Dallas Buyers Club ( 2013 )

Siamo a Dallas nel 1985: è qui che vive al massimo della velocità Ron Woodroof, elettricista texano, appassionato e scommettitore accanito su rodei, un passato con problemi di droga e un presente che oltre alla tossicodipendenza ha aggiunto l'alcool ( in dosi che stenderebbero senza problemi un bue) e una grande propensione per il sesso sempre e comunque.Vive come se quello fosse il suo ultimo giorno ma quando nel corso di un controllo medico di routine gli viene riscontrata la positività al virus dell'HIV e il medico che lo cura può assicurargli al massimo un'aspettativa di vita di soli 30 giorni, la vita di Ron cambia.
Decide di combattere e comincia a studiare la malattia che lo sta uccidendo, l'AIDS, di cui all'epoca si sapeva molto poco , individuando cure sperimentali in giro per il mondo ( Messico , Giappone) e sperimentandone i benefici su se stesso. E visto che i suoi trattamenti sono più efficaci di quelli tradizionali crea il Dallas Buyers Club, un'associazione ( con scopi di lucro perchè Ron ci fa un sacco di soldi) in cui dopo aver pagato una quota di iscrizione piuttosto onerosa si ha accesso libero all'immensa farmacia creata da Ron e ai suoi trattamenti non approvati dalla Food and Drug Administration che invece di interessarsi ai suoi risultati si limita a intentargli una guerra legale senza precedenti.

La lotta di Ron durerà ben sette anni, altro che i 30 giorni di vita che gli avevano prospettato...
Inutile starci a girare troppo intorno: la curiosità principale riguardo a questo film era la tanto decantata prova di Matthew McConaughey davanti alla macchina da presa in una di quelle performances  virtuosistiche in cui l'attore si mette in gioco molto pesantemente arrivando ad abusare del proprio fisico.Cosa che fece Tom Hanks in Philadelphia ( ma anche in Cast Away) , De Niro in Toro Scatenato e specialità in cui si è cimentato molte volte Christian Bale, in un senso o nell'altro, dalle ossa a vista de L'uomo senza sonno alla panza debordante mostrata nella sua ultima fatica American Hustle.
La domanda è: riuscità McConaughey a soffiare l'Oscar al DiCaprio di The Wolf of Wall Street?
La risposta è un non lo so ma se dovessi scommettere un centesimo bucato ( e tenendo conto che ho una propensione particolare a sbagliare i pronostici) lo punterei su McConaughey perchè all'Academy piacciono parecchio queste prove attoriali così estreme anche se , onestamente, il veicolo cinematografico che supporta la prova di DiCaprio è migliore.
Ma spesso non basta avere alle spalle un film splendido per vincere le tanto ambite statuette.
E Scorsese l'Oscar lo ha vinto in tempi piuttosto recenti e forse anche col film sbagliato, bello , per carità ma assolutamente non all'altezza dei suoi lavori migliori clamorosamente snobbati nella fatidica notte della consegna delle statuette.
Ma torniamo a Dallas Buyers Club, il ritratto di un cowboy un po' troppo moderno con i suoi eccessi, la sua passione per i rodei, le scommesse e le donne, animato da un'omofobia che ha ben poco di ragionevole.
La malattia che lo ha colpito ai suoi occhi sembra quasi un castigo divino, una malattia che colpisce prevalentemente gli omosessuali, che a lui fanno veramente schifo.
La sua vita dopo quella diagnosi cambia: Ron riconsidera tutti gli errori che ha fatto nel passato e mette in piedi la sua personalissima versione dell'American Dream, diventa il classico self made man che riesce a trovare la forza di lottare contro qualcosa che è molto più grande di lui.
Il film di Jean Marc Vallée è la narrazione del percorso di redenzione di un texano che non fa nulla per nascondere la sua sgradevolezza anche se col passare del tempo, tutto viene levigato soprattutto a causa della presenza al suo fianco della mite e silenziosa Rayon, una trans conosciuta all'ospedale, sieropositiva come lui, e di Eve, la dottoressa che lo aveva in cura.
Due parole sulla prova di Jared Leto nella parte di Rayon: se al posto di McConaughey l'Oscar lo vincesse DiCaprio non ci sarebbe nessuno scandalo, anzi.
Ecco , se qualcun altro vincesse l'Oscar come miglior attore non protagonista al posto di Jared Leto, beh allora quello si che sarebbe uno scandalo.
Leto è straordinario, ha fatto un lavoro sul fisico ( di una magrezza impressionante . ancora più di quella di McConaughey) e sulla voce che hanno pochi eguali e poi la sua Rayon è bellissima: sono un etero convinto e ho ormai passato la fase del delirio ormonale ma credo che una bella come Rayon quasi mi farebbe ricredere sulle mie tendenze sessuali e sono sicuro che minerebbe alla base parecchie convinzioni degli eterosessuali più accaniti.
La malattia nel caso di Ron è una sorta di percorso salvifico di progressiva redenzione, porta allo scoperto un uomo molto diverso da quello che era all'inizio  anche se c'è poco o nulla di spirituale o di religioso in un film come questo in cui non si lesinano certo particolari sgradevoli.
Ma , e qui sta il paradosso, l'AIDS tira fuori da Ron la sua parte migliore, crea un uomo migliore pur distruggendo il suo fisico giorno dopo giorno
Non so se McConaughey vincerà l'Oscar ma la svolta che ha saputo imprimere alla sua carriera ( da Friedkin e Killer Joe in poi) è impressionante: da belloccio incapace è diventato un attore a tutto tondo che ultimamente non ha sbagliato un film.
E vederlo sottile come un giunco sotto quei cappelloni da cowboy a tesa larga o anche sotto un sombrero come accade in una scena è un qualcosa che lascia il segno.
E comunque sarebbe sbagliato considerare Dallas Buyers Club un semplice veicolo promozionale per le straordinarie performances di McConaughey e Leto.
C'è dell'altro sotto, c'è cinema passionale e militante, uno spirito da New Hollywood che fa molto anni '70, film di impegno civile che hanno una storia importante da raccontare.
E quella di Ron Woodroof la devono conoscere tutti.....

 ( VOTO : 7,5 / 10 ) 

Dallas Buyers Club (2013) on IMDb

Rabu, 29 Januari 2014

The Wolf of Wall Street ( 2013 )

La storia vera , romanzata nei punti giusti, di Jordan Belfort, diventato broker professionista a Wall Street nel momento sbagliato ( quello nero del 1987 ) e gettato sul marciapiede nello stesso giorno, che, ripartendo da zero, riesce a creare un impero finanziario vendendo azioni  di società senza alcun valore e incassando commissioni da capogiro. Milionario a 26 anni, con così tanti soldi da non sapere dove buttarli, tossicomane e sessuomane senza speranze , dopo pochi anni si ritrova tallonato dall 'FBI per tutte le sue malefatte ed assaggerà, anche se per poco, le patrie galere. Giusto perchè ha fornito nomi di altri truffatori come lui....
The Wolf of Wall Street segna la quinta collaborazione tra DiCaprio e Scorsese , un connubio sinergico che ha portato il piccolo , si fa per dire , Leo a livelli mai raggiunti prima, neanche con Tarantino, e il grande Martin a ritornare ai fasti del suo cinema migliore.
Scorsese è la mente è DiCaprio il braccio operativo in questo apologo sul denaro che rovina le coscienze , un film che rappresenta il tracollo che subisce ogni essere umano ( non per generalizzare ), di fronte al potere e ai soldi.
Questa pellicola ha scatenato molte polemiche perchè è stata vista come un'esaltazione delle gesta di Jordan Belfort ( presente in un cameo alla fine del film) da parte di chi è stato da lui truffato ma non c'è niente di più sbagliato.
Non si farebbe giustizia alla carriera cinematografica di Scorsese e soprattutto alla sua visione eticoreligiosa data dalla sua educazione rigidamente cattolica che traspare da ogni suo film da Mean Streets in poi.
Se dal punto di vista sostanziale il ritratto del lupo ( uno dei tanti lupi, forse con quello con i denti più aguzzi) di Wolf Street è improntato alla caricatura, al grottesco, alla deformazione quasi comica con uffici, appartamenti e addirittura aerei che si trasformano in sedi ideali per baccanali in cui tutto è permesso , dal punto di vista cinematografico l'ultimo lavoro di Scorsese è un vertiginoso caleidoscopio in cui vien fuori prepotente il suo virtuosismo mai fine a se stesso.
Imperiose carrellate in avanti , una macchina da presa sempre mobile a catturare la prospettiva migliore, una regia pronta a catturare le finezze portate in dono da un cast all'altezza ( perchè oltre a DiCaprio, sono da urlo anche tutti i comprimari, dal primo all'ultimo, con un Jonah Hill sontuoso ) ma soprattutto a far quasi toccare con mano gli eccessi di Jordan Belfort and company, una manica di svitati , drogati ed erotomani che si divertono a fare i Robin Hood all'incontrario, rubando ai poveri per diventare essi stessi ricchi da fare schifo.
Quella di The Wolf of Wall Street non è una storia votata all'edulcorazione di quanto realmente è successo, non una semplice affabulazione ma un tentativo , riuscito, di catturare lo spirito di una vita stupidamente votata all'eccesso di ogni tipo, con la droga che diventa quasi un supporto per sostenere le idee di finanza creativa , molto creativa, di Jordan e soci.
Jordan Belfort non è il  Gordon Gekko del nuovo millennio , è semplicemente un cialtrone masticato e risputato da una vita votata ad ogni tipo di eccesso e a cui è stato negata la seppur minima possibilità di catarsi.
Non ci può essere nessun tipo di catarsi per uno che con le narici ha tirato su di tutto o per chi ha gettato sul lastrico intere famiglie e imprenditori onesti.
E Scorsese in questo sorpassa in tromba i sussulti moralistici di un Oliver Stone o di un documentario alla Michael Moore.
Per lui una figura sopra e oltre le righe come quella di Jordan Belfort è un'ottima occasione per ritornare a parlare di Goodfellas da guardare quasi con umana compassione o a immergersi nella spirale vorticosa della bulimia del suo Casinò, per quanto mi riguarda il suo ultimo capolavoro.
Ecco, non uscivo così frastornato dal cinema, a causa di tutte le suggestioni e sollecitazioni subite in 3 ore di film praticamente mi sono sentito come un punching ball preso a pugni dal Mike Tyson di turno,dai tempi di Casinò e parliamo praticamente quasi venti anni fa.
Quello era un 10 pieno nella mia scala di valutazioni, The Wolf of Wall Street non sarà un 10 pieno come quello ma ci si avvicina parecchio.
Già da ora è uno dei film dell'anno....

( VOTO : 9 / 10 ) 

The Wolf of Wall Street (2013) on IMDb

Selasa, 07 Januari 2014

The Butler - Un maggiordomo alla Casa Bianca ( 2013 )

Georgia, 1926, Cecil sta lavorando in una piantagione di cotone assieme al padre quando il giovane padrone per una quisquilia uccide il genitore freddandolo con una pallottola in fronte. La padrona, la signora Westfall decide di prenderlo come domestico per farne un "negro di casa".Cecil quando è poco più che adolescente va a cercare fortuna per il mondo sfruttando le sue competenze da domestico: riesce prima a entrare in un importante albergo di Washington e poi arriva addirittura a essere il maggiordomo alla Casa Bianca servendo per 7 presidenti, dal 1952 al 1986. Osserva la storia americana da un punto di vista privilegiato , senza alcuna opinione  politica mentre un figlio gli muore in Vietnam, la moglie diventa alcolista e l'altro figlio diventa un membro attivo delle Black Panthers mostrando a più riprese il suo disprezzo per cotanto padre....
Dopo il bel Precioius che gli aveva dischiuso le porte del successo e il sospetto The Paperboy,umidiccio thriller sudista con lampi di luce accecanti e inquietanti cadute di tono, Lee Daniels ritorna con un film che è stato salutato in America come l'ennesimo miracolo cinematografico.
E vai con i " ha fatto piangere anche Obama" oppure le varie definizioni di " Forrest Gump nero" e chi più ne ha , più ne metta.
A me vien solo da dire che se è vero che Barackuccio si è commosso , allora piange veramente con poco e se questo è un Forrest Gump nero allora io sono una ballerina di danza classica con  il tutu ( uhssignur che brutta immagine che ho evocato).
The Butler- Un maggiordomo alla Casa Bianca è il classico filmone americano di stampo abbastanza classico, leccato e laccato. pomposo e inconcludente, animato da un curioso razzismo all'incontrario innaffiato da generose dosi di melassa.
Cecil Gaines , basato sul personaggio realmente esistito di Eugene Allen, vive una vita di facciata ed è talmente abituato a fare tappezzeria sul posto di lavoro che assume lo stesso ruolo anche quando è in casa, eccezion fatta per un sussulto d'orgoglio tirato fuori contro il figlio.
Il film di Daniels si perde spesso nella forma e non riesce mai ad emozionare , intento più a essere una compilazione sterile di avvenimenti storici che una rilettura sostanziale e personale di quello che è accaduto nelle segrete della Casa Bianca per oltre 30 anni.
Il cast è sontuoso ma sprecato: i vari divi che si succedono nei panni dei vari presidenti sembrano più che altro imitatori di bassa lega provenienti da uno show televisivo di taroccamenti, truccati col male e peggio.
Gli unici che emergono infatti sono quelli non mascherati malamente come John Cusack nei panni di un untissimo Nixon in profonda crisi, l'unico presidente che acquisisce un minimo di profondità nella disamina fredda e superficiale del film, e il cameo fulminante , nei panni di Nancy Reagan di una Jane Fonda che sembra aver fermato il fluire del tempo.
Lo script di Danny Strong cade nella retorica e nella ripetitività e a nulla valgono le interpretazioni comunque all'altezza di Whitaker, in uno di quei ruoli che piacciono tanto alle giurie dei vari festival cinematografici, Oscar compresi, e della Winfrey che non affonda nel trucco e nel parrucco come fanno i vari Robin Williams, Alan Rickman e Liev Schreiber.
E quelle Black Panthers all'acqua di rose gridano ancora vendetta: i boy scouts sembrano più eversivi.
The Butler - Un maggiordomo alla Casa Bianca è un gigantesco malinteso, il primo flop dell'anno appena iniziato.
Eppure in America è andato benissimo al box office.

( VOTO : 4,5 / 10 ) 

Lee Daniels' The Butler (2013) on IMDb

Rabu, 01 Januari 2014

Camille Claudel 1915 ( 2012 )

Subito dopo la morte del padre, la scultrice Camille Claudel , artista, musa e compagna di Rodin per quindici anni, una storia finita perchè lui ha rifiutato di sposarla gettandola in una crisi profonda, viene internata dalla madre e dalla sorella in un manicomio nei dintorni di Avignone , nel sud della Francia.E' l'inverno del 1915 e troviamo una donna stanca, delusa dalla vita, con la psicosi che qualcuno possa avvelenarla col cibo e un rapporto contrastato, tra rigetto e umana compassione, per le altre ricoverate.Camille aspetta impaziente la preannunciata visita del fratello, fervente cattolico che la adora ma allo stesso tempo pensa che per lei sia meglio soggiornare in quell'ospedale psichiatrico, che lei vede erroneamente come sua unica speranza di uscire da quella prigionia.
Ma così non sarà. 
Camille morirà in quella struttura nel 1943.
Non ho spoilerato il finale in quanto all'inizio del film compare in una didascalia tutta la storia della protagonista, morte compresa.
Camille Claudel, artista promettente e figura di spicco della scena culturale francese a cavallo del Novecento, è una figura già portata al cinema nel 1988 e allora aveva il volto diafano di Isabelle Adjani.
I due film raccontano però periodi diversi della sua vita: il film di Dumont comincia proprio dove finiva l'altro.
E l'incipit già chiarisce tutto o quasi di quello che vedremo: c'è una scena in cui Camille, che ha il volto segnato dal tempo di Juliette Binoche che in una sorta di narcisismo attoriale al contrario mostra orgogliosamente a favore di camera tutti segni dei suoi anni, viene denudata e viene lavata in una stanza dove ci sono altre degenti sottoposte allo stesso trattamento.
Camille è diversa da loro, addirittura collabora con le infermiere per accompagnare altre pazienti e compie altre piccole commissioni, eppure è uguale perchè la sua psiche ha dei coni d'ombra troppo evidenti per non essere notati. E' una donna in crisi emotiva profonda, che ha paura di essere avvelenata dal compagno di un tempo, Rodin, che qualcuno si impadronisca della sua arte , ormai abbandonata in qualche atelier polveroso di Parigi, chiuso a doppia mandata e proibito agli occhi di tutti.
Ha la consapevolezza di essere prigioniera ma è come svuotata di energia, non riesce a lottare per avere la sua indipendenza che tanto vagheggia, quando ha colloqui col medico della struttura ospedaliera riesce a malapena a farfugliare qualcosa con poco senso.
E' annientata al solo pensiero di essere reclusa in un mondo a parte, assieme a pazienti che hanno smarrito il dono dell'intelletto  o che forse non l'hanno mai avuto, compagne di sventura con le quali ha un rapporto ondivago che scivola continuamente tra la repulsione ( che le provoca anche alcune crisi isteriche incontrollabili ) e quel po' di umana comprensione che si è adagiato sul fondo del suo cuore affranto.
E poi c'è il rapporto col fratello, unica (falsa) speranza di uscire da quel carcere prima emotivo che fisico in cui è rinchiusa. In realtà nel colloquio col fratello lei è come se si andasse a schiantare contro un muro di ortodossia cristiana cieca e sorda alle sue esigenze.
Si amano ma sono troppo differenti per stare assieme , anche solo per pochi attimi all'interno della stessa stanza.
Camille Claudel 1915 è essenzialmente questo: un ritratto di una donna sfiancata e delusa all'interno di una cornice che ha i muri candidi di un ospedale per malati psichiatrici, la fredda cronaca dell'inverno del 1915 composto di giornate sempre uguali a se stesse, vissute nel fremito di un' attesa, nella speranza che qualcosa succeda.
E invece no, le giornate di Camille si succedono le une alle altre, con pochi scossoni.
L'ultimo film di Bruno Dumont pur attenendosi alla sua rigida estetica da alfiere bressoniano dei nostri tempi, denota una cambiamento di direzione artistica nella carriera del grande regista francese: se Hadewijch e Hors Satan erano film profondamente stratificati, estremamente complessi dal punto di vista etico e religioso, la biografia parziale della Claudel si rivela semplicemente una successione di avvenimenti,una sorta di compilazione affidata alla mostruosa bravura di una Juliette Binoche che riesce a far sgorgare a fiotti l'emozione grazie a un'interpretazione magistrale, intensa, mai sovraccarica e tenendo nascosta la perfezione immacolata della sua tecnica recitativa che spesso ha "raffreddato", nel mio parere, alcune delle sue interpretazioni.
Camille Claudel 1915 a differenza di altri film di Dumont, è perfettamente intellegibile, non necessita di seconde o terze letture e forse questo rappresenta un piccolo passo indietro rispetto ai magmatici film precedenti .
Altra cosa che mi ha lasciato un po' perplesso è stato l'utilizzo ( inconsapevole da parte loro ?) di veri pazienti psichiatrici nei panni delle compagne di manicomio di Camille.
Dumont ha difeso questa scelta nel nome della ricerca del totale realismo.
Il dubbio però permane: anelito a filmare la realtà o provocatoria scelta di facciata?
A parte questi piccoli dubbi, Camille Claudel 1915 è film da vedere: sarà un passo indietro nella carriera di Dumont ma questo piccolo arretramento ha le sue giustificazioni come  l'essere ingabbiato dal punto di vista creativo in un genere abbastanza rigido per definizione come il biopic, oppure lavorare con una diva di valore internazionale come la Binoche e non con attori non professionisti, da sempre privilegiati dal regista.
Eppure l'emozione e il dolore riescono a sgorgare lo stesso attraverso i lunghi pianosequenza....

( VOTO : 7,5 / 10 )

  Camille Claudel 1915 (2013) on IMDb

Selasa, 17 Desember 2013

Steven Spielberg day - Schindler's list ( 1993 )




Oskar Schindler arriva a Cracovia nel 1939 pronto a sfruttare le leggi restrittive sugli ebrei per farli lavorare nella sua fabbrica di pentole e tegami da fornire all'esercito tedesco. All'inizia guarda solo al proprio tornaconto ma poi qualcosa nella sua coscienza si smuove. Decide di riscattare gli operai della sua fabbrica a uno a uno per salvare loro la vita anche a costo di ridursi in povertà. Ne salverà più di mille...
Un Olocausto in bianco e nero ma col colore che non ti aspetti. Spielberg dal punto di vista del talento filmico è probabilmente uno dei figli maggiormente dotati di questo pianeta ma non sempre ha messo la suddetta capacità, baciata quasi sempre da successo planetario,al servizio dell'arte cinematografica.
Spiegandomi meglio direi che è un uomo degli Studios che ha fatto del cinema commerciale il suo credo, pur potendo fare molto altro e anche molto meglio. Ma il caso ha voluto che i progetti ai quali teneva di più sono quelli che hanno riscosso meno in termini di incassi al botteghino.
Perchè, mettiamoci il cuore in pace, il più delle volte i capolavori dell'arte cinematografica sono assai lontani dai gusti del grosso pubblico. Questo film è la testimonianza più acuta di quello che ho appena affermato.
E'un film giustamente premiato all'Academy Awards ma non vorrei fosse stato premiato per la ragione sbagliata.
Non vorrei che fosse stato così premiato dai parrucconi hollywoodiani unicamente perchè fa figo il solo trattare la tematica della Shoah e non per come è stata narrata questa vicenda. 
Qui a scanso di equivoci si respira aria di capolavoro e di genialità nella trasposizione su pellicola della storia del commerciante cecoslovacco Oskar Schindler. Già dall'inizio vediamo che è difficile catalogare con precisione buoni e cattivi: o meglio abbiamo dei cattivi tout court, nazisti psicopatici e gente come il nostro Schindler che galleggia nell'assenza di ideologia ma cerca solo un tornaconto personale.E gli ebrei presentati all'inizio del film non fanno granchè per diventare simpatici, per essere considerati semplicemente delle vittime come in realtà sono.

Il genio di quest'opera risiede nel virare tutta la fredda cronaca dell'occupazione nazista, del rastrellamento del ghetto, dei campi di sterminio, tutti raccontati con sequenze assolutamente magnifiche girate come il dio del cinema comanda, al melodramma di stampo hollywoodiano senza per questo inciampare nelle trappole retoriche in cui spesso cade.
Spielberg descrive personaggi che evolvono durante il film: il nazista schizofrenico Goeth vedendo Schindler ha come un sussulto di dubbio riguardo alla sua ideologia arrivando persino a perdonare come un deus ex machina chi ha mancato, il contabile polacco di Schindler (un magnifico Kingsley) che all'inizio mal sopporta Schindler e il suo tanto sbandierato edonismo poi ne diventa braccio esecutivo perfetto, lo stesso Schindler da losco intrallazzatore comincia a capire che il nazismo e la sua ideologia non fanno per lui e comincia con le sue armi (soldi e corruzione degli ufficiali) a cercare di preservare dallo sterminio quanti conosce con l'aiuto del suo fido contabile ebreo.
E gradualmente comincia a capire di avere una missione perchè ha la possibilità di salvare vite umane,una missione resa ancora più angosciante dalla compilazione della lista di quelli che possono essere salvati (ma fuori resta l'abisso come dice il contabile).
Arriva a piangere per non aver venduto la macchina o una spilla che avrebbero salvato altre vite umane prima di abbandonare la scena con la sua divisa a righe da deportato per non incorrere in guai più seri.
Spielberg riesce a fondere mirabilmente lo scenario storico universale con l'universo privato e il suo stile lascia il segno.Sceglie un prologo e un epilogo a colori mentre il film è in un abbacinante bianco e nero per sottolinearne purezza stilistica e pathos con un unica concessione di colore (una bambina col cappottino rosso vista da Schindler).
Il regista sottolinea la distorsione del nazismo che se nei gradi alti di comando è distorsione ideologica , in molti ufficiali è solo brama di uccidere proditoriamente, solo bisogno estremo di dimostrare il proprio potere facendo esecuzioni sommarie così solo per il gusto di uccidere. Esemplificativo del discorso sul potere è il confronto tra Schindler che esercita il suo potere corrompendo e badando solo al lato economico esibendo come status symbol i suoi bei vestiti e il suo successo economico e la figura di Goeth (un sublime Fiennes) che vorrebbe diventare come l'altro, vorrebbe persino le sue camicie, ma può esercitare la brutalità del proprio potere solo uccidendo dall'alto della sua dimora col fucile a cannocchiale o sparando alla nuca a bruciapelo.
L'epilogo a colori è di quelli che fanno male: una fila quasi interminabile di persone, di reduci dai campi di concentramento di cui si è parlato nel film , i superstiti tra i personaggi di cui si è narrato nel film e i loro discendenti rendono omaggio alla tomba di Schindler mettendo una pietra sulla sua lapide, ogni pietra su quella lapide è una lacrima che scende......

( VOTO : 9 / 10 ) 

Schindler's List (1993) on IMDb


Questo post è parte dei festeggiamenti per lo Steven Spielberg day , l'omaggio da parte di un gruppo di bloggers in occasione del  compleanno numero 67 del regista. A questi festeggiamenti partecipano anche:
Aloha los pescadores
Cinquecentofilminsieme
Cooking Movies
Director's cult
Il Bollalmanacco di Cinema
Il Cinema Spiccio
Il giorno degli zombi
Ho voglia di cinema
In Central Perk
Life Functions Terminated
Movies Maniac
Non c'è Paragone
Pensieri Cannibali
Recensioni Ribelli
Scrivenny 2.0
The Obisidian Mirror
White Russian

Naturalmente leggere le recensioni di questi amici è IMPERATIVO! Buon Steven Spielberg day a tutti!!1

Minggu, 17 November 2013

Jobs ( 2013 )

Vita e opere di Steve Jobs, guru e cofondatore della Apple , dagli inizi della sua attività imprenditoriale appena finiti gli studi universitari( mai portati a termine in realtà)  fino al successo mondiale delle sue idee, del suo distinguersi dalla massa per commercializzare prodotti diversi dagli altri per caratteristiche ma anche per estetica.
Poco spazio alla compilazione storicistica della sua vita in compenso ci si concentra sull'uomo e sul suo carattere spigoloso, ruvido ma rischiarato da lampi di pura genalità.
E' un biopic abbastanza sui generis questo Jobs perchè gli avvenimenti della sua vita non assumono un'importanza così centrale nella narrazione.
Quello che è importato al regista Joshua Michael Stern e al suo sceneggiatore Matt Whiteley ( al suo esordio) è stato di consegnare al pubblico un ritratto privato di un uomo guardando soprattutto ai coni d'ombra dei suoi rapporti interpersonali, piuttosto problematici per usare un eufemismo.
Si sfugge certo al rischio che poteva esserci di fabbricare un'agiografia ad uso istantaneo di una delle figure decisive nel progresso tecnologico di questi ultimi anni, un uomo con delle idee rivoluzionarie e geniali, ma alla fine per uno che non sa bene chi fosse in realtà Steve Jobs , questo biopic aiuta ben poco perchè è molto, forse troppo parziale.
In Jobs intuiamo l'uomo dietro il genio ma ne arriviamo a sapere ben poco, non riusciamo in realtà a capire quale sia la portata delle sue idee rivoluzionarie. Vediamo una specie di dittatore barbudo ( almeno nella prima parte) che guida un gruppo di geni dell'informatica a fare il lavoro sporco, a sviluppare la sua idea, ma in realtà lui non sembra avere parte attiva nella realizzazione del suo progetto.
E' sua l'ideazione e il marketing, il resto lo fanno gli altri.
Vediamo una sfilza di consigli di amministrazione che spostano pedine e obiettivi e lui che fatica a stargli dietro perchè vuole essere sempre avanti.
Un uomo solo al comando.
Anche quando viene estromesso da Apple e lo ritroviamo che , in pochi secondi di film , ha creato la NEXT computers e sposato per giunta.
Basta questo a definire Steve Jobs un genio dei nostri tempi?
Ecco, leggendo magari la pagina di Wikipedia si intuisce molto meglio chi fosse, vedendo solo il film assolutamente no.
E non basta neanche l'impegno di Ashton Kutcher, in una prova realmente di grande maturità, anche inaspettata da un attore "leggero" come lui, che arriva alla mimesi totale col personaggio, si vedano i dettagli della camminata particolare di Steve Jobs o il suo modo di gesticolare, magari un po' troppo sottolineati nel corso della pellicola.
Jobs non è un film da buttare via,è ottimamente confezionato, ma gli manca la scintilla che illuminava The Social Network in cui si comprendeva perfettamente la portata della rivoluzione portata da Zuckerberg.
E soprattutto gli manca quel filo di emozione che permette di apprezzare questo particolare genere di film,le biografie di donne e di uomini che ancora non sono scritte nei libri di storia e che forse non lo saranno mai.
Si comprimono e si omettono avvenimenti forse fondamentali per capire meglio chi fosse Steve Jobs nel tentativo di fornirne un ritratto originale, di far intravedere il dietro le quinte.
Ma in questo modo il biopic perde forza e significato.
Non aiuta neanche una regia senza grossi lampi di genio.
Gli stessi che hanno illuminato la vita di Steven Paul Jobs.

( VOTO : 6 / 10 ) 

Jobs (2013) on IMDb

Kamis, 10 Oktober 2013

The Grandmaster ( 2013 )

Storia della gloriosa tradizione del kung fu a Foshian, della lotta per il predominio delle varie scuole di pensiero riguardo a questa arte marziale con protagonista Yip Man, diventato famosissimo anche in occidente per essere stato il maestro di Bruce Lee.
Yip è scelto per succedere a Gong Baosen, colui che era stato capace di unire le scuole di kung fu del nord e del sud della Cina ma viene contrastato da sua figlia Gong Er che lo sfida in un memorabile duello. Ma è anche la storia dell'amore impossibile tra Gong Er e Yip sullo sfondo di avvenimenti storici tellurici come l'invasione giapponese, la Seconda Guerra Mondiale e la rivoluzione maoista. 
Avvenimenti a cui la scuola di Yip Man cerca orgogliosamente di sopravvivere.
The Grandmaster è un progetto travagliatissimo che ha subito vari rimaneggiamenti nel corso dei due anni e oltre di lavorazione. Un film che a un primo montaggio durava oltre quattro ore e che poi successivamente è stato ridotto ai circa 130 minuti della versione finale.
E di questo il risultato finale in parte ne risente perchè il film risulta compresso , quasi criptico in certi passaggi, e ciò è dovuto anche alla grande quantità di personaggi in campo.
La domanda che mi sono fatto approcciandomi a questo film è stata: ma che c'entra uno come Wong Kar Wai con un film di kung fu?
Soprattutto perchè ho ancora negli occhi l'altra biografia romanzato del maestro Yip Man ( Ip Man) che dava molto spazio alle arti marziali ma anche alla storia e a un sentimento di appartenenza patriottico.
Tematiche per quanto mi riguarda del tutto estranee al cinema di Wong Kar Wai.
E infatti...The Grandmaster non è un film incentrato solamente sulle arti marziali anche se contiene una delle più belle scene di combattimento mai viste al cinema, una sequenza sparata in faccia allo spettatore subito, all'inizio, un lunga, lunga lotta sotto la pioggia che cade con i corpi fluttuanti dei protagonisti che sembrano acquisire quasi spessore tridimensionale nelle loro movenze flessuose e decise con una macchina da presa mobilissima ma mai confusionaria che sembra quasi aliena alla concitazione dello scontro fisico ma che plasticamente accarezza corpi e traiettorie in un crescendo di intensità a cui è praticamente impossibile resistere.
Ma nel raccontare ( alla sua maniera ) la vita di Yip,  Wong Kar Wai  divaga e narra quello che più gli preme e non sono certo i duelli. Il maestro sembra molto più interessato a esplicare al meglio la propria idea di cinema che ad aderire agli avvenimenti in un kolossal che , accanto alle indubbie qualità figurative, mai stucchevoli ma pericolosamente vicine alla maniera perchè la regia di Kar Wai non risparmia finezze di ogni tipo coadiuvata da una fotografia magnifica, mostra il meglio di sè quando deve far emergere la relazione tra Gong Er e Yip Man, il classico amore impossibile raccontato come di consueto magnificamente dal regista cinese.
E' qui che emerge potente la grandezza del suo cinema, in quegli sguardi carichi d'amore e di infelicità, tra la speranza e l'amarezza.
Wong Kar Wai sembra quasi disinteressarsi a raccontare la Cina e la storia del '900,a mitizzare la figura di Yip come succedeva nell'altro film. E' preso dalla propria idea di cinema , nel proseguire coerentemente il proprio discorso artistico .
The Grandmaster è un affresco freddo e a tratti autocompiaciuto ma è illuminato da flash di bellezza accecante che guarda il caso coincidono quando viene fuori l'anima lacerata del melò che percorre trasversalmente il film come un sottilissimo fil rouge, quasi invisibile ma di cui si avverte sempre la presenza.
E nei duetti tra Tony Leung e la bellissima Zhang Zy yi ( attori magnifici) sta il meglio di tutto il film.
Dopo la controversa trasferta americana di Un bacio romantico , Wong Kar Wai torna ai suoi fasti con un film magari non all'altezza dei suoi film migliori ma assolutamente degno di nota nell'asfittico panorama cinematografico moderno.
Il problema è che In the mood for love  riusciva a spezzare cuori con un solo sguardo e The Grandmaster non riesce con il suo afflato epico a far dimenticare neanche per un attimo la grandezza di quel film....

( VOTO : 7 / 10 ) 

The Grandmaster (2013) on IMDb

Kamis, 26 September 2013

Rush ( 2013 )

L'accesa rivalità tra il pilota austriaco Niki Lauda e l'inglese James Hunt lungo i circuiti di mezzo mondo dalla Formula 3 fino alla Formula uno. Più che due nemici, due diversi modi di interpretare lo sport e la vita, due diverse filosofie che si scontreranno sempre e comunque. Soprattutto nel campionato mondiale di Formula Uno del 1976, anno del grave incidente a Lauda, un incidente che lo lascerà sfigurato a causa delle ustioni riportate e del suo ritorno alle corse dopo soli 42 giorni con le bende ancora fresche e le ferite sanguinanti solo per cercare di impedire la vittoria finale al rivale. Fino a quel Gran Premio del Giappone e al "gran rifiuto" di Lauda che non se la sente di correre in condizioni così' pericolose....
Pur non essendo una grande appassionato di Formula Uno ho dei ricordi abbastanza netti sulle figure del circus di quegli anni: ricordo Lauda e il suo incidente, la figura quasi paciosa di Regazzoni e tante altre figure che hanno travalicato il ruolo del semplice pilota di macchine da corsa per arrivare a lambire il mito, quali Gilles Villenueve o Ayrton Senna ( dei suoi duelli con Alain Prost il ricordo è assai vivido e dopo aver visto Rush sembra quasi che siano semplicemente una riproposizione con altri interpreti, forse anche migliori,  della rivalità Lauda/Hunt).
Di Hunt il ricordo è invece assai sfocato: ha avuto più il physique du role della meteora con quell'unico campionato mondiale vinto e quel suo essere così sfacciatamente libertino.
Ero quindi molto curioso di vedere Rush giusto per vedere come il classico regista hollywoodiano ( e al giorno d'oggi Ron Howard è il più classico dei registi hollywoodiani) trattasse una mitologia squisitamente europea come quella della Formula Uno, sport che negli USA non ha mai sfondato a livello mediatico e di pubblico.
A scanso di equivoci c'è da dire subito che Rush è un buon film: confezionato alla grandissima con una ricostruzione degli anni '70 che quasi mozza il fiato, fotografato benissimo, recitato in maniera ottimale da due attori che, seppur antropometricamente poco adatti ( sono degli omaccioni a confronto degli scriccioli che erano e sono i piloti di Formula Uno), cercano di mimetizzarsi all'interno dei loro personaggi proprio per rievocare la mitologia di quegli anni e con una sceneggiatura, scritta dall'inglesissimo Peter Morgan che complessivamente funziona, accattivante e appassionante nei momenti giusti.
Siamo però ben lontani da qualcosa di epico, qualcosa che ci spieghi veramente l'aria che si respirava in quegli anni in quanto Rush presenta tutti i pregi e i difetti del cinema hollywoodiano.
Perfetto dal punto di vista formale ma assolutamente privo del pathos che si conviene e questo perchè al di là dell'Oceano hanno sempre la tendenza a ritenere lo spettatore molto meno intelligente di quello che è, appiattendo personaggi e vicende in modo da renderle comprensibili il più possibile al grande pubblico.
In questo il disegno dei protagonisti è abbastanza manicheo: da una parte abbiamo lo sfacciato edonista, tutto fumo, alcool, donne e acceleratore sempre premuto a tavoletta, costi quel che costi e dall'altra parte abbiamo una specie di ragioniere delle quattro ruote, freddissimo, calcolatore, tutto casa e officina che dopo l'incidente diventa una specie di Freddie Krueger ad alto numero di ottani e che non se la sente più di rischiare la vita per un semplice Gran Premio di Formula Uno.
Personaggi disegnati in modo se vogliamo grossolano proprio per evidenziare il loro essere opposti e contrari in tutto e per tutto e per creare a tavolino una rivalità probabilmente molto più accesa di quanto fosse in realtà. Lauda e Hunt non erano nemici: erano solo due interpreti diametralmente opposti dello sport che praticavano, in fondo sentivano la solidarietà tra colleghi e forse anche qualcosa in più perchè in un mondo in cui di amici veri ce ne sono pochi, l'uno era il punto di riferimento dell'altro, anche solo per andare più veloce con la macchina per semplice spirito competitivo.
Perchè il rispetto tra i due era qualcosa di ben tangibile.
A Ron Howard non interessa la corsa, interessano gli uomini che sono dentro quelle bare con le ruote, cercare di capire il perchè rischiano la vita ad ogni corsa, che cosa li spinge a fare quello, cerca di individuare l'adrenalina che gonfia il cuore e fa scorrere il sangue nelle vene di questi piloti che si votano volontariamente a un possibile martirio nel bel mezzo della pista.
Perchè all'epoca la Formula Uno uccideva e anche parecchio.
Il problema di Howard è che non riesce ad arrivare a tutto questo, come quasi sempre gli è successo in tutta la sua carriera, perchè pur prediligendo uno stile che più classico non si può , la sua statura registica è nettamente inferiore a quella dei grandi della Settima Arte.
Howard si ferma alla superficie, confeziona un film impeccabile che però arriva più agli occhi e al cervello che non al cuore, mette al centro due personaggi a loro modo esplicativi di quel mondo e li racconta a modo suo con tutti i pregi e i limiti del cinema hollywoodiano odierno.
L'immagine che ho del Niki Lauda di quegli anni non è tanto il suo volto sfigurato quanto quegli incisivi molto sporgenti e quel suo strano modo di sorridere, un ghigno più che un sorriso.
Ron Howard mi ha tolto anche questo ricordo.
Anche se mi ha regalato nel finale le immagini vere di Hunt e Lauda , un vero tuffo al cuore.
Ecco , forse si....tardi, ma l'emozione alla fine, è proprio il caso di dirlo, è arrivata....

( VOTO : 7 / 10 ) 

Rush (2013) on IMDb

Kamis, 15 Agustus 2013

The fighter ( 2010 )

Dickie è un ex pugile che ha avuto l'occasione della vita: nientepopodimeno che sfidare Sugar Ray Leonard, Poi è stato ingoiato dal nulla, dalle dipendenze ed è diventato poco più di una larva umana. Ma ha un'altra occasione: quella di allenare il fratellastro Mickey ad arrivare fin dove lui non è mai arrivato. Deve tenere alto il nome della famiglia e di Lowell, cittadina pulciosa nel buco del culo del Massachussetts.
The fighter appartiene a un genere di difficile catalogazione se proprio non possiamo fare a meno di catalogarlo. Superficialmente si dirà che è un film di genere sportivo visto che racconta la storia di un pugile e della strada percorsa per arrivare al titolo mondiale.
Però non credo che sia così perchè di questo viaggio verso il tetto del mondo interessa poco la meta ma interessano parecchio il perocrso e tutte le tappe intermedie.
Allora che cosa è? Un dramma familiare? Ecco a mio parere siamo già più vicini: nel film viene narrata la storia di due fratelli solo per parte di madre,Mickey Ward e Dicky Eklund, che si ritrovano a essere le due facce della stessa medaglia.
Dicky,  il più vecchio, ha avuto la sua occasione, ha mandato addirittura al tappeto il mitico Sugar Ray Leonard in un combattimento comunque perso, ma è stato fagocitato dal mondo degli abusi e delle dipendenze diventando una specie di larva che fugge a cadenze regolari dall'ambiente familiare.
E assapora anche la vita della patrie galere.
Mickey, il più giovane, benchè frenato dalla madre/padrona che comunque ha sempre preferito sempre Dicky e letteralmente castrato dall'ambiente familiare che lo circonda,  riesce ad acquisire consapevolezza dei propri mezzi solo quando si mette assieme a Charlene che lo convince a recidere quel maledetto cordone ombelicale che lo ha sempre soffocato.
The fighter comunque non è solo un dramma familiare: è anche la fotografia impietosa di Lowell, Massachussets, degradato sobborgo dormitorio che si culla nel ricordo del combattimento per il mondiale di Dicky e che non offre nulla ai suoi abitanti tranne che un bar in cui bere per dimenticare.
Tra un Rocky,senza averne la retorica invadente e un Toro Scatenato senza averne il guizzo semidocumentaristico,il film dell'altrove anonimo Russell , si segnala per una progressione drammaturgica d'impatto, riuscendo a regalare emozioni che non sono solo quelle facili ricavate dalla vittoria a caro prezzo sul ring.

Sono quelle dei rapporti familiari che finalmente cambiano, sono quelle del tempo della fratellanza e della comprensione.
Il combattimento metaforico  dei due fratelli termina allorchè Mickey riesce ad uscire dall'ombra di Dicky e quest'ultimo finalmente comprende che è venuto il momento dell'altro per stare sotto i riflettori.
E con lui lo capiscono la madre  e le improponibili sorelle.
The fighter lascia molto più spazio a quello che succede attorno al ring che al ring stesso.
E'un film sull'occasione della vita che finalmente può essere sfruttata.
Monumentale come al solito la prova mimetica di Bale che porta sempre al limite il suo fisico per entrare meglio nella parte, riuscendo anche a rubare in più di un'occasione la scena a Wahlberg che di questo film dovrebbe essere il protagonista. 
Eccellenti i comprimari a partire da un'inedita Melissa Leo, inacidita dagli anni e forse dall'improbabile tintura bionda del baldacchino che si porta sopra la testa, fino ad arrivare a una carnosa Amy Adams che ha salutato ormai i tempi in cui faceva la principessa senza macchia per Disney.
The fighter, film dalla genesi assai travagliata, si rivela una scommessa vinta.
E' la vittoria del sogno sulla brutta realtà che lo circonda.
Per una volta ci piace che sia così.

( VOTO : 8 / 10 ) 


The Fighter (2010) on IMDb

Senin, 05 Agustus 2013

The social network ( 2010 )

La nascita di Facebook dalla mente di un ragazzino di Harvard che , rubacchiando idee e suggestioni a destra e a manca mette a punto una macchina da soldi perfetta e inattaccabile. Ma il passato torna a farsi sentire sotto forma dei due bambocci che gli avevano commissionato un lavoretto. Quel lavoretto che poi Mr Mark Zuckerberg ha trasformato nella fonte del suo successo e della sua ricchezza. Talmente ricco che riesce a mettere a tacere tutto a suon di milioncini di dollari.
Che volete che siano per uno come lui che alla soglia dei 30 anni ragiona ormai solo con numeri a nove cifre?
Mark Zuckerberg è uno stronzo.
O almeno ostenta di esserlo come gli dice l'avvocato nella parte finale del film.
E'un nerd ad Harvard. 
Uno che conduce una vita di nerd.
Cervello superiore alla media dei suoi conoscenti, savoir faire non esattamente allo stesso livello (e si nota subito nei primi minuti di film quando è impegnato in un colloquio serratissimo con la sua ragazza che ci mette pochissimo a diventare sua ex), una pericolosa tendenza ad usare tutto quello che trova a portata di intelletto. Non mangia, non dorme, beve solo e nelle due stanze in cui vive c'è un affollamento di computer superiore a quello di calzini.
E i vari compagni di stanza tra loro invece che comunicare a voce si scrivono mail anche se sono all'interno della stessa stanza.
E'questo avere il computer sempre con sè come una seconda pelle che costituisce lo scarto più evidente tra la realtà di questo genio informatico e tutto quello che lo circonda. Vive attraverso lo schermo del suo computer che si trasforma nei suoi occhi e nelle sue orecchie, una protesi insomma.
La sua è una visione in differita, mediata dagli strumenti che usa. 
Ecco che allora Facebook il social network che ha inventato dopo qualche tentativo su scala più ristretta si tramuta in un anti-social network. Cresce il numero di amici e di contatti nel proprio account e scendono allo stesso tempo le occasioni per incontrare persone vere.
Il social network diventa l'ultimo estremo mezzo di comunicazione: tra gioco, anelito di socialità e sopravvivenza si instaura una relazione matematica tra amici di Facebook e amici reali.
Una relazione di proporzione inversa: le persone che vantano la lista più lunga di amici nel loro account sono anche quelle che hanno meno contatti con la vita reale. Vivono, respirano attraverso lo schermo e la tastiera che diventano il cuore ,il cervello e i polmoni di un utente che preferisce essere nascosto dietro una barriera.

Il film di Fincher è un film che ti assale con un uragano di parole ma la stantia verbosità non abita qui.
La regia nervosa con scelte di montaggio ardite fa quasi dimenticare l'ambientazione claustrofobica e ci regala un ritratto realistico di quello che è successo al giovane Zuckerberg e ai suoi amici.
Ci sono necessari aggiustamenti, sintesi, coni d'ombra come è giusto che sia, oltre al taglio di alcune parti ma la sostanza è immutata.
Questo giovanotto che è molto più intelligente di quello che sembra parte con le pezze al culo e si trova a capo di una società fabbricasoldi che vale appena 25 miliardi di dollari, dollaro più , dollaro meno.
E non ha neanche 30 anni, il signorino.
Magari persi nel ritmo vertiginoso conferito al film non si afferrano tutti gli algoritmi e qualche passaggio tecnico può pure sfuggire ma quello che si capisce basta per dare un taglio inquietante alla materia narrativa tuttora in evoluzione.
Facebook è un fenomeno contemporaneo in continua trasformazione, un network più antisocial che social perchè tra di loro le persone hanno sempre una barriera innalzata e praticamente invalicabile.
Non avrò capito tutto ma almeno una cosa l'ho stabilita:prima o poi cancellerò il mio account su FB...

( VOTO : 7,5 / 10 ) 


The Social Network (2010) on IMDb

Senin, 08 Juli 2013

Behind the candelabra ( 2013 )

Scott , orfano e aspirante veterinario un giorno viene portato dal suo amico Bob allo spettacolo di Lee Liberace, pianista estroso sia dal punto di vista tecnico che comportamentale. Tra i due è attrazione fisica e comincia una convivenza non sempre facile in cui Scott è risucchiato nel mondo lustrini e pailettes di Lee,schifosamente ricco e capace di donare al mondo che lo circonda il proprio tocco irrimediabilmente kitsch. Per compiacere il suo mentore, Scott si sottopone a diete massacranti e operazioni di chirurgia plastica. Cade anche nell'abisso della droga e questo, oltre al libertinaggio esibito di Lee, condurrà a rapida fine la loro storia di convivenza. Il ragazzotto tornerà nel mondo reale con un pugno di mosche in mano e Lee  continuerà a fare spettacoli con il candelabro sul pianoforte e il belloccio di turno che lo aspetta a casa.
Lee Liberace è un personaggio di cui, fino all'avvenuta visione di questo film per la tv targato HBO ( formalmente televisivo perchè non prodotto da alcuna casa cinematografica rifiutato forse per la sua gaytudine non nascosta, ma di fatto cinema vero e proprio), ignoravo l'esistenza.
Un personaggio eccentrico , sopra le righe, pianista che in vita ha sempre cercato di nascondere il suo essere omosessuale al punto di far causa, vincendola, a un giornalista inglese che lo aveva definito gay, oppure anche di pubblicare una specie di autobiografia romanzata stracolma di cumuli di falsità su quello che è accaduto veramente nella sua vita.
Per quello che possiamo desumere dal film, che è tratto da un libro scritto da Scott Thorson, quindi non esattamente da uno sopra le parti , Lee era un uomo schiavo del suo ego, che quasi si nascondeva dietro le sue enormi ricchezze con cui aveva creato una specie di mondo alternativo in cui vivere l'amore con lo Scott di turno quasi circondato da un alone di fiaba, un uomo però fondamentalmente solo e prigioniero dell'esteriorità.
Quello che ci viene mostrato è il lato privato di una celebrità sulla cresta dell'onda, un dio del pianoforte che faceva sempre il tutto esaurito ai suoi concerti, capace di farsi fare un cappotto di pelliccia di volpe con uno strascico lungo cinque metri, uno che suonò anche alla cerimonia degli Oscar del 1981.
E questa prospettiva non è troppo accomodante con  Liberace: uno che ha sempre nascosto la sua omosessualità in vita viene "denudato" in pubblico dal film di Soderbergh e dalla sceneggiatura ricchissima di avvenimenti ( forse anche un po' troppo compressa ) di Richard LaGravenese , uno che sa decisamente il fatto suo.
Behind the candelabra ( titolo allusivo alla volontà di raccontare il lato nascosto di Liberace e allo stesso tempo mutuato dall'abitudine di suonare sempre con un candelabro sul pianoforte) è un film che appiattisce la distanza tra cinema e televisione, che fa capire , se ce ne fosse stato ancora bisogno di come la tv americana sia sempre anni luce avanti al nostro concetto "povero" di fiction.
Straordinario il Liberace interpretato da Douglas, affabulatore, meschino e anche un po' patetico nella sua solitudine, tutti registri modulati alla perfezione da un attore che non avrei mai sospettato ritornasse a certi livelli, notevole anche il Matt Damon versione manzo biondo, assolutamente esilarante la prova di Rob Lowe nella parte di uno strafattissimo chirurgo plastico e magnifico anche Dan Aykroyd nella parte del manager di Lee.
Visto a Cannes in concorso nel 2013, la sua uscita in Italia è schedulata per il 19 dicembre.
Sempre se non sia ritenuto troppo gay per il pubblico natalizio.

( VOTO : 7+ / 10 )


  Behind the Candelabra (2013) on IMDb

Jumat, 05 Juli 2013

Il mio piede sinistro ( 1989 )

La storia vera di Christy Brown affetto da paralisi cerebrale che non gli permette di muoversi , nè di parlare. Nonostante questo è trattato con grande affetto dalla sua numerosissima famiglia, di modeste condizioni economiche ma con un cuore grande così. Un bel giorno Christy ruba un gessetto alla sorella e con il suo piede sinistro scrive la parola " MAMMA".Non è un minorato mentale come tutti credevano fino a quel momento, ha solo un modo diverso di esprimersi.Comunica col mondo che lo circonda solo attraverso il suo piede sinistro. Grazie all'aiuto di una dottoressa e a delle terapie riuscirà anche a parlare e intanto verrà fuori il suo straordinario talento di pittore,scrittore e poeta.
Vidi questo film poco dopo la sua uscita e all'epoca non sapevo minimamente chi fosse Daniel Day Lewis o Jim Sheridan ( qui alla sua opera prima) regista che regalato un paio di  film per me molto importanti in quel periodo, dalla bellissima tragedia rurale de Il campo, purtroppo una pellicola che non ha avuto le fortune che probabilmente meritava, al celeberrimo Nel nome del padre, forse il suo più bello.
Ignoravo anche chi fosse Christy Brown per cui non avevo idea di che cosa mi stessi apprestando a vedere.
Eppure quel film allora come ora , rivisto a distanza di tanti anni, mi ha colpito sempre nel profondo.
Credo che non ci sia condanna più grave di quella di non riuscire a comunicare col mondo che ci circonda, una cosa esplorata prima del film di Sheridan da capisaldi della mia filmografia come Anna dei miracoli e ..E Johnny prese il fucile e poi dopo anche da Lo scafandro e la farfalla.
Sentirsi lì in mezzo agli altri , capire quello che dicono gli altri eppure non riuscire a farsi sentire, a far comprendere le proprie esigenze, il proprio anelito di libertà.
Quando arriva la possibilità di comunicare , poi arriva tutto. E la vita di Christy Brown, segnata dalla povertà ma comunque sempre dalla dignità , è la storia di un ragazzino che nella sua sfortuna è stato fortunato perchè mai escluso dagli altri componenti della famiglia, anzi protetto e coccolato più degli altri.
Sheridan avrebbe potuto impostare la storia di Christy Brown sul pietismo usando come maglio perforante la retorica della lacrima facile e invece ne sta ben lontano.
Il mio piede sinistro è la storia di un'evasione dal proprio corpo, più o meno una prigione .
In realtà c'è ben poco da raccontare riguardo Il mio piede sinistro , spaccato di vita irlandese a cavallo della Seconda Guerra Mondiale a volte realistico , a volte incline al fiabesco.
E questo perchè il tutto viene oscurato dall'incredibile performance di Daniel Day Lewis. Vederlo recitarlo in maniera così fisica, eppure da fermo, è qualcosa che fa veramente soffrire. E gli si perdona anche qualche eccesso di gigionismo sfrenato ( tipo la scena del ristorante in cui confessa alla sua dottoressa di amarla e lei gli confessa che a breve sposerà un altro) perchè da solo riempie tutta la scena e lascia traccia di sè anche quando in scena non c'è.
Ed è parimenti bravo l'allora tredicenne  Hugh O' Connor, nella parte di Christy Brown da bambino, che è veramente commovente in una prova di alta acrobazia recitativa in cui sarebbe stato facile scivolare in modo irrimediabile nella caricatura e nel ridicolo , seppur involontario.
Sheridan non lesina neanche particolari sgradevoli su Christy Brown, la sua irascibilità o il suo amore un po' troppo spassionato per il whisky e forse per questo riesce a organizzare un dramma morale solido e credibile che sfugge i dettami dell'agiografia.
Con questo film è nata una stella.Anzi due.
Oscar a Daniel Day Lewis e all'eccellente Brenda Fricker nella parte della madre.

( VOTO : 8 / 10 )


My Left Foot (1989) on IMDb