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Senin, 03 Maret 2014

La grande bellezza ( 2013 )

Jep Gambardella è un giornalista che in gioventù ha dato alle stampe un romanzo, " L'apparato umano" , che aveva lasciato intravedere ottime doti da scrittore.Però la dolce vita romana invece di farlo proseguire in una magari brillante carriera da scrittore lo ha ingoiato per decenni in un gorgo di feste inutili, incontri con il jet set romano e un vuoto esistenziale che lo ha accompagnato sempre da presso.
Ora Jep ha 65 anni ed è un'ottima occasione per guardarsi indietro, a quello che (non) è stata la sua vita e al suo vagheggiare della grande bellezza, persa ormai da tempo, che coincide con un amore di gioventù che ancora giace lì ,incontaminato , a scaldare un po' il suo cuore avvizzito dagli anni....
Da buon ultimo arrivo a parlare del film di Paolo Sorrentino che dopo quindici anni ha riportato in Italia l'ambitissima statuetta di nome Oscar. Una vittoria annunciata quanto si vuole, con Paolo che da buon napoletano scaramanticamente evitava di toccare l'argomento vittoria, ma finchè lo zio Oscar non è stato in mano a Sorrentino, tutto poteva ancora succedere.
E tralasciamo anche quell'inglese che ha fatto apparire come fine dicitore oxfordiano anche il Rutelli di quello spot in cui accorato diceva " Please ...visit Italy..."
Parliamo solo del film che ha , tra gli altri, il merito indiscusso di far uscire il nostro cinema da quel triste e un po' bieco provincialismo in cui era scivolato ultimamente, incapace di rischiare in nuovi autori e cristallizzato, per non dire mummificato , nella proposizione di un unico genere, la commedia e la più nazional popolare possibile. Ecco, detesto essere preso per imbecille dai distributori di cinema italiano, tutto deve essere semplificato al massimo e tutto perfettamente comprensibile, al grado zero di complicazione.
La grande bellezza in questo senso è un film ammirevole,  che coccola lo spettatore, lo invita a interagire e a non subire passivamente, lo prende per mano e lo porta a spasso in un mondo di macerie, quelle dei salottini romani fintoculturali in cui i vari invitati non fanno altro che spruzzarsi addosso generose dosi di veleno.
E Jep Gambardella è uno specialista in questo senso: fine osservatore, il carisma da gigante in un mondo di nani e ballerine, il suo magnetismo è amplificato dalla nullità che lo circonda, un mondo di monnezza vera e virtuale in cui l'egotismo del giornalista emerge prepotente e presuntuoso sia nelle feste a cui partecipa , sia nelle poche relazioni umane che coltiva, quella con il suo amico Romano, l'esegesi dello scrittore e artista fallito, e quella con la ballerina di strip club Ramona che sono perfette esemplificazioni del vuoto che circonda il protagonista e che è dentro di lui.
La grande bellezza è un film di zombie in cui Jep Gambardella sembra essere l'unico sopravvissuto , allorchè si immerge nella magnifica alba romana , in una silenziosa passeggiata sul lungo Tevere confondendosi nella luce del sole che si sta alzando sull'orizzonte e nel riflesso delle acque una volta cristalline.
Sorrentino con la sua regia a tratti virtuosistica e un filo presuntuosa ma adattissima a descrivere tale contesto, non racconta una storia organica , La grande bellezza non è come una di quelle canzoni da hit parade in cui alla strofa succede sempre il refrain che deve rimanere ben fisso in testa, è più che altro una lunga suite strumentale che disegna sensazioni, racconta sfumature d'animo, si cimenta nella difficile arte di visualizzare ciò che visualizzabile non è: il vuoto interiore che attanaglia il protagonista arrivato a un punto nella sua vita in cui è normale guardare indietro a ciò che si è fatto e tirare le somme, ma anche quello che lo circonda, quello delle notti romane che gli hanno fatto perdere la grazia dei giorni della sua ormai passata giovinezza.
Tra preziose suggestioni felliniane ( tra La dolce vita e Roma passando per 8 e 1/2 ) echi de La terrazza di Scola e forse qualche autocitazione di troppo ( Il divo ) La grande bellezza è un film visivamente ricchissimo che procede spedito tra immagini di bellezza inaudita , sprazzi di velenoso cinismo ( un cult la disamina di Jep della vita della sua amica, scrittrice raccomandata e miracolata di una certa classe politica ) e immersioni nella spazzatura totale di feste in cui la Carrà viene mixata da Bob Sinclar , cioè aggiungendo trash al trash, una sorta di monnezza musicale al quadrato.
Toni Servillo è immenso, lancia le sue battute con noncuranza disegnando un personaggio che rimarrà negli annali della storia del cinema italiano, Verdone dà libero sfogo alla sua vena di patetismo mai esplorata a fondo nei suoi film mentre la Ferilli si mette generosamente a nudo, sia fisicamente che metaforicamente.
E rimane anche negli occhi quella Serena Grandi che recita nella parte sformata di se stessa, ex icona erotica degli anni '80, ora caricatura boteriana che testimonia col proprio corpo lo sfacelo irrimediabile di una generazione.Ed è da ricordare pure il cardinale recitato dal sublime Herlitzka che è più a suo agio a parlare di cucina che di spiritualità, viisto che è costantemente oscurato dalla presenza di una sorta di suora mummificata, una madre Teresa di Calcutta decrepita e mostruosa, con la bocca marcia e che si contrappone al suo edonismo sfrenato.
E forse è proprio questo: il film di Sorrentino è il racconto del fallimento e dello sfinimento della generazione che va dai 50 ai 60 , una favola macabra in cui non c'è il vissero felici e contenti ma solo un qualcosa in gola che blocca quasi la respirazione.
E il calore gioioso del ricordo permette di vivere in mezzo alle macerie di cui sembra essere fatto il mondo di Jep Gambardella, unico vivo in un mondo di morti che hanno l'illusione di essere viventi.
Ma forse Jep è morto anche lui come tutti gli altri.
Ancora non lo sa, sospeso come è in un limbo da cui tutto vede senza quasi esser visto.
Perfino lui, con la sua aria di superiorità , sarà inghiottito da quell'abisso senza fondo in cui è scivolato.
Horror vacui.

( VOTO : 8 / 10 )  

The Great Beauty (2013) on IMDb

Jumat, 28 Februari 2014

Philomena ( 2013 )

Irlanda 1952: Philomena, adolescente, è incinta , è stata ripudiata dalla sua famiglia e viene accolta in un convento di suore che la fanno partorire, le danno da lavorare ( con orari disumani da schiave  ) e le permettono di vedere il figlio un'ora al giorno. Finchè un brutto giorno, lo danno in adozione, anzi per meglio dire lo cedono dietro pagamento di un corrispettivo in denaro, in poche parole lo vendono, a una ricca famiglia assieme a un'altra bambina.
Una terribile consuetudine ad opera di queste suore sedicenti timorate di Dio.
Nel 2002, quindi ben 50 anni dopo, Philomena ancora non si è rassegnata alla perdita del figlio e sta cercando in tutti i modi di trovarlo. E' aiutata nella ricerca da Martin, giornalista appena silurato dalla BBC per ragioni politiche , che cerca una storia forte da raccontare in un articolo per il suo direttore di giornale.
Le loro ricerche li porteranno in America e alla scoperta di un figlio mai conosciuto nonostante i depistaggi del convento che aveva accolto Philomena nei suoi anni dell'adolescenza.
E invece di un semplice articolo, Martin racconterà tutto in un libro. Un bestseller.
Philomena di Stephen Frears è tratto da un'incredibile storia vera raccontata da Martin Sixsmith nel libro " The lost child of Philomena Lee" a testimonianza che la realtà supera sempre la più fervida delle immaginazioni.
Partendo da una storia raccontata già in modo furente e indignato da Peter McMullan nel bellissimo Magdalene, uno di quei classici film che ti inducono lacrime di commozione e di rabbia una volta arrivati ai titoli di coda e anche ben oltre, Frears adotta un'altra prospettiva : quella del contrasto tra il fermamente ateo Martin e la credente convinta, nonostante tutto, Philomena Lee.
La pellicola si nutre soprattutto dei loro diversi modi di essere, della loro diversa estrazione sociale , della loro diversa identità culturale ( Martin scrive libri sulla storia russa, Philomena legge romanzetti rosa d'appendice ) ma soprattutto sul diverso grado di indignazione che hanno ponendosi alla ricerca del figlio perduto di lei.
Martin è furente con l'istituzione religiosa responsabile di brutture e depistaggi, Philomena è interessata solo a conoscere un figlio che non ha mai conosciuto fisicamente.
E quando appura l'impossibilità di farlo, è assalita dalla vera e propria brama di parlare con chi è stato a contatto con lui, per sapere veramente chi era il suo Anthony, per non farlo diventare semplicemente il Michael di qualche altra, come dice lei in un importante passaggio del film.
Tornato nella sua natia Inghilterra Frears  ritorna a dare il meglio di sè in un film dalla struttura narrativa semplice ma ricco di sfumature , di quelle increspature d'animo che nella sua carriera , perlomeno nei patri confini, è sempre riuscito a catturare con pragmatica maestria.
La sua regia non si concede mai voli pindarici ma la sua esperienza da narratore provetto permette di godersi appieno i duetti di una coppia di attori veramente affiatata: la Dench disegna un personaggio memorabile, uno sguardo luccicante su una vita piena di oscurità, una donna che pur limitata culturalmente riesce a dare un significato credibile al perdono cristiano ben più degli uomini di culto che incontra che teoricamente sono molto meglio attrezzati di lei a farlo, Coogan che il film lo ha cosceneggiato e prodotto è il suo brillantissimo antagonista , una voce del buon senso che ha le reazioni che avrebbe l'uomo comune di fronte a quello che è successo a Philomena.
Martin è la voce dell'indignazione, della voglia di urlare il proprio feroce dissenso in faccia a queste suore che nella loro vita hanno distrutto tante vite sotto l'egida della carità cristiana.
E non dimentichiamo che stiamo parlando della cattolicissima Irlanda.
Lei invece , dall'alto di un fede incrollabile mai venuta meno, è stata capace di perdonare.
Cristianamente.
Candidato a 4 premi Oscar da outsider ( Miglior film, miglior attrice protagonista, migliore sceneggiatura non originale, miglior commento musicale) Philomena è un film piccolo, intimista, struggente ma importante .
E' la rappresentazione visiva di una di quelle storie larger than life, la storia di un amore per un figlio perduto troppo presto e ritrovato troppo tardi.
Ma ciò basta per il cuore di una madre che non ha mai dimenticato i bellissimi momenti regalati dallo sguardo e dal sorriso di quel tenerissimo bambino.

( VOTO : 7,5 / 10 )

Philomena (2013) on IMDb

Kamis, 27 Februari 2014

Nebraska ( 2013 )

Woody, incamminato sulla strada della demenza senile dopo una vita di eccessi alcolici, è convinto di aver vinto un milione di dollari a una lotteria che in realtà è solo una mossa pubblicitaria. Si mette in testa di partire dal Montana per arrivare al Nebraska, sua terra di origine per ritirare la vincita. E il figlio David,desideroso solo di accondiscendere l'ultimo sogno di un vecchio a cui è rimasto forse poco da vivere, decide di accompagnarlo in auto facendo visita al fratello del padre  e fermandosi ad Hawthorne, loro paese natale, a 200 miglia da Lincoln, città in cui devono ritirare il premio. David scoprirà tante cose sul passato del padre, tanti vecchi amici e "nemici", tanti avvoltoi che gli staranno intorno perchè convinti che veramente Woody ha vinto quei soldi, ma soprattutto padre e figlio si arricchiranno entrambi di un rapporto che probabilmente non avevano mai avuto.
Ormai Alexander Payne ci ha preso gusto : ha deciso che il road movie è il suo genere.
Genere cinematografico però declinato alla sua maniera, sbilenca, laterale, i suoi sono film di viaggio fisico ma soprattutto esistenziale e Nebraska ne è ottimo esempio dopo A proposito di Schimidt, Sideways e Paradiso Amaro.
La storia del vecchio Woody ( un grandissimo Bruce Dern che si è portato a casa il premio per miglior attore protagonista a Cannes ed è candidato anche all'Oscar) è anche un perfido excursus nell'ipocrisia di rapporti familiari di facciata, un viaggio in un passato complesso e irrisolto in cui vengono fuori i suoi problemi di alcolismo e tutta una serie di cosucce sepolte in un passato rivangato anche non volendo.
E David è lì, premuroso, comprensivo eppure sorpreso dallo scoprire diversi lati del padre che non aveva mai conosciuto prima, si trova nelle condizioni di chi scopre, nascosto in soffitta, sepolto dalla polvere degli anni che sono trascorsi, un vecchio album di fotografie di famiglia di cui ignorava l'esistenza e si mette avidamente a sfogliarlo.
La fame di conoscere il passato del padre e della sua famiglia e di rimbalzo qualcosa sulla sua infanzia trascorsa in quel di Hawthorne, piccolo paesello del Nebraska in cui il tempo sembra si sia fermato è la molla che spinge David nell'accompagnare le scelte di un padre un po' assente ma deciso a ritirare quel premio, come se fosse l'ultima cosa da fare nella sua vita.
Hawthorne, Nebraska :tutto immutato e tutto immutabile, una popolazione fatta dai ragazzi di cinquanta anni prima ora diventati vecchi e senza alcun ricambio generazionale.
E anche quelli che sono giovani dal punto di vista strettamente anagrafico ( i cugini di David ) sono irrimediabilmente vecchi dentro, resi decrepiti da un luogo senza prospettive se non quella di vegetare sotto il portico della loro casa a trangugiare lattine di birra economica, riunirsi davanti alla tv a vedere la partita, o trascorrere tristerrime serate al pub cantando il karaoke, un divertimento da pensionati parecchio in là con gli anni.
Payne ha poi il gusto beffardo di disegnare personaggi al limite del grottesco, forse anche oltre ( vedi i succitati cugini di David, due manzi che definire limitati mentalmente è già un gran complimento) e di orchestrare una sarabanda di rapporti familiari in cui il veleno viene sparso a piene mani.
Paradigmatico il personaggio della moglie di Woody, madre di David, che li raggiunge a Hawthorne assieme all'altro figlio, e che si toglie energicamente dei sassolini nella scarpa , in realtà dei veri e propri macigni in barba a qualsiasi rispetto e correttezza politica e religiosa ( da collasso la scena al cimitero in cui commenta le gesta terrene di molti trapassati che conosceva).
Tra L'ultimo spettacolo e Una storia vera , Nebraska è un viaggio alla ricerca di se stessi e di una dimensione mai avuta prima.
Il tutto filtrato da un'aura nostalgica che qua e là regala dei tocchi di vera e propria poesia.
Payne si dimostra ancora una volta a suo agio nel road movie a bassa velocità , canta ancora una volta l'America che non sta mai in prima pagina, quella delle profonda provincia in cui si capita sempre per sbaglio e non per reale volontà.
Il Nebraska più che un dettaglio geografico diventa quasi un approdo mitologico per anime perdute, lo sfondo ideale per una ballata folk suonata con poche , ma decise pennellate di plettro su una chitarra acustica che intona una melodia malinconica.
Bruce Springsteen cantava il  Nebraska, ora anche Payne lo canta in un bianco e nero morbido e avvolgente, struggente allo sguardo.
Il Nebraska è ovunque e in nessun luogo.
O forse tutti noi abbiamo un pezzetto di Nebraska nel cuore.
Tutto sta a ritrovarlo....

( VOTO : 8 / 10 )

 Nebraska (2013) on IMDb

Minggu, 23 Februari 2014

12 anni schiavo ( 2013 )

Saratoga , New York 1841 : Solomon Northup è un violinista affermato, marito felice e padre di due bambini. Un giorno viene attirato da due tizi a Washington con la promessa di un buon ingaggio. Invece viene drogato e rapito, consegnato a un losco affarista che lo rivende , prima a un padrone abbastanza illuminato, il signor Ford che però ha come sottoposto il viscido Tibeats che lo odia senza mezzi termini e poi viene rivenduto allo psicopatico Epps, uno schiavista duro e spietato che vede i suoi negri solo come schiavi senza alcun diritto. Questo inferno sarà la vita di Solomon in attesa che qualcuno venga a liberarlo.E un giorno conosce un abolizionista, guarda caso di origine canadese.....
Continua il nostro viaggio all'interno della lista dei film che concorreranno all'Oscar nella ormai sempre più prossima notte dedicata.
E questo rischia di essere il più autorevole: 9 candidature e un tema importante, come quello dello schiavismo che è ancora una ferita aperta, una piaga ulcerata nell'ancora giovane storia americana.
Si sa di come agli americani piaccia tanto sbandierare la loro storia ai quattro venti e 12 anni schiavo di Steve McQueen, oltre che regista , videoartista di grande pregio, in questo senso è perfetto.
E' in grado di toccare le corde emotive più nascoste, di stimolare adeguatamente nervi scoperti, getta una luce inquietante su tutta la retorica nazionalista che sta alla base del cosiddetto Sogno Americano raccontando una storia vera che ha dell'incredibile.
Solomon Northup vive 12 anni di incubo in una nazione schiavista e razzista, arretrata dal punto di vista dei diritti civili e dell'ordinamento giudiziario, la sua vita da schiavo è un urlo accorato contro la piaga della discriminazione razziale, un qualcosa da trattare un po' come si fa con la polvere da nascondere sotto il tappeto.
Il punto è proprio questo: Steve McQueen non lascia proprio nulla all'immaginazione, lavora come sa fare lui sui corpi stavolta martirizzati dalla frusta che vi apre solchi sanguinanti come autostrade, disegnando però personaggi eccessivi in un senso o nell'altro.
12 anni schiavo è un film in cui tra il bianco e il nero non c'è alcuna tonalità di grigio: o si sta da una parte o dall'altra. O si è un bianco schiavista o si è un negro schiavo.
E gli unici fattori di perturbazione , guardacaso sembrano non appartenere allo stesso mondo in cui vivono Epps e Northup, l'alfa e l'omega di tutto il film, i due estremi che diventano due simboli di umanità e di disumanità.
In questo McQueen dimostra di essersi abbastanza appiattito sui dettami hollywoodiani: se il suo lavoro visuale è estremamente personale, la scrittura è semplificata, quasi deteriore,.un bignamino ad uso e consumo del grosso pubblico che dovrà indignarsi e uscire dalla sala con le lacrime agli occhi, di rabbia e di commozione.
Un po' troppo didascalismo per far tracimare l'impegno civile di una pellicola come questa in cui tutto deve essere a vista, una sorta di open space in cui tutto dovrà essere perfettamente comprensibile alla vulgata cinematografica che poi assegnerà gli Oscar.
Il primo film hollywoodiano del britannico, nero, McQueen , rischia di averci fatto perdere un talento che aveva soggiogato e fatto girare la testa a molti con film come Hunger e Shame, film indubbiamente più astratti e cerebrali di questo 12 anni schiavo che risulta a conti fatti  quasi una semplificazione del lavoro di un regista che arrivato ad Hollywood per imporre il suo stile se ne torna a casa magari con la saccoccia piena di premi ma levigato nel suo modo di fare cinema altrove senza compromessi.
Eccellente il comparto attoriale che vede un protagonista come Ejiofor che lavora per sottrazione sul suo personaggio e un antagonista come Fassbender, la sua nemesi , che fa tutto l'opposto sovraccaricando il suo odioso personaggio, mentre fanno macchia i camei piuttosto insipidi di un Brad Pitt dalla barba caprina e di  Cumberbatch , nei panni del mite Ford ( uno dei personaggi meno spiegabili del film, gentile con i suoi schiavi ma allo stesso tempo incapace di rinunciare a loro....).
Insomma 12 anni schiavo è un film importante ma un filo deludente soprattutto per chi si aspettava da McQueen qualcosa di bello ed estremo.
Qui invece ci troviamo di fronte a un solido melodramma che lascia solo intuire le potenzialità di un regista che ha un talento come pochi.
Si riporterà a casa la sua bella vagonata di Oscar. Sperando che non abbia come al solito cannato il pronostico.
Durante i titoli di testa la bradipa mi fa sottovoce: "Ma di che parla, della storia di Kunta Kinte?"
E io " No, parla del fratello..." Lei un po' sospettosa che me ne stia uscendo con una delle mie solite cazzate un po' sostenuta mi dice " E chi sarebbe questo fratello?"
Sentendomi un po' come il George dell'immortale sitcom inglese George e Mildred le rispondo " Kunta Tore!"
E mi prendo subito il mio schiaffone d'ordinanza.....
Ecco con questa cosa vergognosa direi che per oggi la possiamo anche finire qui....

( VOTO : 6,5 / 10 ) 

12 Years a Slave (2013) on IMDb

Selasa, 18 Februari 2014

A proposito di Davis ( 2013 )

New York 1961: Llewin Davis è un cantante folk che sta cercando la strada per il successo. Faceva parte di un duo ma il suo socio si è suicidato e così lui adesso vegeta nel Greenwich Village, tra un locale e l'altro, passando la notte dove capita, ovvero facendo la conoscenza di divani di parenti, amici o semplici conoscenti. Ha l'occasione di un'audizione a Chicago e , armato del suo misero bagaglio e di un gatto rosso che è il suo unico , fedele compagno di sventura, ci arriva con mezzi di fortuna per scoprire l'amara verità: lui da solo non funziona e l'audizione si trasforma nell'ennesima occasione gettata al vento. Decide allora di imbarcarsi lavorando nella marina mercantile ma anche quella evidentemente non è la sua strada, c'è sempre qualcosa che gli si mette di traverso. Si ritrova quindi avvolto nel fumo dello stesso locale in cui lo abbiamo visto suonare all'inizio del film, un vero e proprio deja vù , ma anche l'ennesimo punto di partenza per il giovane Llewin.
Il Davis del titolo è un classico personaggio coeniano: un amabile loser, un perdente che fronteggia insuccessi in serie, uno che sembra avere la sindrome di Paolino Paperino , dice sempre la cosa sbagliata al momento sbagliato e soprattutto ha la specialità di scegliere sempre la strada sbagliata quando si trova di fronte a un bivio.
E la sua vita da spiantato di bivi ne è stracolma.
Il problema di questo film è che per apprezzarlo appieno bisogna empatizzare fortemente il personaggio di Llewin e nonostante , sia abbastanza facile parteggiare per un perdente come lui , dopo un po' quasi ci si ripensa perchè se errare umano , perseverare è diabolico e Llewin Davis persevera nel compiere errori, uno dietro l'altro.
Se non si riesce ad empatizzare il protagonista, metà del gradimento del film viene meno.
Inoltre occorre avere passione per la musica folk , diciamo per un folk alla Bob Dylan, che a vederlo sembra il nume tutelare del protagonista. Cosa non per tutti i palati perchè per un esibizione trascinante come quella di Mr Kennedy, una canzone che ti rimane in testa anche ben oltre i titoli di coda, ce ne sono altre che faticano a entrare subito nelle grazie dei padiglioni auricolari abituati a ben altre sonorità.
E poi c'è il gatto: una regola aurea, ma non scritta, del cinema , è quella di non fare film in cui ci sono animali che hanno un ruolo importante perchè si finisce sempre e comunque a fargli da spalla.
Ed è quello che succede al pur bravo Oscar Isaac che finisce in più di un'occasione oscurato dall'adorabile micio rosso che riempie la scena anche al posto suo.
Dal punto di vista della scrittura e della regia , possiamo considerare A proposito di Davis un punto di ripartenza ( ironia della sorte, combinazione voluta o meno ) per i Coen che, dopo l'incommentabile  sceneggiatura di  Gambit,  ritornano alle atmosfere di A serious man ( è un caso che anche lì'aleggiava la presenza di un gatto seppure immaginario nel paradosso di Schrodinger) richiamate in un finale che adombra una surreale ciclicità .
Siamo però lontani dalla poesia dei migliori film dei Coen, Llewin Davis non ha la statura dei migliori antieroi coeniani, è uno specialista in false partenze che quasi contagia chi viene a contatto con lui.
Se il personaggio di Llewin è scandagliato a dovere, i numerosi personaggi  in cui si imbatte sono figurine monodimensionali usa e getta che non colpiscono più di tanto ( anche una Carey Mulligan che cerca di mostrare la sua abilità canterina) in questo road movie fisico ma soprattutto esistenziale, un viaggio all'interno di un riccioluto cantante folk che cerca di trovare ostinatamente la strada del successo sbattendo continuamente il muso su ogni porta che gli viene sbattuta in faccia.
E non sempre i problemi si risolvono imbracciando una chitarra e cominciando a strimpellarne le corde....
Dai Coen ci si aspetta sempre il meglio e A proposito di Davis non è tra le loro cose più riuscite, anche se a tratti gradevole...

( VOTO : 6 / 10 )

  Inside Llewyn Davis (2013) on IMDb

Rabu, 12 Februari 2014

All is lost - Tutto è perduto ( 2013 )

Un uomo con il suo bel yachtino a vela durante un viaggio in solitaria nell'Oceano Indiano urta un container abbandonato che gli apre uno squarcio nella fiancata del suo natante.Comincia ad imbarcare acqua nonostante i suoi tentativi di riparazione e anche la furia degli elementi naturali lo costringerà ad abbandonare la barca per rifugiarsi sulla scialuppa di salvataggio in attesa che qualcuno passi di lì. Intanto lui continua a calcolare la rotta col sestante e ad aspettare che qualcuno finalmente lo salvi....
...E anche noi spettatori aspettiamo qualcuno che ci salvi.
Ma dovremo aspettare la bellezza di 105 minuti.
Lo confesso , più o meno a metà film facevo il tifo per una bella tempesta che si portasse via tutto o anche un bello squaletto affamato che trovasse succulenti i prosciutti garantiti da un Robert Redford in forma fisica smagliante , a cui comunque continuo a volerci un sacco di bene.
Ecco , penso che se al posto di un Redford ci fosse stato un guitto qualunque , avrei posto termine alla sua agonia ( e anche alla mia , al di qua dello schermo) molto prima degli oltre 100 minuti di durata.
Lui è carismatico, cazzuto ma è impossibile empatizzare con un personaggio come il suo che sa sempre che cosa fare, che non è mai assalito dallo sconforto, che trova sempre la soluzione a tutto e soprattutto non si riesce ad empatizzare quel cazzo di coltellino svizzero milleusi che tira fuori nei momenti clou del film e con cui riesce a fare tutto.
Il film di Chandor è una sfida estrema e a me normalmente piacciono i film estremi, ma stavolta qualcosa non va e queste parole suonano più o meno come un pietoso eufemismo.
Muovendosi con l'agilità di una balenottera azzurra tra Vita di Pi e Il vecchio e il mare, ma senza tigri di cartone o marlin indemoniati attaccati alla lenza.
Un uomo solo contro la furia degli elementi naturali e la tecnologia non è in grado di venirgli in aiuto.
Solo la speranza lo sorregge e un continuo aumentare la posta nel piatto per farsi individuare dalle navi di passaggio, enormi mostri acefali di metallo, senza occhi e senza orecchie.
Arriva a dare fuoco alla sua scialuppa di salvataggio per farsi individuare, come se facesse un all in a una partita di poker, o la va o la spacca.
E qui mi tocca spoilerare .INIZIO SPOILER INIZIO SPOILER INIZIO SPOILER INIZIO SPOILER
Quando la disperazione ha la meglio su di lui, quando Robertino nostro finalmente si lascia andare come un DiCaprio in là con gli anni che si lascia finalmente sopraffare dal freddo e dalla stanchezza dopo l'affondamento del Titanic, ecco Chandor osa quello che nemmeno James Cameron ha osato fare in Titanic.
Resuscita in pratica il suo protagonista che chissà perchè dopo aver chiuso gli occhi per abbandonarsi alla profondità dell'Oceano li riapre improvvisamente e comincia a nuotare come un invasato verso la superficie per abbarbicarsi a quella mano salvifica. Ma ...maffanghulo!!! FINE DELLO SPOILER FINE DELLO SPOILER FINE DELLO SPOILER.
E' curioso il fatto che un regista come Chandor parta da un film in cui le parole vengono usate come corpi contundenti ( il thriller sulla crisi economica Margin Call)  a un film in cui le poche parole che non siano smadonnamenti del protagonista, vengono spese all'inizio in un monologo recitato da una voce fuoricampo.
Riesce a girare una pellicola claustrofobica nel bel mezzo dell'immensità dell'Oceano Indiano , una vicenda in cui l'Uomo come entità deve affrontare la Natura  con tutti gli imprevisti che questo fronteggiarsi comporta.
All is lost - Tutto è perduto è un apologo sull'intelligenza dell'uomo e sulla sua capacità di vincere il Caso che lo ostacola a più riprese, anche in maniera bastarda.
Da voci non confermate pare che il container che sperona lo yacht di Robert Redford ha sfiorato la candidatura all'Oscar come miglior attore non protagonista.
Un po' come l'iceberg del Titanic.
Per dirla in termini critici seri posso affermare con tutta sicurezza che una martellata sui coglioni mi avrebbe fatto meno male.
Ecco , l'ho detto, scusatemi tutti voi che avete trovato in questo film sottotesti filosofici fondamentali che a me sno sfuggiti.
Lo so , sono una brutta persona e capisco poco o nulla di cinema.
Ora, dolorante posso andare al lavoro, magari cercherò su qualche catalogo un kit di testicoli di ricambio.

( VOTO : 3 / 10 ) 

All Is Lost (2013) on IMDb

Kamis, 06 Februari 2014

I segreti di Osage county ( 2013 )

Violet Weston è una donna anziana malata di tumore alla bocca che vive assieme al marito Beverly, accanito bevitore forse solo per fare da contrappeso alla dipendenza da farmaci della moglie  e a una domestica indiana che lei non vede di buon occhio. Un giorno lui scompare e le figlie arrivano in Oklahoma per aiutare la madre e scoprire che fine abbia fatto il padre il quale è morto misteriosamente durante una gita in barca, forse suicida.Inevitabilmente si ritorna al passato e si aprono squarci inquietanti sul presente con Violet che maltratta tutto e tutti provocando la fuga delle figlie. Rimane sola con la domestica indiana assunta dal marito mentre le figlie, ognuna con i suoi problemi ritorneranno alle rispettive vite....
I segreti di Osage County, tratto dalla piece teatrale( e si vede ) August: Osage County di Tracy Letts fa parte di quel genere teatral-cinematografico sui parenti/serpenti che a me personalmente non garba poi tanto.
I soliti veleni spruzzati per ogni dove, i consueti colpi di scena per animare il tutto  e qui ce ne sono di pesanti e forse anche di poco credibili, tipo la storia di Little Charles che ricorda tanto gli occupanti del condominio di Merlose Place in cui tutti andavano a letto con tutti in ogni combinazione possibile ed erano tutti contenti anche del palco di corna che si ritrovavano in mezzo alla fronte.
Per esempio per quanto riguarda i ruoli di Charles e Little Charles il casting ha rasentato il genio: Benedict Cumberbatch ( ma come fa quest'uomo a essere così magnetico e fascinoso in Star Trek per esempio e così unto e insignificante in questo film?) sembra letteralmente la copia sputata , giovane , di Scott Cooper, che nel film ha il ruolo di suo padre...e poi che ti vai a scoprire? ...non ve lo dico sennò sarebbe un selvaggio spoilerare.

I segreti di Osage County diventa ben presto il veicolo promozionale di performances attoriali sopra e oltre le righe in cui la sorpresa non è la prova di una Meryl Streep irritante come poche volte è successo nella sua carriera, intenta a gigioneggiare in una parte da strega delle favole ( a suo confronto Crudelia DeMon sembra una crocerossina) con un'orrenda parrucca sempre calata in testa e la sigaretta sempre accesa, ma quella di Julia Roberts, dimessa e matura come forse mai le era successo, sciatta immersa in un'aura di normalità che non le è mai appartenuta, grigia come i vestiti che indossa.
E' lei la vera vincitrice di questo film, mentre la Streep è totalmente fuori controllo impegnata a mostrare la sua tecnica e il suo approccio a un personaggio eccessivo e smisurato .
Un'altra cosa che non mi ha permesso di empatizzare col personaggio della Streep è che ho notato inquietanti analogie con la mia di madre, due figure che nella mia mente si sono continuamente sovrapposte e forse per questo Violet mi ha indispettito ogni oltre misura.
I segreti di Osage County è il ritratto di una famiglia americana disfunzionale a tutti i livelli in cui tutti hanno colpe  , piccoli o grandi segreti da nascondere a occhi indiscreti, un coacervo di rabbia repressa e perfidia bella e buona che si agita dietro una facciata che vuole essere il più rassicurante possibile.
L'Oklahoma sta lì, sullo sfondo, con i suoi spazi sconfinati e i suoi silenzi a fare da testimone muto ai duelli rusticani che si susseguono in due ore di film , stracolme di dialoghi e di scene madri.
Fa piacere ritrovare anche un'attrice come Juliette Lewis in un ruolo importante ( da delirio la supercazzola a cui sottopone la sorella, Julia Roberts, nel prefinale quando il suo fidanzato ha tentato di abusare della figlia quattordicenne della sorella , forse un po' troppo sveglia per essere una teenager), solito ruolo da tappezzeria semovente per Dermot Mulroney, uno che di questo passo non avrà mai un ruolo da protagonista tutto per sè.
I segreti di Osage County è il classico film in cui tutti cercano di mostrare quanto siano bravi e intensi, anche troppo.Tutti ingredienti di ottima qualità che però non legano tra di loro.
Dramma familiare a tinte fosche mai rischiarato da un misero lampo di luce.
Una produzione importante, un film di grande tensione psicologica , confezionato con grande cura, uscito nella sale appena in tempo per partecipare alla corsa degli Oscar, ma alla fine.....ma che due palle , signora mia!!!!

( VOTO : 5,5 / 10 ) 

  August: Osage County (2013) on IMDb

Rabu, 05 Februari 2014

Seria(l)mente : Marchlands ( 2011 )

Produzione : ITV ( UK)
Puntate : 5  da 45 minuti cadauna
La storia di tre differenti famiglie che vivono all'interno della stessa casa infestata da un fantasma, quello della piccola Alice Bowen , figlia di Ruth e Paul , annegata in circostanze misteriose nel 1968 e ritornata sotto forma di ectoplasma nel 1987 , turbando la quotidianità dei Maynard ma soprattutto della piccola Amy e poi ancora nel presente ( 2010) quando si manifesta alla presenza di Shelley, che sta per avere una bambina e del suo compagno Mark, cresciuto in quel di Marchlands e ritornatoci a vivere dopo parecchi anni.
Le vicende delle tre famiglie nelle tre epoche differenti si incrociano tra di loro in un crescendo tumultuoso che porterà alla risoluzione del mistero che avvolge la morte della piccola Alice.
Normalmente il percorso di una serie televisiva vede una partenza in lidi non americani, europei o quanto altro e poi l'approdo nella ben più danarosa televisione a stelle e strisce che , fiutando la potenzialità commerciale di certi prodotti non se li lascia sfuggire di certo, arrivando a creare anche delle ciofeche clamorose pur originando da una buona/ottima base di partenza.
Marchlands ha fatto invece il percorso contrario: in principio fu una serie televisiva americana del 2008, The Oaks, mai andata oltre il pilot e che non ho avuto la fortuna di visionare.
Quelli della ITV invece fiutando l'affare ne hanno fatto una miniserie in cinque puntate sviluppando adeguatamente una forte idea di base e proponendo una ghost story ad alto tasso di drammaticità, senza l'ausilio di effetti speciali sanguinolenti ma non lesinando la suspense e l'atmosfera.
E gli inglesi quando si tratta di case infestate o di creare un'atmosfera ansiogena carica di suspense non sono secondi a nessuno.
Marchlands è la perfetta esemplificazione di questo: pur partendo da un' idea non nuova riesce a far compenetrare con ritmo invidiabile le storie nelle tre epoche diverse, caratterizzate con poche ma opportune pennellate ( le automobili delle tre famiglie per esempio consentono di sapere immediatamente in che epoca ci troviamo e sottolineano l'immutabilità della casa nei vari segmenti temporali) e dotate ognuna di una colonna vertebrale propria.
La storia dei Bowen per esempio narra la difficile elaborazione del lutto per la perdita della piccola Alice da parte di Ruth e Paul, con susseguente profonda crisi matrimoniale, quella dei Maynard , negli anni '80 è quella più spiccatamente horror con la storia dell'amichetta immaginaria di Amy che condiziona le vite di tutti i suoi familiari, mentre quella ambientata ai giorni nostri è la storia di una coppia giovane, ma non giovanissima che si scontra con la tranquillità estrema della campagna inglese e con la chiusura dei suoi abitanti, soprattutto per quanto riguarda Shelley che si trova a fronteggiare sospetti e omissioni da parte del compagno che in realtà vuol solo proteggerla.
Le tre storie sono legate tra loro da un filo sottilissimo ma ben visibile con le varie storie che si intrecciano a partire dagli stessi luoghi ( case , campagne o fermate d'autobus), nella stessa scena. Dalla stessa inquadratura si passa dagli anni '60 agli '80 o ai giorni nostri senza soluzione di continuità
Altra qualità vincente del plot è la presenza di vari personaggi che ritornano nelle varie epoche ( con molti anni in più sulle spalle e con ruoli diversi ) e che spesso hanno qualcosa da rivelare del loro passato che va a condizionare il presente.
Marchlands insomma rinuncia quasi del tutto alle boo sequences ma riesce lo stesso a creare una suspense che si taglia quasi col coltello in un continuo andirivieni sulla linea temporale che da solo crea attesa e fremiti da parte dello spettatore.
La confezione è  al solito ottima, come gli attori e la fotografia.
Nel 2013 è stata prodotta da ITV un'altra miniserie di cinque puntate, Lightfields, che ha la stessa strutturazione di Marchlands con tre storie di epoche differenti all'interno della narrazione.
Prossimamente  su questi schermi.

( VOTO : 7,5 / 10 )  

Marchlands (2011) on IMDb

Selasa, 04 Februari 2014

Dallas Buyers Club ( 2013 )

Siamo a Dallas nel 1985: è qui che vive al massimo della velocità Ron Woodroof, elettricista texano, appassionato e scommettitore accanito su rodei, un passato con problemi di droga e un presente che oltre alla tossicodipendenza ha aggiunto l'alcool ( in dosi che stenderebbero senza problemi un bue) e una grande propensione per il sesso sempre e comunque.Vive come se quello fosse il suo ultimo giorno ma quando nel corso di un controllo medico di routine gli viene riscontrata la positività al virus dell'HIV e il medico che lo cura può assicurargli al massimo un'aspettativa di vita di soli 30 giorni, la vita di Ron cambia.
Decide di combattere e comincia a studiare la malattia che lo sta uccidendo, l'AIDS, di cui all'epoca si sapeva molto poco , individuando cure sperimentali in giro per il mondo ( Messico , Giappone) e sperimentandone i benefici su se stesso. E visto che i suoi trattamenti sono più efficaci di quelli tradizionali crea il Dallas Buyers Club, un'associazione ( con scopi di lucro perchè Ron ci fa un sacco di soldi) in cui dopo aver pagato una quota di iscrizione piuttosto onerosa si ha accesso libero all'immensa farmacia creata da Ron e ai suoi trattamenti non approvati dalla Food and Drug Administration che invece di interessarsi ai suoi risultati si limita a intentargli una guerra legale senza precedenti.

La lotta di Ron durerà ben sette anni, altro che i 30 giorni di vita che gli avevano prospettato...
Inutile starci a girare troppo intorno: la curiosità principale riguardo a questo film era la tanto decantata prova di Matthew McConaughey davanti alla macchina da presa in una di quelle performances  virtuosistiche in cui l'attore si mette in gioco molto pesantemente arrivando ad abusare del proprio fisico.Cosa che fece Tom Hanks in Philadelphia ( ma anche in Cast Away) , De Niro in Toro Scatenato e specialità in cui si è cimentato molte volte Christian Bale, in un senso o nell'altro, dalle ossa a vista de L'uomo senza sonno alla panza debordante mostrata nella sua ultima fatica American Hustle.
La domanda è: riuscità McConaughey a soffiare l'Oscar al DiCaprio di The Wolf of Wall Street?
La risposta è un non lo so ma se dovessi scommettere un centesimo bucato ( e tenendo conto che ho una propensione particolare a sbagliare i pronostici) lo punterei su McConaughey perchè all'Academy piacciono parecchio queste prove attoriali così estreme anche se , onestamente, il veicolo cinematografico che supporta la prova di DiCaprio è migliore.
Ma spesso non basta avere alle spalle un film splendido per vincere le tanto ambite statuette.
E Scorsese l'Oscar lo ha vinto in tempi piuttosto recenti e forse anche col film sbagliato, bello , per carità ma assolutamente non all'altezza dei suoi lavori migliori clamorosamente snobbati nella fatidica notte della consegna delle statuette.
Ma torniamo a Dallas Buyers Club, il ritratto di un cowboy un po' troppo moderno con i suoi eccessi, la sua passione per i rodei, le scommesse e le donne, animato da un'omofobia che ha ben poco di ragionevole.
La malattia che lo ha colpito ai suoi occhi sembra quasi un castigo divino, una malattia che colpisce prevalentemente gli omosessuali, che a lui fanno veramente schifo.
La sua vita dopo quella diagnosi cambia: Ron riconsidera tutti gli errori che ha fatto nel passato e mette in piedi la sua personalissima versione dell'American Dream, diventa il classico self made man che riesce a trovare la forza di lottare contro qualcosa che è molto più grande di lui.
Il film di Jean Marc Vallée è la narrazione del percorso di redenzione di un texano che non fa nulla per nascondere la sua sgradevolezza anche se col passare del tempo, tutto viene levigato soprattutto a causa della presenza al suo fianco della mite e silenziosa Rayon, una trans conosciuta all'ospedale, sieropositiva come lui, e di Eve, la dottoressa che lo aveva in cura.
Due parole sulla prova di Jared Leto nella parte di Rayon: se al posto di McConaughey l'Oscar lo vincesse DiCaprio non ci sarebbe nessuno scandalo, anzi.
Ecco , se qualcun altro vincesse l'Oscar come miglior attore non protagonista al posto di Jared Leto, beh allora quello si che sarebbe uno scandalo.
Leto è straordinario, ha fatto un lavoro sul fisico ( di una magrezza impressionante . ancora più di quella di McConaughey) e sulla voce che hanno pochi eguali e poi la sua Rayon è bellissima: sono un etero convinto e ho ormai passato la fase del delirio ormonale ma credo che una bella come Rayon quasi mi farebbe ricredere sulle mie tendenze sessuali e sono sicuro che minerebbe alla base parecchie convinzioni degli eterosessuali più accaniti.
La malattia nel caso di Ron è una sorta di percorso salvifico di progressiva redenzione, porta allo scoperto un uomo molto diverso da quello che era all'inizio  anche se c'è poco o nulla di spirituale o di religioso in un film come questo in cui non si lesinano certo particolari sgradevoli.
Ma , e qui sta il paradosso, l'AIDS tira fuori da Ron la sua parte migliore, crea un uomo migliore pur distruggendo il suo fisico giorno dopo giorno
Non so se McConaughey vincerà l'Oscar ma la svolta che ha saputo imprimere alla sua carriera ( da Friedkin e Killer Joe in poi) è impressionante: da belloccio incapace è diventato un attore a tutto tondo che ultimamente non ha sbagliato un film.
E vederlo sottile come un giunco sotto quei cappelloni da cowboy a tesa larga o anche sotto un sombrero come accade in una scena è un qualcosa che lascia il segno.
E comunque sarebbe sbagliato considerare Dallas Buyers Club un semplice veicolo promozionale per le straordinarie performances di McConaughey e Leto.
C'è dell'altro sotto, c'è cinema passionale e militante, uno spirito da New Hollywood che fa molto anni '70, film di impegno civile che hanno una storia importante da raccontare.
E quella di Ron Woodroof la devono conoscere tutti.....

 ( VOTO : 7,5 / 10 ) 

Dallas Buyers Club (2013) on IMDb

Minggu, 02 Februari 2014

Excision ( 2012 )

In una periferia linda e pinta di una qualsiasi città di provincia americana vive Pauline, 18 enne con pulsioni necrofile, una passione incipiente per chirurgia e attrezzature da taglio, un bisogno impellente di perdere la verginità solo per far dispetto alla madre bigotta e castrante e infine una sorella, non troppo amata, malata di fibrosi cistica.Pauline sogna di diventare un grande chirurgo e i suoi sogni si fanno sempre più presenti nella sua vita quotidiana e tutto questo contribuisce a dividerla dai compagni di scuola che la ritengono sempre più strana e anche dalla famiglia che la trova come minimo "turbata" e per quello la manda addirittura a delle sedute "psicologiche" tenute da un reverendo amico di famiglia.
Nessuno lo sa ma Pauline ha un preciso piano in testa e lo attuerà, costi quel che costi....
Excision è l'esordio nel lungometraggio di Richard Bates Jr che lo ha prodotto a partire da un suo cortometraggio datato 2008.
Ed in effetti se lo spunto per un cortometraggio era pressochè perfetto, per un film di durata normale ( ma qui siamo abbastanza al di sotto del normale, 80 minuti compresi titoli di testa e di coda ) , la storia di Pauline appare un po' stiracchiata.
Eppure la storia della disturbata e disturbante Pauline aveva delle grosse potenzialità.
Tanto per rimanere in tema di cose di cui abbiamo parlato recentemente la protagonista di Excision ( una AnnaLynne McCord abbruttita ad arte e  resa veramente inquietante) sembra una sorella minore di Carrie, quella brava ragazza che aveva lo sguardo di Satana, ma senza poteri telecinetici.
Una Carrie 2.0 aggiornata alle nuove tecnologie che ha aspirazioni alte e pulsioni basse , come quella di fare a fette l'odiosa vicina, con una madre che è un passo indietro rispetto alla psicopatologia della madre di Carrie ma decisamente un passo avanti al bigottismo  religioso e sessuale dell'altra e ironia della sorte ( ma secondo me paradosso del tutto voluto) interpretata da Traci Lords che si è reinventata attrice seria in ruoli drammatici dopo una carriera luminosa da pornoattrice consumata ben prima del raggiungìmento della maggiore età.
Oggi a 45 anni suonati ci troviamo di fronte un'attrice credibile in un ruolo come quello della madre di Pauline, donna capobranco della sua famiglia a causa di un marito senza colonna vertebrale, frustrata psicologicamente e castrante delle aspirazioni altrui, qualunque esse siano.
Un perfetto esponente della borghesia media americana, bigotta e perbenista in pubblico, che sembra estratta di peso da un manipolo di Desperate Housewives residenti nella Wisteria Lane di turno, periferia linda e pinta con i prati ordinati e l'odore di erba appena tagliata.
A farle da contraltare una figlia dall'indole ribelle che probabilmente è accecata dalla gelosia per la sorella malata a cui vanno tutte le attenzioni della madre, dall'affettività complicata anche da qualche rotella fuori posto.
Excision cavalca per quasi tutta la sua durata la disfunzionalità di Pauline rispetto a quello che la circonda con uno stile da indie / coming of age / drama, genere classico nel cinema a basso costo americano.
Nell'ultima parte entra a gamba tesa sul genere e sullo spettatore inerme , che però aveva avuto già un'avvisaglia ( vedere la sequenza di Pauline ed Adam in albergo, una caduta di stile piuttosto allarmante, più schifosa che horror ), imboccando una deriva da slasher difficile da digerire.
Excision è un film che funziona molto meglio nella descrizione della sociopatia di Pauline che nel resto ed è caratterizzato da una regia che spesso sfocia nella presunzione bella e buona ( vedere le sequenze dei sogni che aspirerebbero ad essere art horror o qualcosa del genere oppure l'uso smodato del rallenty in alcune sequenze chiave del film).
Oltre alla presenza di Traci Lords da segnalare le brevi apparizioni di John Waters ( nei panni del reverendo) e di Malcolm McDowell ( in quelli di un professore).
Avevo letto recensioni contrastanti su questo film ma alcune votate all'entusiasmo sfrenato mi avevano fatto alzare l'asticella delle aspettative.
Che sono andate irrimediabilmente deluse.

( VOTO : 5 / 10 )  

Excision (2012) on IMDb

Sabtu, 01 Februari 2014

Italia anni '70 - Il deserto dei Tartari ( 1976 )

Il giovane tenente Drogo viene inviato in missione in una fortezza ai margini del deserto. Qui attende, come tutti gli altri, dal più alto in grado tra gli ufficiali all'ultimo soldato della truppa, il fatidico momento del combattimento con i nemici, i famigerati Tartari. Ma questo momento tarda ad arrivare, la fortezza sembra inglobare Drogo e i suoi colleghi in un limbo in cui non accade nulla. Drogo invecchia e i suoi sogni miseramente cadono nell'oblio uno dietro l'altro.
E i Tartari.....
Il deserto è tutto tranne che è immobile.
Cambia la conformazione ad ogni alito di vento, la sabbia offusca lo sguardo e cambia quasi magicamente di posto.
Eppure nel romanzo di Buzzati come anche nella trasposizione di Zurlini il  deserto è usato come metafora dell'immobilità.E' un non luogo da monitorare continuamente con i binocoli per attendere qualcosa che ha contorni talmente sfumati che sconfina agevolmente nel mito.
I Tartari, nemici invisibili sono attesi da tempo immemore  da tutti gli abitanti della fortezza Bastiano, dall'ultimo della truppa al primo degli ufficiali.
Inutilmente.
E tra gli altri c'è anche Govanni Battista Drogo sottotenente di prima nomina che lascia una vita confortevole, una madre e una fidanzata pur di coltivare il proprio sogno. 
In realtà una suggestione increspata dell'inquietudine di chi non sa.
Drogo vuole fuggire dalla fortezza ma rimane come avvinto in un incantesimo, una tela di ragno che lo  imprigiona sempre di più. Come se la fortezza fosse un'entità pensante che ipnotizza i suoi occupanti. Un pò come l'oceano pensante di Solaris.
E con lui imprigiona le giovinezze che sono leste ad andare via. 
Drogo sciupa il suo tempo finche il tempo sciupa lui.
Tutto a consumarsi nell'attesa di un nemico che non compare mai.

E quando finalmente manifesta la propria presenza per il capitano Drogo, fu sottotenente di prima nomina, è troppo tardi.
I suoi occhi si chiuderanno prima di riuscire a vederli ma almeno avvertirà la loro presenza, saprà della loro esistenza.
Zurlini riesce a trasporre il romanzo di Buzzati con l'eleganza che da sempre ha contraddistinto il suo cinema.
E' costretto a rinunciare a molta dell'ambiguità del romanzo (che raccontava una storia in un tempo e in un luogo imprecisati), si avvale di un set naturale di meravigliosa bellezza (una vera fortezza nel sud dell'Iran, fatta di terra e di argilla, parzialmente distrutta come la città sottostante da un terremoto di qualche anno fa) che sembra proprio essere partorito dalla fantasia di Buzzati, riunisce un cast prestigioso in un film che racconta il nulla che avvolge la fortezza e i suoi soldati.
Il progetto era stato accarezzato anche da altri (Antonioni per esempio) ma Zurlini riesce a realizzarlo perchè il protagonista  Jacques Perrin si impegna personalmente nel reperire i fondi. Ne esce un film dai tempi dilatati, che ti entra sottopelle riuscendo a trasferire al di là dello schermo la sottile e indecifrabile inquietudine che lo permea costantemente. Decisamente una gioia per gli occhi perchè dal punto di vista formale Zurlini quasi supera se stesso.
La parabola della vita dell'ufficiale Drogo che piano piano viene consumato dalla tisi è intarsiata sull'immutabilità della fortezza Bastiano, un colosso d'argilla destinato a sopravvivere ai suoi occupanti e alla furia degli elementi naturali.
In lontananza finalmente si vede un muro di polvere alzarsi, dieci, cento, mille sagome si stagliano all'orizzonte.
Sono arrivati i Tartari ma Drogo non può essere lì a combatterli.

( VOTO : 8,5 / 10 ) 

The Desert of the Tartars (1976) on IMDb

Jumat, 31 Januari 2014

Seria(l)mente : What remains ( 2013)

Produzione : BBC Drama production
Episodi:  4 da 60 minuti
 Una giovane coppia in attesa di un bambino trasloca nel loro nuovo appartamento in un piccolo condominio. Appena si trasferiscono scoprono nel solaio il cadavere mummificatodi una donna, Melissa Young, morta per causa ignota almeno da due anni. Il detective Harper è all'ultimo giorno di lavoro prima della pensione e prende a cuore il caso molto più dei suoi colleghi a tal punto che continua a lavorarci anche quando non avrebbe più titolo a farlo perchè non più in servizio attivo. Scopre una ragnatela di relazioni nascoste, misteri , violenze e prevaricazioni che contribuiranno a far luce su chi era veramente Melissa Young.
Anno nuovo , vita nuova e anche col blog ho deciso di occuparmi molto più di televisione: però quella che piace a me , raramente troverete le serie americane che vanno per la maggiore ma cercherò sempre di segnalare prodotti un po' più di nicchia.
E per i miei gusti la  televisione inglese è veramente un paese di Bengodi, ricco di ogni cosa che si possa desiderare.
What remains conferma ancora una volta la bontà del lavoro di produzione della BBC: un giallo abbastanza classico, anche ricco di clichet se vogliamo ma ricco di tensione psicologica e di continui colpi di scena che cambiano continuamente le carte in tavola e soprattutto la luce attraverso la quale vengono filtrati i vari protagonisti.
Tra professori solitari che hanno parecchio da nascondere, padri che non hanno la minima  idea di come ricucire un rapporto col proprio figlio e non si accorgono di come costui compia continui atti di sabotaggio alla sua relazione, una coppia di lesbiche tenuta assieme sul filo del terrorismo psicologico e una coppia giovane in attesa del primo figlio in cui lei appare molto più adulta di lui che è alla ricerca di un'assurda vendetta verso una persona che ha agitato il suo passato,si muove la sagoma dolente e intirizzita dagli anni di Len Harper, detective stanco e sgualcito come i vestiti che indossa, vedovo e afflitto da solitudine perniciosa.
Ed è forse proprio questo senso di solitudine che gli fa prendere tanto a cuore il caso di Melissa Young, questa giovane solitaria, sovrappeso di cui nessuno sembra sentire la mancanza.
Già, due anni e nessuno ne ha denunciato la scomparsa, nessuno che si preoccupasse di lei, neanche i suoi vicini di casa che pensavano si fosse trasferita altrove.
Ma sarà veramente così?
What remains si muove egregiamente con passo felpato in quella linea grigia che unisce il passato al presente, apre le ante di quegli armadi che dovrebbero essere tenute chiuse per essere riparate da occhi indiscreti, dal più classico dei gialli con l'impostazione whodunit, si trasforma ben presto in un apologo sulla solitudine che , seppur in forme diverse attanaglia tutti i componenti della casa
Sembrano non avere nulla in comune tra loro, quasi si ignorano quando si vedono per le scale eppure in realtà hanno tutti qualcosa da nascondere.
What remains è un giallo d'atmosfera virato al plumbeo del cielo gravido di pioggia che fa pandant con le pareti e anche un thriller psicologico colmo di duelli dialettici all'ultimo sangue ma soprattutto è un dramma della solitudine in cui la vittima è solo il terminale ultimo di una incredibile cascata di avvenimenti e fraintendimenti.
Quel piccolo condominio è in realtà un vaso di Pandora il cui coperchio sarà fatto saltare via da Len Harper e dalla sua testardaggine( magistrale interpretazione di David Threlfall, già visto e amato fin dalle prime stagioni di Shameless UK), un personaggio con cui è facilissimo empatizzare, così come è facile guardare con occhi affettuosi il personaggio di Vidya, per il candore che la contraddistingue e per quel bambino che si porta in grembo.
Al contrario di tutti gli altri.
Il finale è rutilante e forse appare leggermente sfocato rispetto a tutto il resto della miniserie: diciamo che rincorre quasi con affanno l'ultimo , sorprendente colpo di scena, non lesinando quella violenza fisica che non è stata mai mostrata durante la serie.
Coerente però: il senso di morte che incombe su tutta la miniserie persevera fin oltre i titoli di coda....
Visione assolutamente consigliata.

( VOTO : 8 + / 10 ) 

What Remains (2013) on IMDb

Jumat, 24 Januari 2014

Présumé Coupable ( 2011 )

Il calvario giudiziario di Alain Marecaux, ufficiale giudiziario dalla vita un po' troppo oberata di impegni che si ritrova nel mezzo di uno dei più spinosi casi giudiziari della storia francese, il caso Outreau, accusato nel 2001 assieme ad un altro gruppo di persone , circa una ventina, di violenza sessuale verso bambini, di atti di pedofilia e di altri crimini talmente infamanti da dover essere persino nascosti ai compagni di cella in prigione.
Marecaux lotta contro una giustizia cieca e sorda, arrivista ( si veda il personaggio del giovane giudice istruttore Burgaud che con la sua intransigenza rovina la vita a parecchie persone mentre lui continua a fare una brillante carriera ) e incapace di riconoscere i propri sbagli ( si veda il processo farsa del 2004 in cui gli accusatori ritrattano tutto ma molti degli accusati vengono condannati lo stesso per pene minori). Lotta in tutte le maniere, anche quasi arrivando a sacrificare la vita con uno sciopero della fame che lo ridurrà una specie di larva.
E anche la sua vita privata sarà rovinata per sempre....
Présumé Coupable è la storia di un vero errore giudiziario vista attraverso la prospettiva del protagonista, costretto suo malgrado a vivere nel mezzo di un incubo kafkiano da cui non sembra esserci via di uscita.
Accusato assieme ad altre persone di crimini infamanti prova sulla sua pelle che cosa vuol dire non godere della presunzione di innocenza: gli accusatori sono personaggi equivoci e anche bambini, gente che non ha niente da perdere e minori che crediamo per definizione non possano mentire.
E qui si ritorna alle tematiche affrontate in maniera forse più sottile da Vinterberg nel suo ultimo film, Il sospetto, che comunque è di un anno posteriore rispetto a questo film di Vincent Garenq, una carriera spesa soprattutto in documentari con qualche occasionale sortita nella fiction.
E' ben visibile l'esperienza da documentarista di Garenq perchè Présumé Coupable è girato con uno stile secco, senza fronzoli, un cinema verità ansiogeno che si limita a documentare fatti senza commento alcuno, neanche quello musicale.
L'incubo giudiziario di Marecaux che durante il suo calvario perde il lavoro, l'amore della moglie, l'affidamento dei bambini e vede la madre morire di crepacuore, è passato ai raggi X con uno stile molto simile a quello dello scoop giornalistico di inchiesta ma senza inutili sensazionalismi. Solo la pura e semplice realtà.
Le riprese molto ravvicinate, il montaggio frenetico e asfissiante, la cinepresa che pedina da molto vicino il protagonista ( un Philippe Torreton bravissimo, in una di quelle prove d'attore che restano impresse, è arrivato a perdere 27 kili per girare le scene in cui era cachettico, sfinito dallo sciopero della fame, in un letto d'ospedale ad attendere la morte) che è smarrito e confuso così come chi sta seguendo le sue vicende, accrescono il pathos e una insopprimibile sensazione d'angoscia che fatalmente tracima dallo schermo.
E poi quelle prigioni...veramente un inferno in terra con le loro pareti ammuffite dagli anni che passano, segrete umide e insalubri in cui è veramente difficile sopravvivere anche perchè è negato il minimo spazio vitale per ognuno, altro che le prigioni hi tech americane , anche un po' fighette e perfettine con la loro pulizia e il loro ordine tanto sbandierato...
Présumé Coupable è un film che mette parecchio a disagio perchè tutto quello che vediamo è successo veramente e in tempi in cui può essere fonte di fraintendimento anche un semplice sorriso verso un bambino è un qualcosa che è già accaduto anche accanto a noi e potrebbe veramente accadere a chiunque.
Del resto come ci si fa a difendere dalle accuse di un bambino?
La storia di Alain Marecaux, un uomo qualunque precipitato e stritolato in un abisso senza fondo da qualcosa molto più grande di lui,  diventa il paradigma di una società malata, marcia alle fondamenta visto che non si può più credere neanche all'innocenza di un bambino.
Soprattutto quando la giustizia non fa il suo corso....

( VOTO : 7,5 / 10 ) 

Guilty (2011) on IMDb