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Senin, 03 Maret 2014

La grande bellezza ( 2013 )

Jep Gambardella è un giornalista che in gioventù ha dato alle stampe un romanzo, " L'apparato umano" , che aveva lasciato intravedere ottime doti da scrittore.Però la dolce vita romana invece di farlo proseguire in una magari brillante carriera da scrittore lo ha ingoiato per decenni in un gorgo di feste inutili, incontri con il jet set romano e un vuoto esistenziale che lo ha accompagnato sempre da presso.
Ora Jep ha 65 anni ed è un'ottima occasione per guardarsi indietro, a quello che (non) è stata la sua vita e al suo vagheggiare della grande bellezza, persa ormai da tempo, che coincide con un amore di gioventù che ancora giace lì ,incontaminato , a scaldare un po' il suo cuore avvizzito dagli anni....
Da buon ultimo arrivo a parlare del film di Paolo Sorrentino che dopo quindici anni ha riportato in Italia l'ambitissima statuetta di nome Oscar. Una vittoria annunciata quanto si vuole, con Paolo che da buon napoletano scaramanticamente evitava di toccare l'argomento vittoria, ma finchè lo zio Oscar non è stato in mano a Sorrentino, tutto poteva ancora succedere.
E tralasciamo anche quell'inglese che ha fatto apparire come fine dicitore oxfordiano anche il Rutelli di quello spot in cui accorato diceva " Please ...visit Italy..."
Parliamo solo del film che ha , tra gli altri, il merito indiscusso di far uscire il nostro cinema da quel triste e un po' bieco provincialismo in cui era scivolato ultimamente, incapace di rischiare in nuovi autori e cristallizzato, per non dire mummificato , nella proposizione di un unico genere, la commedia e la più nazional popolare possibile. Ecco, detesto essere preso per imbecille dai distributori di cinema italiano, tutto deve essere semplificato al massimo e tutto perfettamente comprensibile, al grado zero di complicazione.
La grande bellezza in questo senso è un film ammirevole,  che coccola lo spettatore, lo invita a interagire e a non subire passivamente, lo prende per mano e lo porta a spasso in un mondo di macerie, quelle dei salottini romani fintoculturali in cui i vari invitati non fanno altro che spruzzarsi addosso generose dosi di veleno.
E Jep Gambardella è uno specialista in questo senso: fine osservatore, il carisma da gigante in un mondo di nani e ballerine, il suo magnetismo è amplificato dalla nullità che lo circonda, un mondo di monnezza vera e virtuale in cui l'egotismo del giornalista emerge prepotente e presuntuoso sia nelle feste a cui partecipa , sia nelle poche relazioni umane che coltiva, quella con il suo amico Romano, l'esegesi dello scrittore e artista fallito, e quella con la ballerina di strip club Ramona che sono perfette esemplificazioni del vuoto che circonda il protagonista e che è dentro di lui.
La grande bellezza è un film di zombie in cui Jep Gambardella sembra essere l'unico sopravvissuto , allorchè si immerge nella magnifica alba romana , in una silenziosa passeggiata sul lungo Tevere confondendosi nella luce del sole che si sta alzando sull'orizzonte e nel riflesso delle acque una volta cristalline.
Sorrentino con la sua regia a tratti virtuosistica e un filo presuntuosa ma adattissima a descrivere tale contesto, non racconta una storia organica , La grande bellezza non è come una di quelle canzoni da hit parade in cui alla strofa succede sempre il refrain che deve rimanere ben fisso in testa, è più che altro una lunga suite strumentale che disegna sensazioni, racconta sfumature d'animo, si cimenta nella difficile arte di visualizzare ciò che visualizzabile non è: il vuoto interiore che attanaglia il protagonista arrivato a un punto nella sua vita in cui è normale guardare indietro a ciò che si è fatto e tirare le somme, ma anche quello che lo circonda, quello delle notti romane che gli hanno fatto perdere la grazia dei giorni della sua ormai passata giovinezza.
Tra preziose suggestioni felliniane ( tra La dolce vita e Roma passando per 8 e 1/2 ) echi de La terrazza di Scola e forse qualche autocitazione di troppo ( Il divo ) La grande bellezza è un film visivamente ricchissimo che procede spedito tra immagini di bellezza inaudita , sprazzi di velenoso cinismo ( un cult la disamina di Jep della vita della sua amica, scrittrice raccomandata e miracolata di una certa classe politica ) e immersioni nella spazzatura totale di feste in cui la Carrà viene mixata da Bob Sinclar , cioè aggiungendo trash al trash, una sorta di monnezza musicale al quadrato.
Toni Servillo è immenso, lancia le sue battute con noncuranza disegnando un personaggio che rimarrà negli annali della storia del cinema italiano, Verdone dà libero sfogo alla sua vena di patetismo mai esplorata a fondo nei suoi film mentre la Ferilli si mette generosamente a nudo, sia fisicamente che metaforicamente.
E rimane anche negli occhi quella Serena Grandi che recita nella parte sformata di se stessa, ex icona erotica degli anni '80, ora caricatura boteriana che testimonia col proprio corpo lo sfacelo irrimediabile di una generazione.Ed è da ricordare pure il cardinale recitato dal sublime Herlitzka che è più a suo agio a parlare di cucina che di spiritualità, viisto che è costantemente oscurato dalla presenza di una sorta di suora mummificata, una madre Teresa di Calcutta decrepita e mostruosa, con la bocca marcia e che si contrappone al suo edonismo sfrenato.
E forse è proprio questo: il film di Sorrentino è il racconto del fallimento e dello sfinimento della generazione che va dai 50 ai 60 , una favola macabra in cui non c'è il vissero felici e contenti ma solo un qualcosa in gola che blocca quasi la respirazione.
E il calore gioioso del ricordo permette di vivere in mezzo alle macerie di cui sembra essere fatto il mondo di Jep Gambardella, unico vivo in un mondo di morti che hanno l'illusione di essere viventi.
Ma forse Jep è morto anche lui come tutti gli altri.
Ancora non lo sa, sospeso come è in un limbo da cui tutto vede senza quasi esser visto.
Perfino lui, con la sua aria di superiorità , sarà inghiottito da quell'abisso senza fondo in cui è scivolato.
Horror vacui.

( VOTO : 8 / 10 )  

The Great Beauty (2013) on IMDb

Senin, 17 Februari 2014

Tre diverse facce della commedia italiana odierna

E' oramai qualche tempo che diciamo tutti che siamo al terzomondo cinematografico, in Italia si fanno solo commedie , non c'è voglia di investire in generi diversi , anche la nostra fiction è ridotta allo stadio del pizza, spaghetti e mandolino forever....
Tutto vero , per carità: poi nell'anno appena trascorso ti esce un film come La grande bellezza che sta mietendo premi ovunque ( è di ieri la notizia che ha vinto un premio come miglior film ai premi annuali della televisione britannica , i BAFTA, praticamente un ulteriore investitura per la prossima notte degli Oscar), ti esce il film che ha incassato di più in tutta la stora del cinema italiano ( Sole a catinelle, oltre 50 milioni di euro di incasso, salutato ovunque nel consumato stivale italico come il salvatore di capra e cavoli cinematografici) ed escono tante operine piccole, graziose, anche riuscite che però da sole non riusciranno mai a fare la primavera del cinema italiano.
Perchè per ogni commedia italica pianificata per incassare , un giovine autore muore artisticamente perchè impossibilitato ad accedere a quegli aiutini che gli permetterebbero di realizzare senza problemi il suo film.
E anche se riesce ad ultimare il suo film rigorosamente no budget ( perchè qui ormai anche fare film low budget è una chimera irraggiungibile, un lusso per pochi) sarà visto solo dai soliti quattro gatti nel solito festival cinematografico condominiale.
Hai voglia a dare il credito di imposta: lo puoi sfruttare solo se il film esce  nelle sale , se non riesci a distribuirlo che te ne fai?
Il risultato è che di queste agevolazioni, indubbiamente importanti usufruiranno sempre e solo i clienti abituali del cinema panettonizio e relativi epigoni.
Oggi mi viene di parlare di tre diverse commedie italiane uscite negli ultimi tempi.
Partiamo da quella più importante:
 SOLE A CATINELLE (  di Gennaro Nunziante ): questo film col fenomeno mediatico Checco Zalone è
stato il salvatore dell'ultima stagione cinematografica italiana: ci ha fatto andare in attivo rispetto all'anno scorso però francamente esagera chi dice , solo guardando gli incassi totali, che il nostro cinema è rinato.
Sole a catinelle è una flebo di zuccheri a un moribondo o meglio a un paziente in estrema difficoltà, aiuta ,coadiuva nella terapia ma da sola non riesce a risolvere il problema.
Ma come è 'sto film?
E' un classico Zalone, con la sua comicità fintotrasgressiva, i suoi strafalcioni verbali che fanno sempre ridere, il suo sguardo disincantato verso un mondo in cui ormai non c'è più niente di scontato , dall'orientamento politico a quello sessuale.
Trovo irresistibile Checco Zalone, mi sono divertito come un matto al suo Cado tra le nubi ( nonostante la sua pochezza cinematografica ), si è confermato ma un po' al ribasso con Che bella giornata ( ma le sequenze con Caparezza alla festa del paese valgono da sole il prezzo del biglietto ), cerca di essere un po' ambizioso in questo suo terzo film ma sembra che vada avanti col freno a mano tirato.
La satira si fa ma non su tutti ( perchè mancano i politici mentre ci sono i banchieri e gli intrallazzatori vari che sono legati a doppio filo col mondo della politica?), l'espediente del viaggio con papà suona come già visto e il ritratto che ne esce di questa italietta non ha la cattiveria che uno si aspetterebbe.
Probabilmente l'edulcorazione del fenomeno Zalone è il prezzo da pagare per incassare questo mare di soldi. L'impressione è che Checco funzioni molto meglio sul piccolo schermo dove è a briglie sciolte, che su grande schermo quasi venga smorzata la sua verve, disinnescata la sua comicità sboccata e irriverente per creare un qualcosa che sia il più nazional popolare e universale possibile.
Si ride ma si ha come la sensazione che si poteva ridere di più e meglio.( voto 5 / 10 )
ASPIRANTE VEDOVO ( di Massimo Venier ) La commedia italica odierna diventa veramente deleteria, molesta e fastidiosa quando cerca di rifare piccoli capolavori del passato. Aspirante vedovo è il remake ( ma forse insulto alla memoria rende meglio l'idea ) di quel piccolo capolavoro di perfidia targato Dini Risi che è Il vedovo, anno di grazia 1959, in cui davano eccellente prova di sè due autentici mostri sacri come Alberto Sordi e Franca Valeri.
Luciana Littizzetto ( mi è simpatica ma anche lei funziona molto meglio in televisione che al cinema) non è in grado di surrogare in alcun modo Franca Valeri e poi meglio non parlare di Fabio De Luigi che esce letteralmente frantumato dal confronto con Alberto Sordi, un qualcosa di improponibile.
Come è improponibile il film che cerca di aggiornare i bersagli degli strali del sarcasmo di cui era ricco Il vedovo, una pellicola  che è consigliabile recuperare al posto di vedere questa schifezza che è una copia sbiadita e malfatta che fallisce miseramente su tutta la linea.
Non si ride verde come faceva fare l'originale, non si ride nemmeno e neanche si sorride.
Eppure i sordidi distributori italici una schifezza del genere la fanno uscire in pompa magna e incassa anche più di 4 milioni di euro, sicuramente al di sotto delle attese , ma che cosa pretendevano?
Non si toccano i mostri sacri, era impossibile mettere mano a un congegno ad orologeria perfetto come il film di Risi, uno che la commedia la sapeva veramente fare a differenza di questi presuntuosi incapaci.
Era puro sacrilegio il solo pensarlo. Eppure Massimo Venier e la sua combriccola hanno osato anche questo. Vergogna su di loro . ( voto 2 / 10 ) .
UNA PICCOLA IMPRESA MERIDIONALE ( di Rocco Papaleo ) Basilicata coast to coast era stato, a suo modo, una piccola sorpresa. Un road movie raffazzonato eppure trascinante, ondivago, un po' come quei piatti brutti a vederli, dei veri e propri mappazzoni, che però ti lasciano un sapore buono in bocca, al di là delle aspettative.
Papaleo con questo suo ultimo film si misura con un'ambizione maggiore.La storia del prete spretato che viene mandato in esilio dalla madre in un faro di loro proprietà e l'allegra brigata che raccoglie attorno a sè ( una congrega di impresentabili agli occhi del paese che è piccolo e si sa che la gente mormora) formata da una sorella lesbica, da un ex prostituta romantica e danarosa( l'ennesima figura di puttana dal cuore d'oro ), da un cognato cornuto, da una ditta di ristrutturazione fatta da ex circensi a cui poi si unisce la vecchia matrona che più o meno si abitua a come vanno le cose , riesce a farsi empatizzare, crea simpatia.
Una piccola impresa meridionale è una specie di road movie da fermo in cui i vari personaggi, tutti ex in qualcosa , sono dei randagi che dopo tanto vagare hanno finalmente trovato casa.
Bella compagnia di attori ( anche Scamarcio funziona, non posso neanche credere di averlo detto ) per un film piccolo piccolo ma gentile, semplice ma  non banale o sciocco, che non usa la volgarità come grimaldello per arrivare alla risata facile e sguaiata.
Insomma niente che stravolgerà pensieri o classifiche di fine anno, ma qualcosa che lascia buone sensazioni, considerate le aspettative bassine. E ha incassato anche discretamente ( circa 3,6 milioni di euro) tenuto
conto del periodo in cui è uscito, appena un paio di settimane prima dello tsunami Zalone ( Voto 6 + / 10 ).

Speriamo solo che il 2014 porti una nuova voglia di investire nel cinema e nella fiction italiana ( anche quella non all'altezza, sembra quasi che sia fatta per un pubblico da cinepanettone, tutto semplificato al massimo , quasi uno sgarbo all'intelligenza di chi ha la sventura di guardarla).
Le prospettive non sono rosee: da noi si preferisce investire nel calcio piuttosto che in altri settori e anche il cinema ne risente , di fatto ridotto a discorso imprenditoriale in cui nessuno ha voglia di rischiare capitali.
E poi vedi che la  televisione svedese e quella danese investono 80 milioni di euro per una serie di 10 puntate.
Quindi 8 milioni a puntata, facendo i conti della serva. Molto più del budget di qualsiasi produzione italiana, cinematografica o televisiva.
Si chiama Bron/Broen , ne hanno già fatto un paio di remake, ne  parleremo prossimamente e già preannuncio è bellissima.
Perchè loro , che sono quattro gatti, possono farlo e noi no?
Ma che cosa c'è che non va in noi?

Rabu, 29 Januari 2014

The Wolf of Wall Street ( 2013 )

La storia vera , romanzata nei punti giusti, di Jordan Belfort, diventato broker professionista a Wall Street nel momento sbagliato ( quello nero del 1987 ) e gettato sul marciapiede nello stesso giorno, che, ripartendo da zero, riesce a creare un impero finanziario vendendo azioni  di società senza alcun valore e incassando commissioni da capogiro. Milionario a 26 anni, con così tanti soldi da non sapere dove buttarli, tossicomane e sessuomane senza speranze , dopo pochi anni si ritrova tallonato dall 'FBI per tutte le sue malefatte ed assaggerà, anche se per poco, le patrie galere. Giusto perchè ha fornito nomi di altri truffatori come lui....
The Wolf of Wall Street segna la quinta collaborazione tra DiCaprio e Scorsese , un connubio sinergico che ha portato il piccolo , si fa per dire , Leo a livelli mai raggiunti prima, neanche con Tarantino, e il grande Martin a ritornare ai fasti del suo cinema migliore.
Scorsese è la mente è DiCaprio il braccio operativo in questo apologo sul denaro che rovina le coscienze , un film che rappresenta il tracollo che subisce ogni essere umano ( non per generalizzare ), di fronte al potere e ai soldi.
Questa pellicola ha scatenato molte polemiche perchè è stata vista come un'esaltazione delle gesta di Jordan Belfort ( presente in un cameo alla fine del film) da parte di chi è stato da lui truffato ma non c'è niente di più sbagliato.
Non si farebbe giustizia alla carriera cinematografica di Scorsese e soprattutto alla sua visione eticoreligiosa data dalla sua educazione rigidamente cattolica che traspare da ogni suo film da Mean Streets in poi.
Se dal punto di vista sostanziale il ritratto del lupo ( uno dei tanti lupi, forse con quello con i denti più aguzzi) di Wolf Street è improntato alla caricatura, al grottesco, alla deformazione quasi comica con uffici, appartamenti e addirittura aerei che si trasformano in sedi ideali per baccanali in cui tutto è permesso , dal punto di vista cinematografico l'ultimo lavoro di Scorsese è un vertiginoso caleidoscopio in cui vien fuori prepotente il suo virtuosismo mai fine a se stesso.
Imperiose carrellate in avanti , una macchina da presa sempre mobile a catturare la prospettiva migliore, una regia pronta a catturare le finezze portate in dono da un cast all'altezza ( perchè oltre a DiCaprio, sono da urlo anche tutti i comprimari, dal primo all'ultimo, con un Jonah Hill sontuoso ) ma soprattutto a far quasi toccare con mano gli eccessi di Jordan Belfort and company, una manica di svitati , drogati ed erotomani che si divertono a fare i Robin Hood all'incontrario, rubando ai poveri per diventare essi stessi ricchi da fare schifo.
Quella di The Wolf of Wall Street non è una storia votata all'edulcorazione di quanto realmente è successo, non una semplice affabulazione ma un tentativo , riuscito, di catturare lo spirito di una vita stupidamente votata all'eccesso di ogni tipo, con la droga che diventa quasi un supporto per sostenere le idee di finanza creativa , molto creativa, di Jordan e soci.
Jordan Belfort non è il  Gordon Gekko del nuovo millennio , è semplicemente un cialtrone masticato e risputato da una vita votata ad ogni tipo di eccesso e a cui è stato negata la seppur minima possibilità di catarsi.
Non ci può essere nessun tipo di catarsi per uno che con le narici ha tirato su di tutto o per chi ha gettato sul lastrico intere famiglie e imprenditori onesti.
E Scorsese in questo sorpassa in tromba i sussulti moralistici di un Oliver Stone o di un documentario alla Michael Moore.
Per lui una figura sopra e oltre le righe come quella di Jordan Belfort è un'ottima occasione per ritornare a parlare di Goodfellas da guardare quasi con umana compassione o a immergersi nella spirale vorticosa della bulimia del suo Casinò, per quanto mi riguarda il suo ultimo capolavoro.
Ecco, non uscivo così frastornato dal cinema, a causa di tutte le suggestioni e sollecitazioni subite in 3 ore di film praticamente mi sono sentito come un punching ball preso a pugni dal Mike Tyson di turno,dai tempi di Casinò e parliamo praticamente quasi venti anni fa.
Quello era un 10 pieno nella mia scala di valutazioni, The Wolf of Wall Street non sarà un 10 pieno come quello ma ci si avvicina parecchio.
Già da ora è uno dei film dell'anno....

( VOTO : 9 / 10 ) 

The Wolf of Wall Street (2013) on IMDb

Senin, 27 Januari 2014

Un boss in salotto ( 2014 )

Da qualche parte nei dintorni di Bolzano in un Alto Adige lindo e pinto fatto di cottages totalmente eco compatibili, vive una classica famiglia del nord: Michele lavora come pubblicitario e ha necessità di avanzare di grado ( e di stipendio) perchè il bilancio economico della sua famiglia è in profondo rosso per le smanie arriviste della moglie Cristina che vuole assolutamente entrare nel salotto buono della sua cittadina e dalla porta principale cercando di ingraziarsi la moglie del capo del marito. 
Poi ci sono i due figli , Vittorio e Fortuna anche loro oberati delle attività che la madre impone loro. Un brutto giorno Cristina viene convocata alla locale caserma dei Carabinieri per essere informata che suo fratello, condannato ai domiciliari in attesa del processo, ha dichiarato di voler risiedere presso la casa della sorella che non si chiama Cristina ma Carmela ed è napoletana DOC e non altoatesina di sangue purissimo come aveva fatto sempre credere.
Il castello di carte di Cristina / Carmela crolla ingloriosamente pezzo per pezzo ma la presenza del fratello in casa all'inizio porterà benefici inaspettati soprattutto al marito....
Ma alla fine tutti i nodi verranno al pettine....
Giuro che non lo volevo fare ma sono stato praticamente costretto dalla mia bradipa preferita a vedere questa cosa, la classica visione coniugale obbligatoria : non ne avrei neanche voluto parlare ma fare due chiacchiere su questo film può essere l'occasione di toccare con mano in che crisi profonda sia il cinema italiano.
E non basta certo la risonanza internazionale di un film osteggiato da molti come La grande bellezza ( che sarà una delle prossime visione, ormai la curiosità è arrivata a livelli praticamente insostenibili, vincitore di un Golden Globe e forte candidato agli Oscar  nella categoria del miglior film straniero ) sul cui carro sono saliti vincitori di ogni sorta, anche molti tra quelli che ne parlavano male, o lo straordinario successo al botteghino di Zalone a far parlare di rinascita del cinema italiano.
Anzi parlare di buona salute del nostro cinema , come ha fatto qualcuno proprio in virtù di questi due film che hanno risollevato le sorti del box office e determinato un modesto aumento degli incassi in un 2013 brutto per tutti, è ipocrisia bella e buona perchè per uno Zalone che incassa più di 50 milioni ci sono tante altre produzioni che non vedranno mai la luce , pur meritando.
E' vero che un successo come quello di Zalone permette di investire soldi anche in piccoli progetti per far nascere nuovi autori, ma l'impressione è che una rondine non faccia mai primavera e si abbia paura di investire denari in autori nuovi e in generi che non siano quello ultracollaudato della commedia.
Il cinema italiano è malato di commedite acuta, una malattia la cui cura non sembra interessare a nessuno, perchè tanto un certo tipo di pubblico viene sempre catturato.
E poco conta anche che la formula del cinepanettone sia oramai stantia e si cerchi di moltiplicare l'offerta ( un aumento dell'offerta finto , sempre di commedia si tratta, non si va oltre il genere di partenza) per evitare rovinose cadute al box office.
Perchè se si perde un po' tutti , si perde meno.
E in queste feste natalizie il  vincitore assoluto è stato Frozen, successo disneyano oltre le aspettative , ma l'altro vincitore , inatteso, è stato questo Un boss in salotto, uscito solo il 1 gennaio ma che ha incassato circa 12 milioni di euro, più dei vari Pieraccioni, Neri Parenti e Brizzi.
Il film di Luca Miniero purtroppo non si eleva al di sopra di una preoccupante mediocrità incancrenito nelle dinamiche Nord contro Sud che hanno fatto incassare 30 milioni di euro a Benvenuti al Sud, altro successo abbastanza inaspettato ai suoi tempi.
Pur avendo dignità filmica superiore alla fattura grossolana dei cinepanettoni che furono, Un boss in salotto non propone un vero salto di qualità alla commedia nostrana, anzi si nutre di dinamiche già consolidate e piattamente riproposte.
La novità, una piccola eversione alla camomilla è la reazione del classico imprenditore del nord alla presenza di un presunto camorrista nel suo paesello: la camorra è vista come un modo per progredire e per questo facilita in tutte le maniere la carriera del cognato del presunto boss.
Che tra tutti i personaggi del film, in un impeto di moralismo eucumenico, poi, quello del presunto boss è il personaggio più innocuo, preoccupato come gli altri a nascondere qualche peccatuccio e il suo è quello di non averne troppi.
Se Argentero è pleonastico, Papaleo e la Cortellesi ( impressionante come riesca a essere credibile nei vari accenti e non parlo solo di questo film ) sono bravi ma il motore del film è ingolfato, non si alza mai di giri e le gags , alcune delle quali tristemente riciclate , al massimo strappano un sorrisetto.
E se questo basta per incassare 12 milioni al box office , hai voglia poi a parlare di rinascita del cinema italiano alla faccia dei critici parrucconi.
Per quanto non li abbia molto in simpatia , non è colpa dei critici cinematografici se il nostro cinema sia affondato in sabbie mobili perenni.
E' colpa di chi non vuole introdurre novità, di chi non vuole rischiare.
E possiamo continuare così per anni e anni , nascondendoci dietro un dito, continuando a fare brutto cinema che però incassi.
Un boss in salotto è il classico esempio di quanto ho appena detto: il brutto cinema che piace.
Ma anche se ha successo, rimane sempre brutto cinema.

( VOTO : 3,5 / 10 ) 

Un boss in salotto (2014) on IMDb

Minggu, 19 Januari 2014

I sogni segreti di Walter Mitty ( 2013 )

Walter Mitty è un impiegato della rivista Life che lavora in una specie di sotterraneo a catalogare fotografie. E' un tipo grigio, meticoloso che ha la pericolosa tendenza a sognare a occhi aperti ( e rimane "incantato"). Nel sogno diventa tutto l'opposto che è nella realtà, diventa un uomo di azione e di decisioni prese in un battito di ciglia, una specie di eroe senza macchia e senza paura capace di risolvere con la forza e l'intelligenza anche le situazioni più disperate. Quando il suo lavoro alla rivista è seriamente minacciato dal nuovo piano editoriale intraprenderà un viaggio che lo porterà un po' in tutto il mondo alla ricerca di una fotografia e diventerà un po' come l'eroe che ha sempre sognato di essere....
E l'ultima copertina di Life....
Ben Stiller, arrivato al suo quinto film da regista decide di portare in scena un racconto di James Thurber già portato al cinema nel 1947 con il titolo Sogni proibiti da Norman McLeod.
E cerca una profondità di sguardo e di pensiero che non ha mai avuto o cercato nelle sue prove precedenti .
Per fare questo decide di immergersi in un genere che agli americani piace parecchio: quello della narrazione di un riscatto personale e per questo sceglie la vita di un grigio archivista fotografico che, relegato in una esistenza avara di soddisfazioni, fugge con la mente in una specie di mondo alternativo in cui tutto è il contrario di quello che è veramente.
E quando la vita gli porrà davanti delle scelte ineluttabili lui dovrà indossare, un po' con disagio ma anche con tanto coraggio, i panni di quell'eroe che ha vestito nei suoi voli pindarici.
Lo Stiller regista azzarda in un genere che non gli è mai appartenuto e riesce meglio , decisamente meglio nel mondo distorto e grottescamente tratteggiato in cui vive il suo alter ego eroico , mentre è ordinario, anche un po' scialbo nella parte newyorchese e nei duetti con la coprotagonista Kristen Wiig, attrice dalla notevole verve comica ( come le altre due donne della vita di Walter Mitty, la madre interpretata da una Shirley Mc Laine in formissima e la sorella in cui recita un'altra attrice di notevole talento comico come Kathryn Hahn) che però viene opacata, offuscata dal tono sentimentalista che presto viene assunto dalla pellicola.
Inoltre infarcisce il film di una grande quantità di riferimenti letterari e filmici dando luogo a un mappazzone bulimico, con gags a volte riuscite, a volte un po' meno e che viene riscattato decisamente dalle ambientazioni inconsuete e poco frequentate dal cinema ( l'Islanda è decisamente una figata con i suoi colori sgargianti e la sua natura incontaminata o quasi).
Lo Stiller attore funziona decisamente meglio : è decisamente nelle sue corde il personaggio di Walter Mitty dimesso sia fisicamente che emozionalmente e rende bene la crescita dell'autostima che lo caratterizza per tutto il procedere della narrazione.
Il problema de I sogni segreti di Walter Mitty è che richiede un'empatizzazione costante da parte dello spettatore letteralmente preso d'assalto da una serie di sequenze che rimangono impresse ( quelle del sogno e quelle del viaggio in Islanda) per come riempiono l'occhio ma richiede anche un surplus emozionale che personalmente non ho avuto la fortuna di provare.
Niente emozione, niente lacrime che goccia a goccia hanno tentato di esondare dai canali lacrimali di fronte a un qualcosa che visivamente ha quello scatto in più ma che non è riuscito a solleticare adeguatamente le corde emotive che aveva intenzione di pizzicare con leggerezza.
Un film diviso in due che ha parlato più alle mie cornee che al mio cuore e a cui non sono riuscito ad abbandonarmi totalmente come avrei voluto.
Anzi un'emozione il film me l'ha riservata: ma è colpa di David Bowie e di Space Oddity, un brano che conferma ancora una volta la sua immortalità.
Cosa che non accade a Walter Mitty e al suo mondo: un take away di suggestioni e pulsioni cinematografico/ letterarie che nel mio caso non sono riuscite ad arrivarmi fino al cuore.
Un peccato, avrei voluto veramente nascondermi, perdermi dietro e dentro il mondo segreto di Walter Mitty...

( VOTO : 6 / 10 ) 

The Secret Life of Walter Mitty (2013) on IMDb

Minggu, 12 Januari 2014

Il grande match ( 2013 )

Henry "Razor " Sharp e Billy " The Kid " McDonnen sono ormai due placidi ex pugili ultrasessantenni che vivono le loro vite più o meno grame, soprattutto Henry. Un promoter ha l'idea di riportare in auge la loro vecchia rivalità finita alla vigilia del match di spareggio a cui Razor non ha mai partecipato per motivi non meglio precisati. E , solleticando adeguatamente l'orgoglio e il portafoglio dei due , grazie a una brillante campagna di marketing li convince e riesce anche a suscitare nell'opinione pubblica un interesse smisurato per la portata sportiva dell'evento. I lunghi allenamenti di preparazione al match serviranno ai due per tirare le somme della loro vita e correggere gli errori del passato. 
Intanto arriva la sera dell'incontro....
Il grande match si fonda su una premessa abbastanza ridicola o perlomeno poco plausibile: far ritornare due pensionati o quasi sul ring per risolvere la loro rivalità trentennale. Ridicola certamente,  ma i due attori che sono stati scelti per interpretare i due anziani dinosauri del ring danno al tutto un sapore metacinematografico che un altro duo di protagonisti non avrebbe potuto dare.
Parliamo di Stallone che ha la saga di Rocky come pilastro insostituibile della sua carriera e di De Niro che ha interpretato Jake La Motta in modo magistrale in uno dei più acclamati film di Scorsese, Toro Scatenato.
Razor Sharp  e The Kid McDonnen pur non citandoli mai espressamente sono un'evidente aggiornamento di quei personaggi riportati all'epoca odierna.
Nei due troviamo tutta la disillusione proletaria di un vecchio, silenzioso Rocky e tutta la guasconeria casinista di un logorroico Jake La Motta riportati in un altro contesto, ben più leggero dell'originale.
Vediamo così Rock...mmm pardon Razor che vuole picchiare mezzene di maiale come faceva il suo antenato, che solleva pneumatici enormi o che porta a spasso autoarticolati legandoseli alla vita tramite una cinta di cuoio , e vediamo Jak...pardon Billy che si esibisce in locali,  beve come una spugna ,  è un indomito cascamorto e scopre addirittura di avere un figlio e un nipote di cui non avrebbe mai sospettato l'esistenza.
Il film di Segal , uno abituato a tempi comici molto più frenetici, ha poco a che fare col pugilato e indugia quasi con rispetto nella caratterizzazione dei due vecchi leoni non soffermandosi semplicemente alla commedia di stampo geriatrico ma inserendo parecchia mostarda giocando col passato cinematografico dei due .
Ha il colpo di genio di inserire poi  un terzo elemento, un Alan Arkin in formissima  nei panni dell'allenatore di Razor, che tira fuori la sua verve comica amara e dissacrante e a cui vengono riservate le battute migliori del film.
Pleonastico invece il personaggio della Basinger, pitonessa al servizio di due padroni trenta anni prima, innamorata di uno ma madre di un figlio fatto con l'altro, che si aggira per le scena spenta , doppiata male e assolutamente amorfa.
Un personaggio a cui non riesce a dare nessun colore per una recitazione sotto le righe, a un passo dall'imbalsamazione ( o sarà la chirurgia plastica che non le permette di avere molte espressioni facciali?).
Il grande match ( a proposito ma perchè cambiare il titolo originale The Grudge Match, il match del rancore che rende molto meglio l'idea che sta alla base del film?) è un innocuo divertissment che si guarda con piacere colpevole, due orette senza pretese passate in leggerezza e con quel pizzico di retorica che non manca mai in uno sport come il pugilato in cui spesso la retorica e la vanagloria fioccano abbondanti.
Stallone e De Niro funzionano nei rispettivi ruoli forse perchè ricalcano le loro stagioni migliori e si prestano con divertita noncuranza.
Orribile come vengono sfigurati al computer per renderli più giovani all'inizio del film e assolutamente orrenda una locandina in cui sono letteralmente massacrati dal Photoshop.
Insuccesso al box office americano che ha ormai dimostrato a più riprese, sbagliando,  che di questi vecchi marpioni del cinema action anni '80 non sa più che farsene....
Questi vecchiacci ancora possono accendere le luci dell'autobus e portare a scuola tutti i presunti eroi del cinema action di oggi....
Da non perdere il siparietto Tyson / Holyfield sui titoli di coda...quello si che fu un Grudge Match.
L'orecchio di Holyfield ancora ringrazia ....

( VOTO : 6,5 / 10 ) 

Grudge Match (2013) on IMDb

Kamis, 09 Januari 2014

A fantastic fear of everything ( 2012 )

Jack, scrittore di libri per bambini , decide di cambiare genere e si mette al lavoro su un libro sui serial killer dell'età vittoriana. La sua psiche, già instabile , deflagra miseramente per la paura insana che ha di essere assassinato e si ritrova a vivere da recluso nel suo appartamento. Un giorno il suo agente gli prospetta un incontro con un importante produttore americano interessato al suo libro e Jack ora deve affrontare due problemi: uscire dal suo squallido appartamento in cui vive in solitudine e andare alla vicina lavanderia automatica, di cui ha una fobia folle, per pulire i suoi vestiti. E lì lo incontra veramente un serial killer che lo tiene prigioniero nel seminterrato assieme a un'altra cliente....
A Simon Pegg ci voglio un sacco di bene perchè la trilogia del Cornetto mi ha regalato momenti di assoluto divertimento e anche le altre cose che ha fatto non mi sono affatto dispiaciute.
Qui si presenta senza il suo compagno di merende Nick Frost e senza il terzo membro della banda , Wright , con un film che gli è stato praticamente fabbricato attorno per come è poggiato interamente sulle sue spalle.
Pegg è interprete sopraffino ma tende a debordare e in questo A fantastic fear of everything deborda abbastanza in una interpretazione totalmente sopra e fuori le righe nell'evidente intento di dare al suo personaggio una valenza grottesca all'interno di una narrazione sbilenca, rapsodica, in cui quello che vediamo ci fa venire sempre il dubbio se sia vero o semplicemente una proiezione mentale del protagonista, un tizio da rinchiudere subito all'interno di un manicomio, nella sua bella stanza imbottita e magari vestito con una comodissima camicia di forza.
In realtà A fantastic fear of everything ha una narrazione così frammentata che non si capisce che direzione voglia prendere: forse ne vuol prendere troppe e alla fine non ne prende nessuna.
Diciamo che vale più per singole sezioni che nel suo insieme: ad esempio è veramente ben congegnata la sequenza alla lavanderia con un crescere della tensione lento ma continuo sempre riletto attraverso un'ironia acre e bastarda, mentre è insostenibile il pippone finale con uno dei serial killer più asini mai visti sullo schermo.
Ma probabilmente anche questo rientra in quella prospettiva grottesca in cui inquadrare e includere il film.
Senza il contraltare del suo amicone Nick Frost, Simon Pegg si esibisce in un one man show estenuante, una specie di spettacolo da acrobata della recitazione che si esibisce senza rete di sicurezza, un campionario di smorfie e mossette che spesso non rendono giustizia alla sua bravura.
Non si può nascondere un pizzico di delusione per un film che prometteva ben altro: tra commedia e horror quello che viene fuori è un ibrido grottesco in cui tutte le idee sembrano ammassate un po' alla rinfusa e questo non permette al film di decollare , anzi si fa un po' fatica a proseguire proprio perchè manca una vera e propria coerenza nella struttura narrativa.
Alla lontana ha riportato alla memoria il favoloso John dies at the end di Don Coscarelli ma quello era sostenuto da una scrittura di ben altro livello e da una regia molto più matura rispetto a quella dell'esordiente Crispian Mills ( dalla regia mi dicono che fosse un musicista di una band di un certo successo ) coadiuvato dall'altrettanto esordiente Chris Hopewell, un passato glorioso nella direzione di videoclips musicali.
Peccato, nonostante Simon Pegg riempia ogni scena non me la sento proprio di consigliarlo....

( VOTO : 5 / 10 ) 

  A Fantastic Fear of Everything (2012) on IMDb

Senin, 06 Januari 2014

Questione di tempo ( 2013 )

Tim ha 21 anni , sta partecipando a una festa di Capodanno che assume ben presto le fattezze di una calamità naturale e il padre lo mette al corrente di un segreto: i maschi della sua famiglia possono viaggiare indietro nel tempo, certo non possono cambiare la storia o uccidere Hitler . ma possono utilizzare questo potere per vivere un po' meglio. E Tim comincia da questa festa di Capodanno per cercare una ragazza, è stufo di stare da solo. Si trasferisce poi dalla natìa Cornovaglia a Londra per completare il suo tirocinio da avvocato e a un appuntamento al buio incontra Mary, la donna della sua vita. Anche viaggiando indietro nel tempo si creano piccoli malintesi ( ogni volta è la prima volta) ma alla fine riesce a ottenere il suo amore. La loro vita procede tranquilla ,Tim utilizza il suo potere per vivere meglio, per avere il miglior testimone di nozze, per salvare un suo amico da un disastro professionale e anche per salvare sua sorella da un incidente nella festa del compleanno di sua figlia. Ma questo cambia troppo le carte in tavola: presto Tim si troverà ad affrontare delle scelte non facili riguardo il potere che lui ha....
Datemi un film con un viaggio nel tempo e avrete catturato la mia attenzione: sono irresistibilmente attratto dai paradossi temporali e dai viaggi nelle pieghe del tempo e dello spazio.
A scanso di equivoci, qui di paradossi ce ne sono pochini: si chiarisce subito che non si può alterare la storia e tutto quello che si può cambiare è strettamente privato ma ormai la frittata era fatta.
E poi Richard Curtis mi garba assai nel suo modo di scrivere commedie ( dalla sua penna tra gli altri è stato partorito un gioiello come Quattro matrimoni e un funerale l'archetipo della british romcom, secondo me è  molto più valido come sceneggiatore che come regista, anche se ha diretto pochi film per essere giudicato ) e quindi anche dopo aver scoperto che il viaggio nel tempo era solo un piccolo escamotage narrativo e non qualcosa di sostanziale ho continuato a gradire senza problemi quello che stavo vedendo, senza alcuna punta di delusione.
Questione di tempo è una classica, britannica , curtisiana commedia sentimentale in cui troviamo tutti gli ingredienti giusti per farcela piacere: risate, balbettamenti sentimentali ad opera di un protagonista nerd e che si comporta da nerd, una coprotagonista assolutamente adorabile con quella sua aria sbarazzina e squisitamente normale, quel pizzico di sentimento che scalda il cuore e quella punta di patetico che esce nella seconda parte per dare un po' di speziatura al tutto nell'intenzione di fornire allo spettatore quella morale facile facile con cui tornare a casa contento sia di quello che ha appena visto su schermo, sia di quello che troverà ad aspettarlo nell'intimità domestica.
Perchè la morale di Questione di tempo giace tutta tra le pieghe dell'oraziano Carpe diem: occorre accontentarsi di quello che si ha e vivere ogni giornata al massimo, come se fosse l'ultima, decisiva nella propria vita.
E del superpotere di viaggiare nel tempo si può pure fare a meno.
La seconda parte, quella con incastonata la moralina con tanto di tentativo di estorsione di secrezione furtiva che esondasse dai canali lacrimali, mi è sembrata la meno riuscita, una piccola zavorra per un film altrove lieve e leggiadro come pochi, divertente e con punte di comicità irresistibili.
Anche perchè il potere di viaggiare indietro nel tempo pur non arrivando alle vette surreali di Ricomincio da capo, è uno spunto narrativo utilizzato al meglio per far sorridere quando Tim cerca di correggere continuamente il tiro con la sua Mary, conoscendola ogni volta di più.
La riuscita di questo film è dovuta anche al lavoro perfetto dei tre protagonisti , Gleeson, Nighy e Mc Adams, imperdibili le scene di Tim con Mary ma anche i siparietti di Tim col padre, e di un gruppo di comprimari eccellente, tutti con la faccia giusta al posto giusto.
Anche la musica è utilizzata nel migliore dei modi passando con no chalance da un matrimonio superbagnato  sulle note di Jimmy Fontana ( e funziona, funziona davvero alla grande contro le mie più marronee previsioni ) a un finale sulle note malinconiche di Nick Cave , oltre a tutta una serie di brani accattivanti e mai banali.
Questione di tempo è confezionato nel migliore dei modi, Curtis sa toccare le giuste corde emotive e  lascia con quel briciolo di melanconia e non col solito ..e vissero tutti felici e contenti .
Intrattenimento puro e prezioso perchè saper intrattenere non è roba affatto semplice.
Richard Curtis e la sua penna nel corso del tempo hanno dimostrato di saperlo fare in modo eccellente....

( VOTO : 7 + / 10 )

About Time (2013) on IMDb

Minggu, 05 Januari 2014

American Hustle ( 2013 )

Irving Rosenfeld è un truffatore di mezza tacca, nel tempo libero anche mercante d'arte , che vive sulle disgrazie di imprenditori e gente comune in affannosa ricerca di credito attraverso canali non ordinari, visto che non hanno garanzie da fornire agli istituti bancari. Lui si fa dare la sua commissione, non rimborsabile e poi promette di far ottenere loro credito. Cosa che non fa. Accanto a lui  c'è la bella inglesina Sidney che lo fa pensare ancora più in grande finchè un brutto giorno incontrano l'agente FBI Rick Di Maso che li incastra ma promette loro l'immunità se solo lo aiutano a incastrare altri truffatori come loro e anche dei politici del congresso a cominciare dal sindaco di Camden, Carmine Polito.
 Insieme organizzano una  complessa operazione che culminerà in uno scambio di soldi all'hotel Plaza. Intanto i rapporti tra i tre evolvono in modo imprevisto e un ruolo importante lo avrà anche la moglie di Rosenfeld, la vera variabile impazzita che da sola è in grado di far saltare tutto quello che è stato organizzato in maniera così meticolosa.
Per chiarire subito le idee American Hustle, ultima fatica di David O. Russell è pura exploitation anni '70, un qualcosa che vive esclusivamente delle sue ricostruzioni d'ambiente filologicamente perfette e di una serie di performances attoriali letteralmente da urlo che da sole valgono il cosiddetto prezzo del biglietto.
E non è un caso che in un'operazione di questo genere il regista americano si circondi degli attori che gli hanno finalmente spalancato le porte della notorietà e del successo di critica oltre che commerciale.
Ritroviamo un Christian Bale nei panni di Rosenfeld che è il miglior effetto speciale del film, con una testa unta in maniera disgustosa , un riporto un po'troppo elaborato per non destare sospetti di calvizie ( parole e musica di Sidney, la sua sodale che pur trovandolo abbastanza repellente è attratta da lui ) e una panza in 3 D che dopo averla vista ti chiedi per mezz'ora se è vera o è un trucco , una Lawrence nei panni di sua moglie,un curvilineo oggetto del desiderio totalmente ingestibile, una Amy Adams che ne ha fatta di strada da quando era una principessa per la Disney e oggi si presenta in scena con capelli rosso fuoco, sguardo penetrante e scollature che uccidono, un Bradley Cooper con la permanente ( da collasso la sequenza in cui lo vediamo a casa sua con la testa piena di bigodini per mantenere i boccoli ), pantaloni attillati e camicie sgargianti aperte sul davanti a far vedere orgogliosamente il petto villoso e in un meraviglioso cameo troviamo un Bob De Niro che rievoca i suoi illustri trascorsi scorsesiani.
Tra gli altri impossibile non citare un Jeremy Renner inedito in un personaggio tra il comico e patetico con un oltraggioso ciuffo in testa che ricorda più i Leningrad Cowboys che Elvis.
American Hustle è cinema caleidoscopico, coloratissimo , un bignamino di anni '70 che partendo da una storia vera e ricamandoci sopra parecchio ripercorre tanto cinema americano del passato partendo dallo Scorsese di Casinò e Goodfellas che aleggia su tutta la pellicola e arrivando a Saturday Night Fever passando per Blow e Boogie Nights.
Può essere letto come la narrazione dell'ennesima versione dell'American Dream, l'epopea di una banda di criminali di mezza tacca che si ritrovano imbrigliati , causa terzi e il terzo è l'agente dell'FBI Di Maso che li ricatta , in un gioco molto più grande di loro da cui cercano di uscire nel modo più indolore auspicabile, cercando di rispondere per quanto possibile a una specie di codice etico che indica loro di non tradire gli amici.
L'ultimo film di Russell è cinema di pura facciata, un intrattenimento con punte di cattiveria che non fanno mai veramente male per come sono incernierate da siparietti quasi comici : un gioco di specchi in cui brillano in tutto e per tutto gli anni '70 e i loro eccessi, le camicie con disegni fantasia oggi improponibili e con enormi colletti svolazzanti, i pantaloni attillati, le acconciature super ricercate in cui viene espressa al meglio  la qualità del trucco e del parrucco che sono parte fondamentale del film, gli arredamenti kitsch, le tappezzerie opprimenti, le moquettes polverose, la discoteca con le luci stroboscopiche e l'enorme sfera di lustrini che rotea sopra le teste dei ballerini del sabato sera ( da collasso la scena in cui Bradley Cooper cita il Tony Manero de La febbre del sabato sera ) , le feste a bordo piscina a base di alcool e di droga mentre fuori c'è un palmo di neve appena caduta.
E poi c'è la colonna sonora, i brani dell'epoca scelti in maniera piuttosto furba: è impossibile guardare solo questo film, bisogna anche ascoltarlo per goderselo appieno.
American Hustle ha un meccanismo che non sfugge ai crismi della prevedibilità, compreso il colpetto di scena finale, la vera truffa, ma uno sta lì a goderselo dal primo all'ultimo minuto non fosse altro per meravigliarsi delle performances attoriali così sopra le righe da rasentare il delirio puro, vedere per credere il personaggio della Lawrence, folle e ingestibile.
E' anche la narrazione di una storia d'amore con parecchi crampi, quella tra Rosenfeld e Sidney, un ciclone di gelosie incrociate che rischia davvero di mandare in malora un'organizzazione perfetta.
Sarà cinema di sola estetica, sarà solo intrattenimento bastardo ma ad avercene....
Godimento suino per 135 minuti pieni, senza troppe pause.

( VOTO : 7, 5 / 10 ) 

American Hustle (2013) on IMDb

Senin, 23 Desember 2013

Facciamola finita ( 2013 )

Jay Baruchel, canadese, arriva a Los Angeles dal suo amico Seth Rogen per stare assieme a lui e rivangare i bei tempi che furono a furia di canne e videogames. La sera del suo arrivo, un po' di malavoglia è costretto a seguire Seth al megaparty indetto da James Franco per inaugurare la sua nuova casa, un gigantesco, ipertecnologizzato open space in cui c'è tutto il jet set hollywoodiano e dove ci si sfonda di alcol e di droghe. Mentre dentro accade di tutto , fuori accade di più; le colline vanno a fuoco e si aprono gigantesche voragini nel terreno, inoltre luci azzurre provenienti dal cielo si portano dietro umani in gran quantità. L'apocalisse è arrivata e i pochi superstiti all'interno della casa la devono fronteggiare non avendo la minima idea di come fare e da che parte cominciare. Naturalmente tireranno fuori il peggio di loro stessi.
Il nuovo glamourama hollywoodiano tutto presente in fila ordinata, tutti che interpretano loro stessi ( in realtà una versione anfetaminizzata di loro stessi, una specie di alter ego caricato a pallettoni), un'apocalisse che arriva improvvisa proprio come se ci si trovasse in 2012 di Roland Emmerich.
Ma rispetto ai film catastrofici del regista tedesco , qui c'è una grande volontà di ridersi addosso.
Facciamola finita entra nel metacinema usando l'arma del metacazzeggio elevato a forma d'arte.
Un canovaccio esile esile su cui disegnare parodie su parodie in cui ognuno dei presenti è protagonista alternandosi agli altri: una cosa alla Kevin Smith, camp fin nel profondo dell'anima, apparentemente stupida ma illuminata da inaspettati bagliori di intelligenza.
Jay Baruchel, canadese come Seth Rogen detesta Los Angeles e tutto il casino che ne anima il sottobosco mentre il suo amico Seth , una volta come lui, ora perfettamente inserito nel tritacarne mediatico hollywoodiano, ne rappresenta l'ideale cartina di tornasole.
Non tutto brilla sotto il sole della valle degli Angeli, l'erba gira vorticosamente e così gli eccessi a cui nessuno pare immune. E quando devono organizzarsi per la sopravvivenza tirano fuori tutto il peggio che è dentro loro stessi: pusillanimi, egoisti, insofferenti alle regole, vanesi e chi più e ha più ne metta.
Facciamola finita è un film rapsodico che vive di momenti fulminanti, vale molto più per i flash accecanti in esso contenuti più che per il suo insieme, a tratti irresistibile ma un  po' come tutte le parodie, a volte sfilacciato, altre volte con picchi che rasentano la genialità.
Tutto nasce dall'inaspettato successo su internet di un corto di qualche anno fa Jay and Seth vs the Apocalypse che narrava di due amici all'interno di una stanza che fronteggiavano l'apocalisse.
Facciamola finita è quindi la dilatazione di quella idea, il suo ampliamento, perchè da due amici ci ritroviamo sei protagonisti e un attenzione maggiore a quello che avviene fuori dalla megacasa di James Franco con effetti abbastanza artigianali e creaturone in CGI che fanno quasi sorridere per quanto brutte e animate male, ma probabilmente rientra tutto nell'ottica della presa di culo estrema del genere apocalittico.
Gli attori stanno al gioco, soprattutto quelli che vengono impiegati come personaggi usa e getta , inghiottiti subito dall'apocalisse senza quasi proferire verbo ( vedi i vari Paul Rudd, Jason Spiegel,Rihanna e tanti altri) .
Gli altri si esibiscono in una comicità dozzinale ma di indubbio appeal con l'apice raggiunto dalla versione indemoniata di Jonah Hill e dal tentativo degli altri di riportarlo indietro dagli inferi usando le stesse battute usate nel film L'esorcista.
Il team di Strafumati e di Suxbad a braccetto quindi con la comicità di Apatow incontra l'apocalisse in un film che è qualcosa di diverso nell'alveo della commedia hollywoodiana, quasi un curioso contraltare all'inglesissimo La fine del mondo degli amiconi Pegg/Frost and Wright.
Becero ma non stupido : si vede che loro si sono divertiti parecchio a girarlo, immagino che bailamme sia stato questo set, ma almeno stavolta il divertimento tracima anche al di qua dello schermo....
Si ride sguaiatamente e se poi nel paradiso ci sono i Backstreet Boys cha cantano e ballano...
Beh allora il Paradiso può (ancora) attendere....

( VOTO : 7 / 10 ) 

This Is the End (2013) on IMDb

Jumat, 06 Desember 2013

Don Jon ( 2013 )

Jon Martello jr ha una vita piuttosto felice e movimentata anche se ruota solo attorno a pochissime certezze, però granitiche: la palestra, la chiesa, l'auto, il culto della pulizia in casa , il pranzo domenicale a casa dei suoi dove fa pendant col padre visto che sono entrambi in canotta  a ingurgitare una cofana di spaghetti, ma soprattutto le uscite notturne con due inseparabili amici alla caccia di donne da portarsi a letto nel più breve tempo possibile, previa valutazione in decimali. Ma soprattutto la sua vita è regolata da una passione verace per il porno di cui è consumatore accanito, anzi compulsivo.Un brutto giorno Jon adocchia quello che per lui è un 10, il massimo dei voti. Si chiama Barbara Sugarman ma lei non gli si concede la prima sera. Per lui comincia un percorso di cambiamento per piacerle il più possibile ( tipo iscriversi a un corso universitario dove conosce un'altra studentessa un po' in là con gli anni che si dimostra maestra di vita insostituibile) fino a che finalmente riescono a fare una vita di coppia regolare. La  passione di Jon per il porno diventa una barriera tra di loro. Barbara lo lascia e lui....
Don Jon è l'esordio alla sceneggiatura e alla regia nel lungometraggio di uno dei migliori talenti attoriali della Hollywood di questi ultimi anni, Joseph Gordon Levitt che di quel parco di attori americani all'incirca trentenni è una delle punte di diamante.
Se un attore famoso e anche fighetto come lui passa dietro alla macchina da presa sicuramente troverà qualcuno che nutrirà pregiudizi su di lui credendolo il solito raccomandato che ruba il mestiere a chi magari è più dotato di lui. E prima di vedere il film i pensieri che si affollavano nella mia mente erano più o meno questi.
Cattivi pensieri però dissipati dalla visione di un film fresco, sbarazzino e assolutamente non sciocco.
Diciamo che è una commedia sentimentale 2.0 aggiornata ai tempi di internet e dello stravaso ormonale classico del maschietto infoiato in quell'età che va dalla fine dell'adolescenza all'inizio di una vita di coppia stabile e duratura.
Una terra di mezzo descritta brillantemente da Joseph Gordon Levitt che disegna il personaggio di una splendida canaglia palestrata con una passione compulsiva per il porno e per l'autoerotismo in cui indulge anche se ha dei discreti pezzi di gnocca stesi tra le lenzuola di raso scuro del suo confortevole lettone.
Magari i benpensanti lo etichetteranno come uno schifoso maniaco ma in realtà Jon è a suo modo pulito , cristallino, adamantino , dotato di un'innocenza che ha un po' il sapore del paradosso: segue il Dio dei cristiani a cui si appella ogni domenica in gite al confessionale spassosissime ( ed espia i suoi peccati recitando le penitenze mentre si allena in palestra) e segue anche il dio Onan a cui sacrifica la lucidatura compulsiva del proprio attrezzo in nome della libertà sessuale assoluta che viene vagheggiata guardando film porno in cui succede di tutto e di più, in cui l'orgasmo ( simulato il più delle volte) è un qualcosa che viene estirpato dal profondo delle viscere.
Insomma il porno è quel nirvana dove dovrebbe vivere quella parte del suo corpo a cui lui tiene tanto.
Forte di una ciclicità a cui ogni volta aggiunge nuovi succosi particolari ( porno, palestra, pranzo in canotta, chiesa , penitenza, discoteca, acrobazie sessuali nel suo letto con la bellona di turno), Don Jon procede veloce e spedito finchè non entra in scena Scarlett Johansson che con le sue pretese ingolfa la vita di Jon e anche un po' il film.
Non sono attratto più di tanto dalle grazie della Scarlettina ( che non è una malattia esantematica, sia ben chiaro ) ma qua devo dire che ha una graziosa aria di normalità, insomma meglio di altre volte, diciamo che è scesa sulla Terra ed è vestita ( e anche svestita ) normalmente , non fasciata in quelle tute aderenti di latex che non lasciano proprio nulla all'immaginazione e che l'hanno elevata ad icona erotica di una generazione di cinefili e non.
E devo dire che il suo è un personaggio perfetto: molte donne sono proprio così , pronte a castrare qualsiasi velleità del maschio che hanno al loro fianco nell'ottuso tentativo di crearsi l'uomo perfetto.
E se fosse un film autobiografico? Joseph Gordon Levitt sembra raccontare questa storia con una partecipazione particolare, una cognizione di causa tipica di chi ha vissuto queste cose.
E soprattutto si rivolge ai maschietti invitandoli a riesaminare il loro rapporto con la pornografia, con cui tutti, ma proprio tutti sono venuti a contatto.
Don Jon con la sua ansia di dare votazioni alla metà femminile dell'universo incrociata in una discoteca fa pensare e parecchio a una delle commedie migliori di Blake Edwards, quel  10 in cui Dudley Moore era sconvolto dall'aver incontrato una donna che meritava anche più del voto massimo nella sua personalissima scala di valutazione.
E quella donna era Bo Derek che ha sconvolto molti dei miei sogni adolescenziali.
Per molti dirè una bestemmia, ma perchè son troppo giovani per conoscerla, ma tra la Bo Derek di allora e la Johansson di oggi non c'è proprio gara.
All'epoca era il sogno di tutti che un normotipo come Dudley Moore ( diciamo anche con una bellezza sotto la media, un po'come la sua altezza) riuscisse solo a sfiorare una come Bo Derek.
Altro che Scarlettina nostra.
Delizioso il cast di supporto ( i pranzi domenicali fanno ridere quasi quanto le gite al confessionale) ed esilarante la trovata di far interpretate a Channing Tatum e ad Anne Hathaway il film che Jon e Barbara vanno a vedere al cinema, una commedia sentimentale.
Fatta la tara al sottotesto moralista simboleggiato dal rapporto completo ed appagante con Julianne Moore ( il sesso è meglio se c'è amore e.... grazie al ciufolo...) che riporta Don Jon nell'alveo delle produzioni hollywoodiane rassicuranti dal punto di vista morale, il film di Gordon Levitt può essere anche letto come una parodia di quelle stesse commedie sentimentali a cui si raccorda nel finale.
Ma alla fine non è poi tutto questo gran male...

( VOTO : 7 / 10 ) 

Don Jon (2013) on IMDb

Jumat, 29 November 2013

Thermae Romae ( 2012 )

Roma 128 d.C.: l'architetto Lucius Modestus, specialista in progettazione di bagni termali, sta vivendo una crisi creativa che sembra irreversibile. Perde il lavoro , è sempre triste e pensieroso ma quando un suo amico lo porta alle terme per fare un bagno caldo rilassante Lucius viene risucchiato in un grosso buco nella parete della piscina e scivolando attraverso il tempo viene catapultato nel Giappone ai giorni nostri in un moderno bagno pubblico dove si sta rilassando un gruppo di anziani. Assieme a quelli che definisce il popolo dalla faccia piatta conosce Mami , aspirante disegnatrice di Manga alla ricerca di una storia che la faccia entrare nel mondo del fumetto dopo tante porte sbattute in faccia. Lucius è colpito dalle innovazioni tecnologiche di quello strano popolo, Mami da Lucius che sarà il soggetto della sua storia. Intanto Lucius continua a fare avanti e indietro nel tempo e porta nell'antica Roma tutte le innovazioni che ha osservato. Diventa così l'architetto di maggior successo a Roma e attira le attenzioni dell'irascibile imperatore Adriano che gli fa progettare delle terme personali che però dovranno essere straordinariamente innovative....
Non so voi , ma io quando solo leggo nelle sinossi dei vari film un qualcosa che li faccia avvicinare ai paradossi temporali e ai viaggi nel tempo, scatta l'impulso irrefrenabile alla visione.
E così è stato per questo Thermae Romae, film giapponese tratto da un manga scritto da Mari Yamazaki e incredibile successo al box office giapponese ( secondo posto assoluto del 2012  con un incasso di circa 75 milioni di dollari ), già presentato con successo al Far East di Udine e in attesa di una distribuzione italiana.
A mio parere ci sono due modi per fare un film sui viaggi del tempo: o cercare di annodare scientificamente tutte le fila del paradosso temporale oppure fregarsene beatamente e pensare solo al divertimento sfrenato usando l'espediente del confronto delle varie culture in epoche diverse.
Thermae Romae fa parte del secondo tipo di film: nessuna pretesa di credibilità ma tutto viene usato per rendere lo spettacolo più fruibile per il grosso pubblico senza arrivare mai alla volgarità gratuita che sembra sia l'unico grimaldello ( almeno dalle nostre parti ) per divertire la platea.
Del resto far interpretare a giapponesi le parti più importanti anche per quanto riguarda gli antichi Romani ( il protagonista interpretato da Hiroshi Abe, da più parti definito il Raul Bova nipponico ma ha recitato anche per Hirokazu Kore-eda,  che comunque a vederlo non è un giapponese tipico, molto alto e ben messo fisicamente oltre che dotato di indubbio sex appeal nonostante sia arrivato quasi alle 50 primavere, l'imperatore Adriano, Antonino) e lasciare a caucasici le parti di contorno e le comparsate è testimonianza del fatto che Thermae Romae non ha alcuna pretesa di essere qualcosa di plausibile.
Il film dell'esperto Hideki Takeuchi è una macchina da intrattenimento perfetta: ottime ricostruzioni dell'antica Roma in parte digitali ma in parte fornite da Cinecittà dove è stato girata una parte consistente del film, situazioni paradossali gestite con tempi comici perfetti, un continuo confrontare gli usi e i costumi dell'antica Roma, catturata in un periodo di assoluta opulenza ed edonismo sfrenato, con quelli del Giappone odierno, popolato di arrivisti senza scrupoli e in cui la creatività di ognuno fa fatica ad emergere.
La molla della comicità è scatenata soprattutto dalle situazioni assurde in cui si viene a trovare Lucius quando è catapultato nel Giappone di oggi, dal suo latino maccheronico e dagli incontri con la buffa Mami.
E proprio per questo i suoi viaggi nel tempo sono reiterati nel film annunciati dagli intermezzi in cui è protagonista uno strano cantante lirico.
Col procedere del film si perde l'effetto sorpresa e la comicità risulta meno efficace in quanto ripetitiva ma poco importa, ci si continua a divertire lo stesso.
Thermae Romae è un inno alla stravaganza , del resto parlare di un peplum nipponico non è già di per se abbastanza estroso?
Un intrattenimento perfetto, ben confezionato, mai volgare e senza troppe cadute di tono.
Visione consigliatissima perchè permette di divertirsi un paio di orette con i neuroni a nanna.
Già programmato un sequel per il 2014.

( VOTO : 7 / 10 )

Thermae Romae (2012) on IMDb

Minggu, 17 November 2013

Dr Creator specialista in miracoli ( 1985 ) - The fabolous '80 special

Harry Wolper ha vinto un premio Nobel per la medicina che ha sacrificato la sua brillante carriera per il sogno di far rivivere sua moglie Lucy, morta 3o anni prima. Ora insegna biologia ma è come un corpo estraneo, è totalmente votato alle sue ricerche. Trova in Meli la perfetta donatrice dell'ovulo che farà rivivere Lucy e in Boris un assistente perfetto, perchè come lui ha trovato l'amore della sua vita e non lo vuole abbandonare....
Precisiamolo subito: non è un film da consegnare alla storia del cinema. Sia il regista Ivan Passer, sia Peter O'Toole da protagonista hanno fatto cose molto migliori di questa commedia sentimentale. Ma io ci sono molto affezionato, fa parte della mia storia personale, è uno dei film che mi porterei sull'isola deserta ammesso che possa avere in dotazione anche una tv e un lettore dvd. Perchè se è vero che ogni scarrafone è bello a mamma sua, questo per me è uno scarrafone bellissimo. Un film visto  in videocassetta all'alba dei miei 18 anni e che come la mia ex età ha migliaia di difetti, è stupidamente sentimentale, è terribilmente infantile, puzza di anni 80 dalla testa ai piedi ma è un qualcosa che mi ha accompagnato sempre. 
Un film sulla dedizione assoluta a un sogno o meglio a un'utopia. Il professor Harry Wolper ha impiegato gli ultimi 30 anni della sua vita alla ricerca di un qualcosa che facesse riscoccare la scintilla della vita partendo da poche cellule dell'amatissima moglie. Frammenti di biochimica, un frullato di atomi di carbonio, ossigeno e idrogeno che lui conserva in uno strano macchinario in attesa di trasformarli in qualcosa di vivo. Un tema che mi ha sempre affascinato: quando da una semplice reazione chimica si può passare a parlare di vita? Tema grande più dell'uomo, una domanda a cui non sono in grado di rispondere. Dicevamo dell'amore completo e inappagato del professor Wolper che è dedizione alla memoria della sua adorata Lucy perduta tragicamente ma anche una totale fede nella scienza a cui si immola anima e corpo.
Forse anche più di una "semplice" dedizione

E'un personaggio adorabile questo Harry Wolper che ha l'andatura dinoccolata del grande Peter O'Toole, un milord anche se indossasse stracci. Un uomo fuori dal mondo e dalle sue convenzioni, con i suoi capelli color della cenere un po' lunghi e i suoi occhiali da presbite con montatura in osso è deliziosamente anticonformista riuscendo a toccare temi filosofici altissimi e allo stesso tempo perdersi dietro alle banalità quotidiane che sembrano coalizzarsi sempre contro di lui. 
Un tipo decisamente originale tenuto in vita da un sogno che forse non potrà mai essere realizzato. 
Dr Creator specialista in miracoli è una commedia che parla d'amore e d'amicizia per cui il messaggio è improntato al massimo del sentimento col minimo della complicazione. Forse quella donatrice d'ovulo che ha selezionato è qualcosa di più che un semplice strumento.
O forse si, è lo strumento che cercava per capire finalmente che sempre e comunque the show must go on, la vita continua anche se perdiamo qualcuno che amiamo più di noi stessi. 
E lui quelle cellule una volta appartenenti all'amore della sua vita le regala alla profondità del mare....

Questo post fa parte della serie di recensioni appartenenti a The fabolous '80 special iniziativa messa in atto dal blog La fabbrica dei sogni e di cui potete leggere anche qui

Jumat, 15 November 2013

Oh boy - Un caffè a Berlino ( 2012 )

Niko è alla disperata ricerca di un caffè. La giornata non è cominciata nel migliore dei modi e lui ha bisogno sempre più di quel dannato caffè: la sua ragazza lo ha lasciato, il colloquio con lo psicologo per riavere la patente sequestrata per guida in stato di ebbrezza non è andato bene, il bancomat gli ha sequestrato la sua carta di credito, il padre ha scoperto che sono due anni che ha mollato l'università e quindi gli ha appena tagliato i viveri congelandogli il conto in banca, fa strani incontri tra cui un misterioso vicino di casa "leggermente" fuori di testa, va in giro con un suo amico per Berlino, ritrova una sua ex compagna di scuola che lo invita a uno spettacolo teatrale ( e va a finire male nonostante le migliori intenzioni), la giornata finisce degnamente in un bar in cui conosce un vecchio che filosofeggia davanti al bancone e che schianta subito sul marciapiede appena dopo il bicchiere della staffa. Lo accompagna in ospedale dove trascorre tutta la notte ancora senza quel benedetto caffè.
Forse la mattina successiva ....
Oh boy- Un caffè a Berlino è un film che ha vinto un numero consistente ai German Film Awards ( tutti i più importanti) e anche in giro in Europa per festival specializzati.
Sull'onda di questo entusiasmo è arrivato, stranamente , anche nelle sale in Italia.
Che dire? Forse troppa grazia per un filmetto leggero e moderatamente divertente come questo, un saggio di fine corso che ha acquisito risonanza forse immeritata a causa di presunti punti di contatto con la Nouvelle Vague.
Cosa che in realtà non si coglie così agevolmente: è vero che Nico, il protagonista ( un ottimo Tom Schilling) , ha un po' gli stessi occhi che aveva la piccola Zazie in Zazie nel metrò di Louis Malle ( opera che ha precorso i tempi della Nouvelle Vague), è vero anche che come quello è una sorta di road movie da fermo in cui Berlino ( lì era Parigi) viene srotolata lentamente davanti agli occhi di uno spettatore che non ne conosce gli anfratti più nascosti che la cinepresa esplora con una certa voluttà.
Ma poi le analogie si fermano: l'odissea tragicomica di Nico alla ricerca del caffè ha molto di teatrale e poco di Nouvelle Vague anche se bisogna riconoscere che questo film a prima vista ha ben poco di teutonico, ha una leggerezza più tipica di altro cinema europeo, compreso un certo vezzo un po' snob di girare tutto in un brillantissimo bianco e nero per ricoprire il tutto di una patina autoriale che in realtà il film non sembra avere.
Oh boy - Un caffè a Berlino è un film rapsodico che vive di piccoli flash accecanti in cui ogni volta viene messa in risalto l'inadeguatezza di Nico al mondo che lo circonda, il suo essere sempre in ritardo agli appuntamenti con le scelte importanti della vita e un destino beffardo gli si mette continuamente di traverso solo per ricordargli tutto questo, il suo essere nel guado tra essere un giovane perdigiorno e essere un adulto inserito nel tessuto sociale, guado che col passare dei minuti diventa guano, sabbie mobili senza fondo in cui Nico affonda sempre più.
Tutto questo è raccontato con ostentata leggerezza ma a leggere tra le righe la vita di Nico è un disastro e il film dell'esordiente nel lungometraggio Jan Ole Gerster si contrappone ai classici coming of age movies americani o anglosassoni in genere.
Se lì il viaggio di formazione volenti o nolenti era sempre completato, più o meno, in Oh boy- Un caffè a Berlino non è neanche all'inizio.
Anzi è un percorso che va dritto dritto all'autodistruzione se Nico non fa qualcosa.
Un qualcosa che forse vedremo in un prossimo film.
O forse non vedremo mai: lui intanto finalmente riesce a sorseggiare il suo caffè.....

( VOTO : 6 + / 10 ) 

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