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Jumat, 07 Februari 2014

The Banshee Chapter ( 2013 )

Anna , giornalista d'inchiesta , vuole scoprire che cosa si nasconde dietro la misteriosa scomparsa di un suo amico/collega James. Le sue ricerche la portano ad investigare sul programma CIA Mk Ultra , un reale progetto nato negli anni '50/'60 per il controllo della mente umana di cui il presidente dell'epoca Clinton ha parlato in pubblico  e su una serie di altri eventi misteriosi come esperimenti chimici con sostanze sconosciute, strane trasmissioni radio e teorie cospirazionistiche.
Più cerca di avvicinarsi alla verità e più Anna è in pericolo...
Su The Banshee Chapter circolavano voci che fosse l'ultima sensazione del mockumentary: e qui già a rabbrividire e a prepararsi alla visione già con le gocce di collirio e le pasticche di Plasil per curare l'effetto mal di mare.
Poi leggendo le prime recensioni in rete si scopre che in realtà il film del debuttante Blair Erickson è un thriller / horror contenente generose , ma non invasive sequenze girate con lo stile del found footage.
E a visione avvenuta concordo in massima parte con quello che ho letto.
Le sequenze girate con la tecnica del found footage non sono il male assoluto di questa pellicola, anzi, e detto da me potrà sembrare una bestemmia, rappresentano la parte migliore del film e non stiamo parlando di un film da gettare nell'immondizia ma di un tentativo di proporre qualcosa di diverso nell'inflazionato panorama dell'horror odierno che in massima parte è improntato al contenimento dei costi, cosa ben visibile anche in questo film.
Tentativo riuscito? Beh , direi nè si , nè no...Diciamo ni.
Vedere The Banshee Chapter è un po' come andare sulle montagne russe con picchi di tensione altissima e cadute di tono vertiginose, Erickson sceglie di mischiare un po' tutto mettendo entità fantasmatiche ( perchè alla fine c'è anche la creatura   e viene ventilata la presenza di altri esseri dello stesso tipo), teorie cospirazioniste in cui sono impelagati la CIA e i servizi segreti ( e nella nazione in cui c'è ancora un  mistero che si chiama Roswell non passeranno mai di moda),droghe sintetiche che provocano effetti mai visti prima e chi più ne ha , più ne metta.
Insomma un po' tutto insieme, anche abbastanza alla rinfusa in un finale che spiega e non spiega, forse proprio perchè la carenza di budget non permetteva voli pindarici .
Alla fine della visione si ha la sensazione che The Banshee Chapter sia un qualcosa di incompleto, monco di qualcosa, una sagra del vorrei ma non posso.
Ed è un vero peccato perchè , a parte il finale, in cui tutto viene buttato un po' in caciara, Blair Erickson dimostra di maneggiare egregiamente la suspense e di saperci fare con la macchina da presa in mano.
The Banshee Chapter è comunque un tentativo interessante di creare qualcosa di originale e già questa è una qualità meritevole di apprezzamento.
Se poi ci mettiamo anche la faccia di Ted Levine che fa sempre la sua porchissima figura, beh allora abbiamo trovato una ragione ulteriore per apprestarci alla visione.
Non un capolavoro, con diversi difettucci qua e là , ma degno di una visione disimpegnata....

( VOTO : 6 / 10 ) 

The Banshee Chapter (2013) on IMDb

Sabtu, 01 Februari 2014

Italia anni '70 - Il deserto dei Tartari ( 1976 )

Il giovane tenente Drogo viene inviato in missione in una fortezza ai margini del deserto. Qui attende, come tutti gli altri, dal più alto in grado tra gli ufficiali all'ultimo soldato della truppa, il fatidico momento del combattimento con i nemici, i famigerati Tartari. Ma questo momento tarda ad arrivare, la fortezza sembra inglobare Drogo e i suoi colleghi in un limbo in cui non accade nulla. Drogo invecchia e i suoi sogni miseramente cadono nell'oblio uno dietro l'altro.
E i Tartari.....
Il deserto è tutto tranne che è immobile.
Cambia la conformazione ad ogni alito di vento, la sabbia offusca lo sguardo e cambia quasi magicamente di posto.
Eppure nel romanzo di Buzzati come anche nella trasposizione di Zurlini il  deserto è usato come metafora dell'immobilità.E' un non luogo da monitorare continuamente con i binocoli per attendere qualcosa che ha contorni talmente sfumati che sconfina agevolmente nel mito.
I Tartari, nemici invisibili sono attesi da tempo immemore  da tutti gli abitanti della fortezza Bastiano, dall'ultimo della truppa al primo degli ufficiali.
Inutilmente.
E tra gli altri c'è anche Govanni Battista Drogo sottotenente di prima nomina che lascia una vita confortevole, una madre e una fidanzata pur di coltivare il proprio sogno. 
In realtà una suggestione increspata dell'inquietudine di chi non sa.
Drogo vuole fuggire dalla fortezza ma rimane come avvinto in un incantesimo, una tela di ragno che lo  imprigiona sempre di più. Come se la fortezza fosse un'entità pensante che ipnotizza i suoi occupanti. Un pò come l'oceano pensante di Solaris.
E con lui imprigiona le giovinezze che sono leste ad andare via. 
Drogo sciupa il suo tempo finche il tempo sciupa lui.
Tutto a consumarsi nell'attesa di un nemico che non compare mai.

E quando finalmente manifesta la propria presenza per il capitano Drogo, fu sottotenente di prima nomina, è troppo tardi.
I suoi occhi si chiuderanno prima di riuscire a vederli ma almeno avvertirà la loro presenza, saprà della loro esistenza.
Zurlini riesce a trasporre il romanzo di Buzzati con l'eleganza che da sempre ha contraddistinto il suo cinema.
E' costretto a rinunciare a molta dell'ambiguità del romanzo (che raccontava una storia in un tempo e in un luogo imprecisati), si avvale di un set naturale di meravigliosa bellezza (una vera fortezza nel sud dell'Iran, fatta di terra e di argilla, parzialmente distrutta come la città sottostante da un terremoto di qualche anno fa) che sembra proprio essere partorito dalla fantasia di Buzzati, riunisce un cast prestigioso in un film che racconta il nulla che avvolge la fortezza e i suoi soldati.
Il progetto era stato accarezzato anche da altri (Antonioni per esempio) ma Zurlini riesce a realizzarlo perchè il protagonista  Jacques Perrin si impegna personalmente nel reperire i fondi. Ne esce un film dai tempi dilatati, che ti entra sottopelle riuscendo a trasferire al di là dello schermo la sottile e indecifrabile inquietudine che lo permea costantemente. Decisamente una gioia per gli occhi perchè dal punto di vista formale Zurlini quasi supera se stesso.
La parabola della vita dell'ufficiale Drogo che piano piano viene consumato dalla tisi è intarsiata sull'immutabilità della fortezza Bastiano, un colosso d'argilla destinato a sopravvivere ai suoi occupanti e alla furia degli elementi naturali.
In lontananza finalmente si vede un muro di polvere alzarsi, dieci, cento, mille sagome si stagliano all'orizzonte.
Sono arrivati i Tartari ma Drogo non può essere lì a combatterli.

( VOTO : 8,5 / 10 ) 

The Desert of the Tartars (1976) on IMDb

Sabtu, 28 Desember 2013

Italia anni '70 - Novecento atto secondo ( 1976 )

Alfredo , troppo succube dei fascisti viene lasciato dalla moglie, Olmo , fieramente antifascista subisce la repressione fino alla Liberazione, quando alla guida dei contadini porta a compimento la sua lotta di classe contro i padroni ed Alfredo è il padrone di quella fattoria. Mentre Attila, il fattore a cui Alfredo ha dato troppo potere, viene ucciso assieme alla sua amante per le efferatezze di cui si è reso responsabile protetto dalla camicia nera fascista , Alfredo viene condannato a morte. Ma l'amicizia con Olmo sarà più forte di tutto, anche delle ideologie contrapposte.
E' pretestuoso aver diviso un'opera come Novecento in due film , perchè deve essere concepita come un corpo unico e indivisibile.
Il film venne diviso in due parti per esigenze commerciali ma è innegabile che tra prima e seconda parte ci siano delle differenze ben tangibili.
 Mentre per la prima parte possiamo tranquillamente parlare di capolavoro assoluto in quanto il cinema di Bertolucci vola alto come non ha mai volato prima e forse come non volerà più dopo, in Novecento atto secondo la situazione è diversa perchè pur avendo iniziato il percorso nel sentiero tracciato mirabilmente dalla prima parte poi in questa seconda parte il lirismo che prima attenuava le istanze politiche viene irrimediabilmente meno in favore della drammatizzazione.
L'ideologia diventa protagonista di un processo al padrone che diventa un vero e proprio gioco al massacro, una lotta senza quartiere il cui esito, scontato, sarà una sconfitta per tutti.
Ma qui proprio per il suo affannarsi a spiegare le ragioni delle parti in causa il film arriva ad un passo , forse anche meno dall' essere didascalico.
Nella seconda parte accanto a De Niro e Depardieu assumono importanza fondamentale i personaggi di Attila e Regina (Sutherland e Betti) autori di azioni diaboliche e che incarnano con feroce parossismo due figure di malvagi assoluti lontani da qualsiasi tipo (e volontà) di redenzione.

Dopo l'ideologia nel finale Novecento si apre al sogno, al canto popolare, alle sequenze di massa che sembrano prese dal cinema russo degli anni d'oro del muto.
Comunque sia l'atto secondo è una chiusura degnissima di una saga familiare raccontata con grande partecipazione perchè se Bertolucci non riesce a ripetere quel miracolo narrativo della prima parte è per eccesso di zelo filologico, è per generosità illustrativa,è perchè cerca di  rendere perfettamente comprensibile tutto quello che gli si è agitato dentro per decenni.
L'Emilia riportata da Bertolucci è parente stretta con quella reale pur non sentendo Bertolucci il bisogno insopprimibile di verosimiglianza.
Bertolucci esplora vari generi dal racconto corale contadino fino al melodramma lacerante.
E comunque ci regala una delle prove autoriali italiane più impressionanti di tutta la storia del nostro cinema.

( VOTO : 8 / 10 ) 

1900 (1976) on IMDb

Minggu, 22 Desember 2013

Italia anni '70 - Novecento atto primo ( 1976 )

Il 27 gennaio del 1901 , giorno della morte di Giuseppe Verdi , in una grande fattoria della Bassa Padana, nascono Alfredo, figlio dei ricchi possidenti della fattoria e Olmo, figlio di Rosina ,una delle contadine asservite alla famiglia di cui sopra,e di un uomo di cui solo lei conosce l'identità. I due crescono insieme , nello stesso ambiente, sono amici per la pelle ma è chiaro sin da subito che le loro differenze di estrazione sociale determineranno il loro futuro. Sullo sfondo gli avvenimenti storici che cambieranno l'Italia del XX secolo:la Prima Guerra Mondiale e  l'avvento del fascismo sono lo sfondo della loro crescita e di tutto quello che accade nella loro vita.
Novecento è un affresco epocale struggente e che genera rimpianto.
Rimpianto per un cinema di respiro e di statura internazionale, finanziato da capitali americani, un cinema da esportazione grazie anche a un cast internazionale di grido.
Quasi un ossimoro parlare di cinema internazionale riguardo a un film che parla di  provincia eppure guardando Novecento non ci si accorge della sua forte impronta fortemente provinciale senza per questo diventare una macchietta regionale.
Praticamente fantascienza per il nostro triste cinema odierno, ridotto a dimensioni condominiali tranne che in qualche raro caso.
Bertolucci è ideologicamente schierato senza ambiguità, si confronta con le proprie memorie sulle rive del Po, ma riesce a orchestrare un racconto polifonico di grande bellezza e capace di regalare emozioni in grande quantità.
L'incipit è al cardiopalma: la resa dei conti, il parallelismo tra dittatori che furono e uomini assetati di giustizia che la cercano magari anche nel modo sbagliato diventando simili a quelli che li hanno repressi per tanti anni.
Nel 1900 nascono i due protagonisti Olmo e Alfredo, amici d'infanzia e di giovinezza ma allo stesso tempo ben consapevoli che la diversa estrazione sociale li dividerà comunque.
L'Italia cambia, le lotte sociali dividono i due nonostante le promesse d'amicizie fino ad arrivare all'avvento del fascismo. E per uno simpatizzante le idee socialiste l'aria non è così respirabile.

La Storia che fungeva da sfondo diventa protagonista a condizionare le scelte di Olmo e Alfredo, divisi dalla stessa barriera che esiste tra padrone e operaio.In più a spezzare un equilibrio già molto precario per definizione, il personaggio mefistofelico del  fattore Attila il quale abbraccia la causa fascista rendendosi colpevole di atti criminali irripetibili.
Nel primo atto (ma ricordiamo che Novecento è un film da concepire come un unica entità di più di 5 ore di durata) lo slancio politico ideologico è frenato dalla limpidezza dello sguardo di Bertolucci prezioso cesellatore di sequenze, probabilmente in questa prima parte sono da rintracciare alcune tra le pagine più belle dell'intera opera dell'autore italiano.
I due personaggi ,quello di Alfredo e quello di Olmo sono mirabilmente descritti e analizzandoli si vede che la figura che dovrebbe essere la più stereotipata, cioè quella del padrone è in realtà quella tratteggiata in modo più sottile e sfuggente.
Alfredo è un padrone che rifugge dalle ideologie ma spesso vi si deve adeguare mentre Olmo è più radicale nelle sue posizioni e nelle sue scelte.
Merito va anche alla recitazione sfumata di De Niro che è un perfetto contrappunto a quella più sanguigna e vigorosa di Depardieu.
Onore anche ai grandi vecchi Lancaster ed Hayden che contribuiscono dall'alto della loro esperienza a rendere ancora più intenso ed emozionante questo film...

( VOTO : 8,5 / 10 ) 

  1900 (1976) on IMDb

Senin, 16 Desember 2013

Rampage ( 2009 )

Bill è un ragazzo che ha passato i venti anni e ancora non sa che cosa farà da grande. Più che vivere, vegeta nella sua cittadina facendo il meccanico sfruttato dal suo datore di lavoro, mangia pollo fritto di qualità più che dubbia in locali che hanno visto tempi migliori e con cameriere non molto gentili, beve caffè espresso doppio con extra schiuma che non lo soddisfa ed è un eufemismo, si incontra con un paio di amici a chiacchierare del più e del meno ( ma soprattutto del meno), ha due genitori medioborghesi che non vedono l'ora di mandarlo via di casa a trovare la sua strada.E Billy ha un'idea meravigliosa in testa: un giorno si costruisce un'armatura di kevlar, imbottisce un furgoncino di esplosivo e lo manda a schiantarsi all'interno della stazione di polizia locale. Resa inoffensiva la polizia comincia ad andare in giro per le strade con la sua bella bardatura e spara a chiunque abbia la sventura di pararglisi davanti...
E'passato molto tempo ( molto ma non moltissimo) da quando Uwe Boll era considerato il peggiore regista del mondo e lui non aveva preso bene questa etichetta visto che aveva sfidato pubblicamente i critici suoi detrattori in un incontro di boxe da tenersi sotto i riflettori.
Forse sarà perchè al peggio non c'è mai fine, sarà che nel frattempo si son fatti vivi quelli della Asylum ( che forse sono quelli che al momento fanno i film più brutti del mondo, talmente brutti da essere quasi geniali,eh eh non tutti però...), sarà che il buon Uwe ha cercato di diversificare la sua opera non facendo solo film tratti da vidoegiochi, sarà anche che il regista tedesco è uno dei pochi che si sbatte veramente per far conoscere autori nuovi e produrre film che altrimenti non vedrebbero mai la luce , ma oggi il signor Boll è un personaggio a cui fare attenzione.
Anche per quello che fa al cinema in prima persona.
Ora, non avrei mai detto che nella stessa frase avrei scritto Uwe Boll e bel film ma una pellicola come Rampage mi fa fare anche questo.
Ora non so se Boll era perfettamente consapevole di girare qualcosa di cinematograficamente valido ma tanto è, Rampage mi costringerà a recuperare le sue ultime opere giusto per controllare lo stato dell'arte del regista tedesco e vedere quanto e se è veramente così migliorato.
Non credo sia un caso che sia proprio un tedesco a fare un ritratto così sconsolante della provincia americana e della facilità con cui ci si possa procurare armi in una nazione che ha codificato nelle sue leggi la possibilità di difendersi da parte dei cittadini.
La crisi azzanna anche i polpacci della middle class e così abbiamo un ventenne o giù di lì con poche prospettive che decide di dare una svolta alla sua vita, ma non quella auspicata dai genitori, in verità dei personaggi abbastanza curiosi vista la loro quasi ansia a scrostarsi il figlio di casa.
Billy sceglie la via del nichilismo d'assalto, compie una strage e la memoria non può che andare alle stragi , troppo numerose, provenienti dagli States, che riempiono anche i nostri telegiornali.
La mente corre alla strage di Columbine e al film di Michael Moore ( Bowling a Columbine) ma corre soprattutto a Elephant di Gus Van Sant, un regista che confrontarlo a Boll sarebbe come confrontare la cioccolata con la...beh mi avete capito.
Eppure non siamo così distanti: a differenza di Van Sant, Boll cede più alla tentazione della tamarrata action intervallandola a spezzoni di stile semidocumentaristico con il protagonista che pontifica guardando verso la telecamera, vuole far vedere sangue ed esplosioni, cede anche alla tentazione di un inseguimento finale, più accennato che altro ma complessivamente il regista tedesco riesce a tenere le fila di una pellicola che si fa ricordare più per il concetto che sta alla sua base che non per le uccisioni.
E il body count è elevato, quasi ai livelli di Commando.
Rampage è l'Elephant targato Uwe Boll, è un apologo crudele e disperato su una crisi di valori imperante anche se non ci troviamo semplicemente di fronte a quello che sembra il gesto di un folle come in Un giorno di ordinaria follia in cui Michael Douglas col capello a spazzola , sbroccava di brutto e cominciava a compiere efferatezze.
Bill non è folle, o almeno non è così folle come sembra e il finale conferma questa tesi.
Finale che sarebbe delittuoso spoilerare.
Proprio per la sua follia che è qualcosa che è molto differente da quello che sembra all'inizio un altro film da cui questo Rampage sembra prendere spunto è il bellissimo Polytechinique di Denis Villeneuve  in cui un folle misogino compiva una strage in una scuola canadese.
Bill sembra decisamente un figlio dei nostri tempi di crisi: il nulla sotto vuoto spinto che decide di dare una svolta definitiva alla sua vita.
C'è che tenta di farlo con la lotteria e chi fa come lui.
Un giorno si sveglia , si barda come un novello Robocop e va in giro ad ammazzare gente, non dimenticando delle piccole vendette personali...
Un sogno per qualche squilibrato, un incubo per tutti gli altri....

( VOTO : 7 / 10 ) 

Rampage (2009) on IMDb

Jumat, 15 November 2013

Oh boy - Un caffè a Berlino ( 2012 )

Niko è alla disperata ricerca di un caffè. La giornata non è cominciata nel migliore dei modi e lui ha bisogno sempre più di quel dannato caffè: la sua ragazza lo ha lasciato, il colloquio con lo psicologo per riavere la patente sequestrata per guida in stato di ebbrezza non è andato bene, il bancomat gli ha sequestrato la sua carta di credito, il padre ha scoperto che sono due anni che ha mollato l'università e quindi gli ha appena tagliato i viveri congelandogli il conto in banca, fa strani incontri tra cui un misterioso vicino di casa "leggermente" fuori di testa, va in giro con un suo amico per Berlino, ritrova una sua ex compagna di scuola che lo invita a uno spettacolo teatrale ( e va a finire male nonostante le migliori intenzioni), la giornata finisce degnamente in un bar in cui conosce un vecchio che filosofeggia davanti al bancone e che schianta subito sul marciapiede appena dopo il bicchiere della staffa. Lo accompagna in ospedale dove trascorre tutta la notte ancora senza quel benedetto caffè.
Forse la mattina successiva ....
Oh boy- Un caffè a Berlino è un film che ha vinto un numero consistente ai German Film Awards ( tutti i più importanti) e anche in giro in Europa per festival specializzati.
Sull'onda di questo entusiasmo è arrivato, stranamente , anche nelle sale in Italia.
Che dire? Forse troppa grazia per un filmetto leggero e moderatamente divertente come questo, un saggio di fine corso che ha acquisito risonanza forse immeritata a causa di presunti punti di contatto con la Nouvelle Vague.
Cosa che in realtà non si coglie così agevolmente: è vero che Nico, il protagonista ( un ottimo Tom Schilling) , ha un po' gli stessi occhi che aveva la piccola Zazie in Zazie nel metrò di Louis Malle ( opera che ha precorso i tempi della Nouvelle Vague), è vero anche che come quello è una sorta di road movie da fermo in cui Berlino ( lì era Parigi) viene srotolata lentamente davanti agli occhi di uno spettatore che non ne conosce gli anfratti più nascosti che la cinepresa esplora con una certa voluttà.
Ma poi le analogie si fermano: l'odissea tragicomica di Nico alla ricerca del caffè ha molto di teatrale e poco di Nouvelle Vague anche se bisogna riconoscere che questo film a prima vista ha ben poco di teutonico, ha una leggerezza più tipica di altro cinema europeo, compreso un certo vezzo un po' snob di girare tutto in un brillantissimo bianco e nero per ricoprire il tutto di una patina autoriale che in realtà il film non sembra avere.
Oh boy - Un caffè a Berlino è un film rapsodico che vive di piccoli flash accecanti in cui ogni volta viene messa in risalto l'inadeguatezza di Nico al mondo che lo circonda, il suo essere sempre in ritardo agli appuntamenti con le scelte importanti della vita e un destino beffardo gli si mette continuamente di traverso solo per ricordargli tutto questo, il suo essere nel guado tra essere un giovane perdigiorno e essere un adulto inserito nel tessuto sociale, guado che col passare dei minuti diventa guano, sabbie mobili senza fondo in cui Nico affonda sempre più.
Tutto questo è raccontato con ostentata leggerezza ma a leggere tra le righe la vita di Nico è un disastro e il film dell'esordiente nel lungometraggio Jan Ole Gerster si contrappone ai classici coming of age movies americani o anglosassoni in genere.
Se lì il viaggio di formazione volenti o nolenti era sempre completato, più o meno, in Oh boy- Un caffè a Berlino non è neanche all'inizio.
Anzi è un percorso che va dritto dritto all'autodistruzione se Nico non fa qualcosa.
Un qualcosa che forse vedremo in un prossimo film.
O forse non vedremo mai: lui intanto finalmente riesce a sorseggiare il suo caffè.....

( VOTO : 6 + / 10 ) 

  Oh Boy (2012) on IMDb

Jumat, 18 Oktober 2013

I love radio rock ( 2009 )

Londra 1966 : alla radio la BBC trasmette per volontà del governo solo musica classica dedicando alla musica più moderna solo 45 minuti  al giorno.E' il momento in cui si afferma Radio Rock, un'emittente radiofonica clandestina che trasmette da una nave dispersa da qualche parte nel mare del Nord. Il governo cerca di metterle i bastoni tra le ruote in tutte le maniere ma da solo il via al fenomeno sempre più dirompenti delle radio pirata.A bordo della nave intanto si celebra la nuova stagione del rock anche perchè i dj sono costretti praticamente a una convivenza forzata e in qualche modo il tempo tra una trasmissione e l'altra dovrà pure trascorrere...
I love radio rock è la storia di una nave al largo formato radio pirata. Una nave rosso ruggine, forse più arrugginita che rossa, a prima vista non tanto solida ma piena di vita.
Unica missione diffondere il verbo del pop e del rock nell'uggiosa terra d'Albione. Terra in cui la BBC trasmette meno di 45 minuti al giorno di rock e pop. Di qui a metà anni 60 il fenomeno delle radio pirata che trasmettono rock e pop 24 ore al giorno, tutti i giorni.
L'opera di Curtis si può guardare da diverse prospettive: può essere vista come un inno all'amicizia, alla complicità, un inno alla libertà d'espressione rappresentata dalla musica pop e rock in questo caso, può essere catalogata come una tenera operazione nostalgia per parlare di un fenomeno poco conosciuto per noi continentali oppure può essere considerata una furba compilation di brani che sembrano non essere invecchiati per niente, oggi come allora ci regalano ancora la loro debordante bellezza.
O forse è un po'tutte queste cose insieme... questo non è un film solo adatto a nostalgici del rock ormai dalla parte sbagliata degli anta che cercano di rinverdire il ricordo dei loro anni più luminosi, non è adatto solo a chi è abituato a pizzicare l'aria imbracciando una chitarra immaginaria o a chi impugna bacchette invisibili con cui percuote un rullante che non c'è, o a chi canta impugnando un microfono inesistente. Non è solo per loro. E'qualcosa in più. 
E'una pellicola che parla di musica e di filosofia di vita ricordando bene che nel rock non c'è nulla di intellettuale , è una musica che parte dal basso, dal volgo, che colpisce più le viscere che la testa, il quattro quarti nella sua assurda semplicità è un tempo che può essere flesso quasi a piacimento,  le sette note sembrano ben poca cosa eppure frastagliate a dovere riescono a essere colonna sonora fondamentale per milioni di fans sparsi per tutto il globo.
E non si può nascondere una certa furbizia nella confezione, una ricerca della semplicità a tutti i costi, dello snodo narrativo semplice che cerca di piacere a più persone possibili, dei buoni sentimenti a tutti i costi dimostrando con uno stile da cartolina natalizia che anche se per la legge sono dei loschi fuorilegge sulla nave di Radio Rock ci sono le persone più buone del mondo.

Però pur con tutti questi limiti, pur essendo ben visibile la volontà di alleggerire il film da possibili seconde letture il film a mio modesto parere è assolutamente vincente,un cocktail irresistibile di musica ,di cinema ,di radio, di sesso e di fottuto rock and roll.E gli attori che si sono prestati all'opera sono eccellenti:Bill Nighy continua a cesellare personaggi adorabilmente animati da una ventata di follia (vedi il cantante degli Strange fruit nel seminale Still Crazy),Nick Frost attore mito, pingue eppure con insospettato successo tra le esponenti del gentil sesso, Rhys Ifans che sembra ogni volta avere un rapporto carnale col microfono, oppure il Seymour Hoffman credibile anche nei panni del rocker a cui il doppiatore Pannofino regala la solita voce di chi ha fumato almeno un milione di sigarette.
Per non parlare poi del gustoso cameo divertito di Emma Thompson e del ruolo infido e untuoso dello spregevole ministro a cui aderisce con sottile perfidia un ritrovato Kenneth Branagh.
Impossibile poi disgiungere l'aspetto visivo da quello musicale:i parole e musica sono un tuttuno  immagini e suoni vivono in simbiosi rendendo ancora più fascinosa la percezione multimediale.
Ci sono alcuni brani che il cui testo viene usato per descrivere lo stato d'animo di questo o quel personaggio, oppure il semplice titolo descrive la volontà di continaure a vivere (la parte in cui Carl sottacqua cerca di salvare il padre che sta andando a fondo cercando di salvare i dischi è al suono di I won't get fooled again degli Who). 
Lo stile registico di Curtis è molto vicino a quello della sua commedia sentimentale Love actually con vari personaggi tutti ugualmente importanti. 
La trovata migliore è quella di non insistere sulla rievocazione di un epoca mitica come gli anni 60: o meglio i vestiti fanno subito rendere conto dell'epoca in cui ci troviamo, così come i siparietti ballati colorati a tinte vivaci, ma sulla nave si respira un aria quasi senza tempo, una sorta di comune hippy molto più moderna di quello che ci si aspetterebbe.
E il naufragar m' è rock in  questo mare...

( VOTO : 7,5 / 10 ) 

Pirate Radio (2009) on IMDb

Rabu, 02 Oktober 2013

The Bling Ring ( 2013 )

Un gruppo di teenagers losangelini piuttosto svegli col computer e con l'idea fissa in testa di imitare le vite degli esponenti del jet set locale individua grazie ad internet gli indirizzi delle loro stars preferite e commette tutta una serie di furti nelle case di queste celebrità raggranellando un discreto gruzzolo. Si parla di circa tre milioni di dollari.
Naturalmente il bel gioco dura poco, sono individuati e catturati.
Il carcere li attende....
Houston abbiamo un problema!
Dopo essermi letteralmente frantumato gli zebedei ridotti a nocciolato di grana finissima con Somewhere, la Coppola con The Bling Ring si conferma ottusa confezionatrice del nulla a 24 fotogrammi al secondo.
Tratto da un articolo di Vanity Fair, e questo la dice già lunga sulla fonte di ispirazione che non è proprio letteratura di prima qualità, la storiaccia di questa banda di ragazzini sprovveduti a caccia di emozioni nelle case dei vip ( e non solo emozioni ma anche cose ben più concrete come gadgets di varia natura e gioielli di valore) diventa una specie di Somewhere 2.0.
Ancora il jet set al centro di tutto, ancora chi anela alla celebrità e chi ne subisce le conseguenze, ancora fumo negli occhi di uno spettatore che quasi è portato a credere che questi teenagers siano quasi in preda a una crisi esistenziale. E invece mancano loro solo dei genitori in grado di dargli sonori scappellotti dietro le orecchie quando serve.
Proprio per questo motivo la storia del Bling Ring ( il nome dato all banda di teppistelli) diventa una sorta di paradigma della storia stessa della piccola Sofia, un passato abortito da attrice nei film del padre, condannata a vita da un nome che le apre tutte le porte e da un talento non esattamente cristallino che le consiglia di stare dietro la macchina da presa e non davanti. Almeno  riesce a mascherarsi meglio.
Altra idea che mi son fatto guardando questo film,. che ho patito quasi alla stessa stregua di Somewhere, è che la piccola Sofia ( piccola un par de'ciufoli, ormai ha passato anche lei i 40 da un pezzo) continui a sputare nel piatto del servizio buono dove ha sempre mangiato.
Critica le gesta dei protagonisti alla stessa maniera con cui osserva, anche un po' schifata, le case di questi vip d'accatto e quei cuscini da divano con la faccia di Paris Hilton, la perfetta esemplificazione del vuoto pneumatico che è al centro del film, sembrano proprio un ottimo posto morbido e accogliente dove piazzare le proprie terga. Senza sottovalutare il piacere di mettere il culo in faccia a quella simpatica ragazza, una metafora finissima ....
Sofia Coppola comunque dà sempre l'impressione di non voler giudicare, assume una posizione pilatesca in cui non sembra parteggiare nè per gli uni e nè per gli altri. Comodo , troppo comodo documentare questi tipici figli degli anni Zero che cercano qualsiasi tipo di scorciatoia per arrivare a frequentare il salotto buono, si fa per dire, frequentato dagli idoli di cartone a cui si ispirano.
The Bling Ring ha la presunzione di voler essere il manifesto della Facebook generation o forse sarebbe meglio dire della Fessbuc generation, ma dietro una facciata modaiola e colorata vengono di nuovo fuori i limiti endemici del cinema di Sofia Coppola che sembra aver smarrito quanto di buono aveva fatto intravedere con i primi film della sua carriera.
Stile fiacco tra la fiction e il semidocumentaristico quasi mai capace di colpire sia a livello visivo che emozionale. Sotto questo profilo Spring breakers di Korine, con delle protagoniste figlie della stessa filosofia esistenzialista,pur con tutti i suoi difetti risultava molto più incisivo.
E anche quella linguetta maliziosa di Emma Watson si perde nel marasma del gruppo di zoccolette a cui appartiene.
La noia affiora in più di un 'occasione assieme al calare impietoso della palpebra.
E se The Bling Ring fosse stato commissionato dai divi da strapazzo che mostra per rinverdire le proprie carriere?
Irritante anche la menata fintosociologica del finale testimonianza di un film che nasce già vecchio e superato dagli eventi....
Aggiungi foto / video...
Carica foto/ video....
A cosa stai pensando?
Che era meglio continuare a farmi un pacchetto di cazzettini miei invece di spendere soldi al cinema ....

( VOTO : 4 / 10 ) 

The Bling Ring (2013) on IMDb

Kamis, 26 September 2013

Rush ( 2013 )

L'accesa rivalità tra il pilota austriaco Niki Lauda e l'inglese James Hunt lungo i circuiti di mezzo mondo dalla Formula 3 fino alla Formula uno. Più che due nemici, due diversi modi di interpretare lo sport e la vita, due diverse filosofie che si scontreranno sempre e comunque. Soprattutto nel campionato mondiale di Formula Uno del 1976, anno del grave incidente a Lauda, un incidente che lo lascerà sfigurato a causa delle ustioni riportate e del suo ritorno alle corse dopo soli 42 giorni con le bende ancora fresche e le ferite sanguinanti solo per cercare di impedire la vittoria finale al rivale. Fino a quel Gran Premio del Giappone e al "gran rifiuto" di Lauda che non se la sente di correre in condizioni così' pericolose....
Pur non essendo una grande appassionato di Formula Uno ho dei ricordi abbastanza netti sulle figure del circus di quegli anni: ricordo Lauda e il suo incidente, la figura quasi paciosa di Regazzoni e tante altre figure che hanno travalicato il ruolo del semplice pilota di macchine da corsa per arrivare a lambire il mito, quali Gilles Villenueve o Ayrton Senna ( dei suoi duelli con Alain Prost il ricordo è assai vivido e dopo aver visto Rush sembra quasi che siano semplicemente una riproposizione con altri interpreti, forse anche migliori,  della rivalità Lauda/Hunt).
Di Hunt il ricordo è invece assai sfocato: ha avuto più il physique du role della meteora con quell'unico campionato mondiale vinto e quel suo essere così sfacciatamente libertino.
Ero quindi molto curioso di vedere Rush giusto per vedere come il classico regista hollywoodiano ( e al giorno d'oggi Ron Howard è il più classico dei registi hollywoodiani) trattasse una mitologia squisitamente europea come quella della Formula Uno, sport che negli USA non ha mai sfondato a livello mediatico e di pubblico.
A scanso di equivoci c'è da dire subito che Rush è un buon film: confezionato alla grandissima con una ricostruzione degli anni '70 che quasi mozza il fiato, fotografato benissimo, recitato in maniera ottimale da due attori che, seppur antropometricamente poco adatti ( sono degli omaccioni a confronto degli scriccioli che erano e sono i piloti di Formula Uno), cercano di mimetizzarsi all'interno dei loro personaggi proprio per rievocare la mitologia di quegli anni e con una sceneggiatura, scritta dall'inglesissimo Peter Morgan che complessivamente funziona, accattivante e appassionante nei momenti giusti.
Siamo però ben lontani da qualcosa di epico, qualcosa che ci spieghi veramente l'aria che si respirava in quegli anni in quanto Rush presenta tutti i pregi e i difetti del cinema hollywoodiano.
Perfetto dal punto di vista formale ma assolutamente privo del pathos che si conviene e questo perchè al di là dell'Oceano hanno sempre la tendenza a ritenere lo spettatore molto meno intelligente di quello che è, appiattendo personaggi e vicende in modo da renderle comprensibili il più possibile al grande pubblico.
In questo il disegno dei protagonisti è abbastanza manicheo: da una parte abbiamo lo sfacciato edonista, tutto fumo, alcool, donne e acceleratore sempre premuto a tavoletta, costi quel che costi e dall'altra parte abbiamo una specie di ragioniere delle quattro ruote, freddissimo, calcolatore, tutto casa e officina che dopo l'incidente diventa una specie di Freddie Krueger ad alto numero di ottani e che non se la sente più di rischiare la vita per un semplice Gran Premio di Formula Uno.
Personaggi disegnati in modo se vogliamo grossolano proprio per evidenziare il loro essere opposti e contrari in tutto e per tutto e per creare a tavolino una rivalità probabilmente molto più accesa di quanto fosse in realtà. Lauda e Hunt non erano nemici: erano solo due interpreti diametralmente opposti dello sport che praticavano, in fondo sentivano la solidarietà tra colleghi e forse anche qualcosa in più perchè in un mondo in cui di amici veri ce ne sono pochi, l'uno era il punto di riferimento dell'altro, anche solo per andare più veloce con la macchina per semplice spirito competitivo.
Perchè il rispetto tra i due era qualcosa di ben tangibile.
A Ron Howard non interessa la corsa, interessano gli uomini che sono dentro quelle bare con le ruote, cercare di capire il perchè rischiano la vita ad ogni corsa, che cosa li spinge a fare quello, cerca di individuare l'adrenalina che gonfia il cuore e fa scorrere il sangue nelle vene di questi piloti che si votano volontariamente a un possibile martirio nel bel mezzo della pista.
Perchè all'epoca la Formula Uno uccideva e anche parecchio.
Il problema di Howard è che non riesce ad arrivare a tutto questo, come quasi sempre gli è successo in tutta la sua carriera, perchè pur prediligendo uno stile che più classico non si può , la sua statura registica è nettamente inferiore a quella dei grandi della Settima Arte.
Howard si ferma alla superficie, confeziona un film impeccabile che però arriva più agli occhi e al cervello che non al cuore, mette al centro due personaggi a loro modo esplicativi di quel mondo e li racconta a modo suo con tutti i pregi e i limiti del cinema hollywoodiano odierno.
L'immagine che ho del Niki Lauda di quegli anni non è tanto il suo volto sfigurato quanto quegli incisivi molto sporgenti e quel suo strano modo di sorridere, un ghigno più che un sorriso.
Ron Howard mi ha tolto anche questo ricordo.
Anche se mi ha regalato nel finale le immagini vere di Hunt e Lauda , un vero tuffo al cuore.
Ecco , forse si....tardi, ma l'emozione alla fine, è proprio il caso di dirlo, è arrivata....

( VOTO : 7 / 10 ) 

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Minggu, 08 September 2013

Vento di primavera ( 2010 )

Questo film è la ricostruzione dell'orribile rastrellamento di massa compiuto dai tedeschi ai danni dei parigini nle 1942. 13 mila ebrei vengono rinchiusi prima nel velodromo d'Hiver in condizioni igienico sanitarie che definire pietose è un eufemismo, per poi essere smistati in campi di detenzione in Francia e in campi di concentramento tedeschi.
Troppi i pensieri che si affollano attorno alle immagini che passano sullo schermo, troppa la rabbia dentro che trova sfogo quando c'è qualcuno che meritoriamente cerca di ricordarci quanto è successo, sale ancora l'indignazione allorchè rileggiamo le storie vere di un genocidio di massa annunciato.
La storia di Vento di primavera è assolutamente vera e per questo è impossibile che non scatti l'empatia con quello che si vede.
Il film è realizzato con dovizia di mezzi, sono impressionanti le scene di massa come è impressionante l'escalation di avvenimenti , tristemente nota che porta al rastrellamento monstre di quella brutta giornata parigina che è il 16 luglio del 1942.
La vita di una comunità in cui la regista ha messo in evidenza soprattutto l'impossibilità da parte dei più giovani di comprendere fino in fondo questo terribile accanimento contro le loro radici è sconvolta da un piano folle di eliminazione di 24 mila ebrei da Parigi.
Grazie all'opera di molti parigini rimasti nell'ombra della storia ne vengono presi poco più della metà e ammassati in un velodromo prima di partire per un posto sperduto nella provincia francese per poi essere destinati nei più tristemente famigerati campi di concentramento.
Vento di primavera racconta la storia di un gruppo di bambini che devono fronteggiare qualcosa di molto più grande di loro, di un medico di origine ebrea interpretato da un Jean Reno mai così umano e dall'aspetto vulnerabile e di un'infermiera,Melanie Laurent, che si vota alla causa di questi bambini anche oltre le proprie forze.
Il film della Bosche racconta quello che successe in quei giorni usando vari piani narrativi: il rastrellamento visto dalla parte degli ebrei che devono subire soprusi e angherie , ammassati come bestie nel velodromo, umiliati e sottonutriti. Racconta la politica che è talmente miope da non accorgersi dell'atrocità che si sta per commettere.Gli ebrei sono solamente numeri in un pallottoliere, la cosa che sconvolge è che nelle alte sfere politiche si lavora contro il proprio popolo.Sono francesi coloro che pianificano il rastrellamento e la deportazione.

Narra inoltre di un  Fuhrer come un'icona chiuso nella sua teca totalmente distaccato dal resto del mondo.Per accentuare questa distanza le scene in cui è presente il Fuhrer con il suo entourage da teatro degli orrori, quadretti familiari grotteschi, sono lasciate in lingua tedesca e senza essere sottotitolate.
Il film della Bosche non vuole essere un je accuse sterile e ripetitivo contro i francesi che si macchiarono di collaborazionismo ma semplicemente un accurato resoconto storico in cui emergono le colpe del governo di Vichy.
Vento di primavera ( titolo che non c'entra nulla con quello originale,  La rafle, la retata) è una palestra in cui esercitare la memoria , il classico film da proiettare nelle scuole che serva da imperituro punto fermo nella rappresentazione storica di quel periodo.
Rose Bosche non eccelle in regia dimostrandosi ottima illustratrice e poco più lasciandosi sopraffare dall'enfasi in qualche tratto anche se azzecca la sequenza il cui il piccolo Nonò corre veloce verso il suo destino convinto che quel camion che lo sta aspettando lo porterà dalla madre.
Dal punto di vista cinematografico il film si limita solo alla compilazione degli avvenimenti, ma il cast sontuoso in cui tutti recitano al meglio (dai favolosi bambini a Melanie Laurent che dimostra il suo talento da attrice drammatica e a Jean Reno che usa la sua maschera per colorare un personaggio sofferto) permette di riscattare le debolezze di linguaggio filmico che qua e là emergono.
E qui si ritorna all'inizio. 
E' praticamente impossibile giudicare oggettivamente un film che agita tanti pensieri e il cui impegno civile travalica ogni considerazione cinematografica.
Ecco perchè il pollice di gradimento è ostinatamente su. 
Per ricordare.

( VOTO : 7+ / 10 ) 


La Rafle (2010) on IMDb

Minggu, 18 Agustus 2013

Anni di piombo ( 1981 )

Julianne e Marianne sono sorelle ma il loro rapporto è molto problematico sin dall'adolescenza. Una fa la giornalista, l'altra è detenuta in un carcere di massima sicurezza perchè terrorista. perchè stanno dalla parte opposta dela barricata? Probabilmente per la differenza con cui hanno vissuto il rapporto con il padre ( un rigido pastore protestante) e quello con il passato nazista della Germania. Alla notizia del suicidio della sorella in carcere, la cronista vorrebbe indagare su quello che è successo, sembra più un omicidio politico che un suicidio , ma sembra che non interessi a nessuno. Sembrano tutti ansiosi di seppellire nell'oblio una brutta pagina di storia.
Sono stati cambiati i nomi: ma è chiaro a chi il film si riferisce. La storia delle sorelle Ensslin è il paradigma dello sbandamento sociale e ideologico che attraversava l'humus sociale della Germania Ovest ( e con lei anche l'Italia era sconvolta dallo stesso tipo di problema che aveva fatto versare troppo sangue) alle prese con la piaga putrescente del terrorismo.
Dall'ideologia alla lotta armata come unica via di propugnare le proprie idee.
Ma Anni di piombo non è un film nudo e crudo sul terrorismo  come erroneamente creduto da molti, soprattutto da quelli che criticarono l'atteggiamento ritenuto  troppo morbido della regista verso la terrorista incarcerata. 
La accusarono di non aver preso sufficientemente le distanze dalla lotta armata tratteggiando quasi più positivamente il personaggio di Marianne ( la terrorista), rispetto a tutte quelle guardie carcerarie che, come avvoltoi assistevano ai colloqui con la sorella Julianne per trascriverne ogni singola parola.
A mio parere non è così perchè alla Von Trotta non interessa parlare di terrorismo. 
O perlomeno non è il tema centrale del film.
Anni di piombo parla dello stretto rapporto tra due sorelle legatissime fin da piccole, figlie di un pastore protestante che aveva inculcato il suo prepotente senso religioso arrivando a preferirne una rispetto all'altra.
Marianne e Julianne la pensano anche alla stessa maniera politicamente ma scelgono due modi diversi per realizzare quello che hanno in mente. Julianne diventa giornalista, Marianne  abbandonati marito e figlio si dà alla clandestinità.
Questo è il primo interrogativo che pone il film. 
Perchè una donna con una certa stabilità economica rinuncia agli affetti familiari per una vita votata all'avventura, al rischio e alla lotta armata? L'ideologia può arrivare a farti abbandonare un figlio?
La seconda parte del film è scandita dalle visite in carcere: il rituale umiliante delle perquisizioni e dei colloqui in presenza di secondini silenziosi che annotano tutto quello che le sorelle si dicono, il ricordo di un passato vissuto assieme all'ombra anche delle stesse idee e l'interrogativo sempre incombente del perchè Marianne ha fatto tutto questo.
Il rapporto tra le due sorelle viene scandagliato in profondità, il film assume una densità emotiva impossibile da descrivere a parole, la cronaca familiare delle sorelle Ensslin nella drammatizzazione della Von Trotta diventa veramente difficile da dimenticare. 
La regista cerca l'equidistanza tra le due, cerca di capire il perchè, trova un miracoloso equilibrio nel tratteggio dei due personaggi, entrambi ricchi di quei coni d'ombra che li rendono ispidi e rendono praticamente impossibile il processo di identificazione.
E'impossibile parteggiare totalmente per una donna che ha anteposto l'ideologia all'affetto per suo figlio e risulta a tratti sgradevole anche il personaggio di Julianne che prevarica continuamente il suo uomo e che sceglie di andare avanti pervicacemente anche lei disinteressandosi di tutto quello che la circonda.

Il trait d'union tra le due sorelle.
Quando arriva la notizia del suicidio di Marianne ( suicidio storicamente ancora misterioso, permane il sospetto che lei e gli altri della banda Baader Meinhof siano stati "suicidati" su commissione) Julianne si prodiga per cercare di smontare pezzo per pezzo la tesi del suicidio.
Perde il suo uomo per totale disinteresse.Trova prove a suo parere inoppugnabili ma all'opinione pubblica non interessa.Chi se ne importa se hanno ammazzato qualcuno in carcere?Anzi va a finire che molti all'epoca pensarono che in quel carcere era stata fatta un'opera di pulizia necessaria al fine di mettere un macigno sul passato, solo per dimenticare.
Julianne perde fiducia per la scarsa civiltà incontrata nella sua lotta per un principio ma guadagna un nipote ( che dopo un'iniziale rifiuto vorrà sapere chi era la madre).
Anni di piombo è un film che unisce magnificamente il rigore formale al contenuto. Un grande film di impegno civile  ancora in grado di stimolare discussioni  a 30 anni dalla sua uscita.
Un plauso va alle magnifiche protagoniste Jutta Lampe e Barbara Sukowa che riescono a far tracimare dallo schermo la loro vibrante emozione.
Quel terrorismo fortunatamente è una pagina di dolore passata e ricollocata nei libri di storia.

( VOTO : 8 / 10 ) 


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Kamis, 27 Juni 2013

Orphan ( 2009 )

Kate e John stanno cercando di ricostruire faticosamente il loro matrimonio messo a dura prova da un aborto doloroso e da altre vicissitudini che partono dall'alcolismo di lei e da un tradimento da parte di lui.Vorrebbero avere un' altra figlia ma ormai lei è isterectomizzata per cui decidono di adottarne uno e la scelta ricade su Esther, nove anni, bei modi e una storia dolorosa alle spalle. Cominciano subito i problemi perchè i figli naturali della coppia le sono apertamente ostili e dopo un po' anche Kate si accorge della vera natura di Esther, crudele e manipolatrice. Avvengono strani incidenti e al centro c'è sempre Esther. C'è qualcosa che non va in lei e Kate si mette in testa di scoprire cosa anche a costo del suo matrimonio che oramai sta andando a rotoli....
In principio fu L'innocenza del diavolo , pellicola in cui un visetto che era stato considerato angelico da milioni e milioni di fans si trasformava nel volto di uno spietato assassino bambino. Quel volto apparteneva a Macaulay Culkin, star di parecchio cinema per bambini o per famiglie di inizi anni '90.
I riferimenti di Orphan a tale pellicola sono abbastanza palesi ma qui c'è differenza che l'attrice che interpreta Esther, Isabelle Fuhrman appare subito inquietante con la sua aria vintage e i suoi vestiti clamorosamente fuori moda.
Quindi sotto questo profilo sappiamo subito che cosa aspettarci e del resto il regista Jaume Collet Serra, un passato glorioso a girare spot televisivi, non punta sull'effetto sorpresa. Anzi, fa vedere subito di che pasta è fatta Esther e di come prevarica i fratellastri a cui mostra subito il suo volto feroce.
Il problema sono gli adulti che capiscono poco e tardi quello che sta succedendo: Kate quando ha sentore di qualcosa si impegna in uno scontro frontale col piccolo demonio, mentre John è come soggiogato dalla bambina e la sua dabbenaggine deciderà il suo destino.
Orphan è girato con uno stile senza troppi compromessi: procede per accumulo di situazioni , tira sciabolate piuttosto che lavorare di fioretto su paure e suggestioni, lascia poco o nulla all'immaginazione.
Sembra un thriller dalle venature horror piuttosto canonico ma tutti i trucchi che il regista usa per amplificare la suspense ( musiche, cigolii e gli altri rumori strani che possono popolare una casa di notte) rappresentano il diapason a cui accordare la benevolenza di uno spettatore che non sta vedendo nulla di nuovo ma quello che sta vedendo gli piace e lo appassiona.
In più c'è un colpo di scena finale che è una bella sorpresa, twist che naturalmente non starò qui a svelare.
La regia di Jaume Collet Serra è talmente brillante che permette di sorvolare  evidenti cadute di sceneggiatura: per esempio non convince l'effetto bomba atomica che ha avuto su John e Kate l'aborto della terza figlia ( la terza, non la prima!) , è piuttosto lacunosa la descrizione delle dinamiche tra i due adulti della vicenda e poi meglio sorvolare anche su alcune battute (che sembrano scritte per Stephen Seagal) che vengono pronunciate nella lotta all'ultimo sangue che caratterizza il finale.
Pure se è ambientato in un inverno freddissimo e nevosissimo è uno di quei thriller horror  che possono allietare l'afa di questa stagione.
Nulla di strabiliante ma degnissimo di una visione a neuroni spenti.

( VOTO : 6,5 / 10 ) 


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Rabu, 12 Juni 2013

Death of a superhero ( 2011 )

Donald è un adolescente che sta spendendo i suoi quindici anni come fanno quasi tutti i suoi coetanei: notti brave con gli amici, ordinarie incomprensioni con i genitori, disegna fumetti e graffiti su qualsiasi superficie ( poi pagandone le conseguenze ), è afflitto dai primi turbamenti sessuali e dai primi sussulti d'amore.
L'unica cosa che lo differenzia dagli altri adolescenti è che lui alla maggiore età non ci arriverà mai: è malato di una rara e aggressiva forma di leucemia che non gli lascia molto da vivere.
Per esorcizzare la paura della morte continua a disegnare fumetti in cui il suo alterego, un supereroe, deve fronteggiare un supercattivo armato di aghi e di siringhe.
E intanto i genitori gli fanno frequentare un "tanatologo", una specie di psicoterapeuta che gli permetta di superare la paura della morte e mettere da parte quel fatalismo pernicioso che sta avvolgendo quel che gli resta da vivere.
Death of a superhero, a scanso di equivoci, è un bel ritratto di un adolescente un po' diverso dal solito non per causa sua. Sfugge le trappole della retorica, non cerca la comoda scorciatoia della lacrima facile, non percorre i clichet del classico film sul coming of age, genere ultimamente molto frequentato su grande schermo.
Soprattutto perchè Donald non ha il tempo materiale per completare la sua formazione, per lui l'età adulta non arriverà mai e con essa la definitiva maturazione.
Dal punto di vista formale il film di Fitzgibbon è molto interessante: la commistione live action / fumetto è articolata in modo originale .
Sono le tavole disegnate dalla mano talentuosa di Donald che in pratica parlano della malattia, usando metafore molto concrete, ai limiti della brutalità, creando un mondo alternativo privo di luce e di speranza con il supereroe alterego del protagonista che combatte con tutte le sue forze contro un nemico infido e invincibile.
Altrimenti Donald cerca di essere normale: anche se ha un aspetto un po' da alieno con il suo cranio pelato un po' a punta e un cappellino sempre calato fin quasi sugli occhi per coprire l'alopecia derivata dalla chemioterapia, non è affatto escluso dai compagni che si sforzano di coinvolgerlo in più cose possibili: beve alcool anche se minorenne, fuma erba, ha i normali moti di ribellione verso i suoi genitori che lo adorano ma non possono guardarlo autodistruggersi giorno per giorno, come se non bastasse la malattia.
Ma forse è questo l'unico modo per non pensare al suo destino che si avvicina a grandi passi, Donald esorcizza così la sua paura di morire.
E anche quando conosce la bella Shelly, ribelle come lui, il film ne tratteggia delicatamente la relazione  rifuggendo la deriva sentimentale più ovvia.
Death of a superhero convince soprattutto come racconto di un'adolescenza che non vedrà mai la sua fine, il suo sbocco naturale nell'età adulta. Donald sa benissimo che il suo è un percorso a breve termine e la sua consapevolezza dolorosa è il cardine attorno a cui ruota tutto il film.
Eccellente il lavoro del giovane Thomas Brodie-Sangster nella parte del giovane protagonista mentre meno convincente il personaggio del tanatologo Andy Serkis, il classico maestro di vita che sembra conoscere tutto e tutti perchè ha vissuto tutto sulla sua pelle.
La morale è che si può essere supereroi dentro oltre che fuori.
Ma alle volte anche i supereroi muoiono.

( VOTO : 7 + / 10 ) 

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Rabu, 08 Mei 2013

Hansel e Gretel - Cacciatori di streghe ( 2013 )

Due fratelli, un maschietto di nome Hansel e una femminuccia di nome Gretel , si perdono nel bosco finchè trovano una casa fatta di marzapane. Cominciano a mangiarne l'esterno e vengono subito invitati a entrare da una placida vecchina che in realtà è una strega che li imprigiona e li mette all'ingrasso per mangiarseli. I due bambini riescono a evitare il pentolone , anzi quella che finisce arrosto nel forno è la strega. Anni dopo li ritroviamo cresciuti, armati di tutto punto e di professione fanno i cacciatori di streghe. La loro missione è liberare un villaggio in cui sono spariti molti bambini da una terribile fattucchiera che però è legata al loro passato. E si ritrovano anche nel bel mezzo di un bel sabba stregonesco organizzato per cuocere nella pentola i bambini rapiti dal villaggio.
Naturalmente sarà una lotta senza esclusione di colpi.
Ho sempre pensato che l'immaginario gothic dark di molte fiabe dei Grimm avesse un bel potenziale cinematografico e quindi ho sempre accolto con favore gli adattamenti  per il grande schermo delle loro opere.
Ed ero molto curioso riguardo questa "rilettura" apocrifa della loro fiaba anche perchè in cabina di regia c'era un tale Tommy Wirkola che in quanto a capacità con la macchina da presa mi aveva favorevolmente impressionato con il suo precedente film Dead Snow, una storia delirante di nazizombies che fanno una strage sulle montagne innevate della Norvegia.
Volevo soprattutto vedere come sarebbe stato addomesticato lo stile aggressivo e tipicamente da regista horror splatter in occasione di un prodotto da 50 milioni di dollari finanziati in gran parte da Hollywood che si sa , perdona poco se non incassi il dovuto.
La buona notizia è che lo stile di Wirkola è rimasto in gran parte immodificato, a costo di incappare in qualche divieto . E qui permettetemi una piccola divagazione:dimostriamo ancora una volta quanto siamo indietro perchè  da noi il film è senza nessun divieto con il risultato di attirare al cinema intere famiglie con bambini di cinque -sei anni che si sono ritrovati di fronte a uno spettacolo in larga parte inadatto ai più piccoli, mentre negli altri Paesi il divieto è scattato per ragazzi sotto i 13-16 anni a seconda della legislazione.
La cattiva notizia è che in Hansel e Gretel - Cacciatori di streghe oltre ai combattimenti proposti in tutte le salse, da duelli all'arma bianca, a scontri a fuoco o a botte a mani nude, c'è poco o nulla.
Hansel e Gretel sono personaggi assolutamente monodimensionali, una riproduzione in scala ridotta di supereroi hollywoodiani da fumetto, di quelli che vanno tanto di moda in questi ultimi anni.
Il loro armamentario è piuttosto stravagante nel design, così come i loro costumi ma questo è dovuto all'ambientazione in un'epoca indefinita, una sorta di Medioevo passato ma allo stesso tempo venturo in cui le  armi usate dai due molto più moderne di quello che le circonda.
La trovata che sta alla base di questo film è che , nonostante sia una produzione dal budget ultramilionario, gli si è voluto dare un look da B- movie senza tanti compromessi con momenti horror e splatter come se piovesse ed effetti speciali piuttosto rustici e che in certe occasioni mostrano tutta la loro artigianalità.
Il problema è che sembra che Wirkola si sia interessato parecchio all'aspetto visivo di tutta l'operazione e molto meno a tutto il resto dando in pasto agli spettatori un film che non sarà certo ricordato per i dialoghi ( alcuni vorrebbero essere della battute fulminanti ma non riescono proprio) o per le finezze nella scrittura dei personaggi, tutti intagliati con l'accetta, o nella stesura della sceneggiatura che è veramente di una povertà allucinante.
Bello il look di alcune delle numerosissime streghe presenti nel sabba mentre la supercattiva Famke Janssen( che ha fatto veramente un patto col diavolo per come è tirata fisicamente) è molto più inquietante in versione  nature che truccata da strega.
Flop negli USA dove è stato massacrato dalla critica,  in Europa invece sta incassando benissimo.
Il sequel suggerito dal finale appare inevitabile.
Sperando che sia meglio di questo.

( VOTO : 5 / 10 )  Hansel & Gretel: Witch Hunters (2013) on IMDb