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Sabtu, 18 Januari 2014

Italia anni '70 - La prima notte di quiete ( 1972 )

Daniele Dominici , letterato, poeta inespresso,giocatore d'azzardo, visione della vita afflitta da un' ineluttabile malinconia si trova a fare una supplenza di lettere in un liceo di Rimini, un po' per caso e un po' per sfortuna. Senza un'autentica vocazione per l'insegnamento si lascia affliggere dall'atmosfera plumbea, livida e uggiosa  che lo circonda . Indifferente all'atmosfera di contestazione e di cambiamento che lo circonda  Daniele, malato del male di vivere e incapace di esprimerlo, si innamora di Vanina che , come dice uno delle sue compagne di scuola ha "molto passato , poco presente e niente futuro". Un po' lo stesso destino di Daniele, votato consapevolmente all'autodistruzione.
Davvero una grande sinfonia autunnale , forse la miglior prova attoriale di un Delon bello e impossibile che col suo sguardo perso nel vuoto, le sue rughe, le sue poche parole riesce a dare una profondità inusitata al professore protagonista di questa storia che inesorabilmente sfocia nella tragedia.
Siamo a Rimini, ma siamo lontani dalle spiagge affollate e dalle balere che fanno cagnara fino all'alba.
Siamo immersi in una Rimini spettrale, grigia come il suo protagonista che il più delle volte rimane indistinta tra i fumi della nebbia. E ci troviamo di fronte a una serie di personaggi che hanno il male di vivere cucito addosso come un abito sartoriale, che si perdono dietro alle futili apparenze, hanno la passione dei soldi, delle macchine veloci, delle droghe e dell'alcool in un veloce percorso di sfinimento, di delusione e di inquietudine che li attanaglia come la nebbia che nasconde i contorni della Rimini funerea in cui sono immersi. 

Il professore, supplente di letteratura, moderno o smidollato a seconda dei punti di vista, con la sua sigaretta sempre in bocca, i capelli arruffati e il suo cappotto color cammello un po' sgualcito e portato distrattamente sulle spalle,  che non ha la benchè minima  volontà di integrarsi in questo mondo di provincia, piomba in questo universo senza perchè con la sua smania di autodistruzione in aumento esponenziale quando alimenta una storia con una sua alunna dal passato torbido, Vanina (una bellissima Sonia Petrova), con i suoi bravi scheletri nell'armadio, a scapito della moglie (una bravissima disillusa Lea Massari) e delle poche relazioni sociali che è riuscito a coltivare.Daniele Dominici incarna alla perfezione la figura dell'antieroe romantico, decadente che  si distrugge poco a poco fino all'indimenticabile fiammata della sua vecchia Citroen....
Il linguaggio cinematografico di Zurlini è di grande maturita'stilistica, di notevole eleganza, di grossa suggestione, un film che oscilla tra Fellini, Visconti  e Antonioni per intenderci (sperando di non essere stato troppo superficiale), aiutato in questo da un gruppo di attori, protagonisti e non protagonisti, di bravura sicuramente sopra la media e da un'ambientazione inconsueta che contribuisce ad aumentare quel senso di ineluttabile che incombe sul film dall'inizio alla fine.
La provincia abitata dai vitelloni di Fellini incontra il male di vivere dei personaggi di Visconti e l'incomunicabilità di Antonioni......

( VOTO : 9 / 10 ) 

Indian Summer (1972) on IMDb

Rabu, 20 November 2013

The Canyons ( 2013 )

Tara ( LIndsay Lohan ) è fidanzata da circa un anno con Christian (James Deen), produttore cinematografico che ha dei gusti sessuali piuttosto trasgressivi.Quando per un film lui ingaggia Ryan,il ragazzo della sua fedele assistente, scopre che i due si conoscono già da tempo e che hanno una relazione tra di loro. Tutto questo innesca una spirale di vendetta che ingloberà tutti  i personaggi in scena.
The Canyons è un gigantesco misunderstanding, un fraintendimento di quelli epocali. Alla regia un tipetto come Paul Schrader, uno che ha dato prova del suo immenso talento non si sa quante volte sia come sceneggiatore che come regista, alla sceneggiatura uno degli scrittori più osannati  del panorama letterario americano , Bret Easton Ellis.
Era lecito aspettarsi non dico un capolavoro ma almeno un film di quelli da ricordare: e invece The Canyons non è nè l'uno , nè l'altro.
E' un filmetto sul vuoto pneumatico che è dentro e fuori di noi mascherato da dramma, è un noir  dei sentimenti con accenti melodrammatici, un qualcosa che assomiglia più al presente inopinato di una Sofia Coppola qualsiasi che al passato glorioso di uno che ha narrato e  descritto come meglio non si potrebbe abissi metropolitani senza fondo come quelli di Taxi Driver, di Hardcore o di American Gigolò.
Forse se non ci fossero i nomi di Paul Schrader e Bret Easton Ellis dietro questo pastrocchio sarebbe scattato un qualcosa di simile all'indulgenza , ma non si può ignorare il pedigree artistico di chi ha creato The Canyons, che si maschera ben presto da veicolo per l'autodistruzione  artistica di una diva che a 27 anni ne dimostra almeno il doppio a causa di vizi e stravizi di ogni genere ( la Lohan, totalmente sfatta) che si fa accompagnare da un attore che ha nel suo curriculum oltre un migliaio di film porno e che è abitutato a recitare con una sola parte ( del resto premiatissima ) del suo corpo.
Il resto è molto meno adatto a stare davanti alla macchina da presa.
A essere buoni The Canyons è un ritratto cinico e indigesto di tutto quello che si agita nel sottobosco hollywoodiano e non, di tutto quel mondo lustrini e pailettes che orbita attorno alla fabbrica dei sogni.
Il tutto incernierato come se si stesse parlando del peggiore degli inferni, una voragine da cui è impossibile tirarsi fuori nonostante le ville milionarie, gli smartphones da migliaia di dollari e i giorni passati a rosolarsi al sole accanto alla piscina.
Un inferno precostituito mascherato da edonismo senza freni che richiama gli ultimi due film della Coppola con la sola differenza che la piccola Sofia ( piccola, si fa per dire) ha l'aria di una che sta sputando nel piatto in cui ha sempre mangiato, mentre per Schrader ( e per Ellis) è un ritorno al luogo del delitto ma senza il talento cristallino ( forse anche la voglia di stupire ) degli anni passati.
The Canyons sembra fabbricato con i materiali di avanzo di altri film e ricicla l'universo immorale dell'American Psycho di Ellis, in una forma meno esplicita.
E' una pellicola  funeraria che si rende interessante solo per il suo aspetto metacinematografico: perchè la Lohan è stata fagocitata da quel mondo fatto di alcool e di droga e ora , dopo aver trascorso vari anni tra set, galere e rehabs, ne è uscita con le ossa rotte e con un fisico ormai minato dagli eccessi.
Lindsay Lohan si trasforma nel testimonial della star hollywoodiana che ha imboccato il viale del tramonto ben prima di arrivare al successo, quello vero e duraturo, un'altra di quelle bambine prodigio ( non la prima e non sarà neanche l'ultima) stritolate dalla macchina della celebrità e della fama che come diceva Warhol in un mondo come quello , dura al massimo quindici minuti...
Nonostante l'ambientazione altolocata The Canyons flirta con lo squallore per tutta la sua durata osando anche in scene di sesso piuttosto spinte per il glamourama hollywoodiano, del resto con un esperto a disposizione....
E annoia , più che altro. E' tutto già visto altrove.

( VOTO : 4,5 / 10 )

The Canyons (2013) on IMDb

Kamis, 10 Oktober 2013

The Grandmaster ( 2013 )

Storia della gloriosa tradizione del kung fu a Foshian, della lotta per il predominio delle varie scuole di pensiero riguardo a questa arte marziale con protagonista Yip Man, diventato famosissimo anche in occidente per essere stato il maestro di Bruce Lee.
Yip è scelto per succedere a Gong Baosen, colui che era stato capace di unire le scuole di kung fu del nord e del sud della Cina ma viene contrastato da sua figlia Gong Er che lo sfida in un memorabile duello. Ma è anche la storia dell'amore impossibile tra Gong Er e Yip sullo sfondo di avvenimenti storici tellurici come l'invasione giapponese, la Seconda Guerra Mondiale e la rivoluzione maoista. 
Avvenimenti a cui la scuola di Yip Man cerca orgogliosamente di sopravvivere.
The Grandmaster è un progetto travagliatissimo che ha subito vari rimaneggiamenti nel corso dei due anni e oltre di lavorazione. Un film che a un primo montaggio durava oltre quattro ore e che poi successivamente è stato ridotto ai circa 130 minuti della versione finale.
E di questo il risultato finale in parte ne risente perchè il film risulta compresso , quasi criptico in certi passaggi, e ciò è dovuto anche alla grande quantità di personaggi in campo.
La domanda che mi sono fatto approcciandomi a questo film è stata: ma che c'entra uno come Wong Kar Wai con un film di kung fu?
Soprattutto perchè ho ancora negli occhi l'altra biografia romanzato del maestro Yip Man ( Ip Man) che dava molto spazio alle arti marziali ma anche alla storia e a un sentimento di appartenenza patriottico.
Tematiche per quanto mi riguarda del tutto estranee al cinema di Wong Kar Wai.
E infatti...The Grandmaster non è un film incentrato solamente sulle arti marziali anche se contiene una delle più belle scene di combattimento mai viste al cinema, una sequenza sparata in faccia allo spettatore subito, all'inizio, un lunga, lunga lotta sotto la pioggia che cade con i corpi fluttuanti dei protagonisti che sembrano acquisire quasi spessore tridimensionale nelle loro movenze flessuose e decise con una macchina da presa mobilissima ma mai confusionaria che sembra quasi aliena alla concitazione dello scontro fisico ma che plasticamente accarezza corpi e traiettorie in un crescendo di intensità a cui è praticamente impossibile resistere.
Ma nel raccontare ( alla sua maniera ) la vita di Yip,  Wong Kar Wai  divaga e narra quello che più gli preme e non sono certo i duelli. Il maestro sembra molto più interessato a esplicare al meglio la propria idea di cinema che ad aderire agli avvenimenti in un kolossal che , accanto alle indubbie qualità figurative, mai stucchevoli ma pericolosamente vicine alla maniera perchè la regia di Kar Wai non risparmia finezze di ogni tipo coadiuvata da una fotografia magnifica, mostra il meglio di sè quando deve far emergere la relazione tra Gong Er e Yip Man, il classico amore impossibile raccontato come di consueto magnificamente dal regista cinese.
E' qui che emerge potente la grandezza del suo cinema, in quegli sguardi carichi d'amore e di infelicità, tra la speranza e l'amarezza.
Wong Kar Wai sembra quasi disinteressarsi a raccontare la Cina e la storia del '900,a mitizzare la figura di Yip come succedeva nell'altro film. E' preso dalla propria idea di cinema , nel proseguire coerentemente il proprio discorso artistico .
The Grandmaster è un affresco freddo e a tratti autocompiaciuto ma è illuminato da flash di bellezza accecante che guarda il caso coincidono quando viene fuori l'anima lacerata del melò che percorre trasversalmente il film come un sottilissimo fil rouge, quasi invisibile ma di cui si avverte sempre la presenza.
E nei duetti tra Tony Leung e la bellissima Zhang Zy yi ( attori magnifici) sta il meglio di tutto il film.
Dopo la controversa trasferta americana di Un bacio romantico , Wong Kar Wai torna ai suoi fasti con un film magari non all'altezza dei suoi film migliori ma assolutamente degno di nota nell'asfittico panorama cinematografico moderno.
Il problema è che In the mood for love  riusciva a spezzare cuori con un solo sguardo e The Grandmaster non riesce con il suo afflato epico a far dimenticare neanche per un attimo la grandezza di quel film....

( VOTO : 7 / 10 ) 

The Grandmaster (2013) on IMDb

Sabtu, 27 Juli 2013

Green Fish ( 1997 )

Makdong sta ritornando a casa con la sua divisa militare dopo che è stato congedato. Sul trenoin un impulso da buon samaritano prova a soccorrere una donna aggredita da tre bruti ma il risultato è quello di prendere un sacco di botte e di perdere pure il treno dopo aver provato a vendicarsi. Torna al sobborgo di Seul in cui abitava con la sua famiglia e le cose non è che vadano tanto bene. Il quartiere è più degradato di quanto lo ricordi, i soldi non sono tanti, i sogni si sono infranti, non si vive, al massimo si sopravvive . Eppure per lui arriva l'occasione perchè la donna che aveva soccorso era l'amante di un piccolo gangster che gli dà un lavoro da garagista. Entra quindi nella gang e riesce anche a scalare posti  nelle gerarchie. Ma la sua passione, ricambiata a fasi alterne, per la donna del capo lo porterà irrimediabilmente alla caduta dopo un'ascesa vertiginosa.
Green Fish è un film che si discosta dallo stile degli altri film di Lee Chang Dong, scrittore che nel campo del cinema aveva solo scritto un paio di sceneggiature e passato senza alcun appredistato particolare alla regia.
E'un film meglio intellegibile ad una prima lettura, più epidermico, cristallino nel suo assunto e lineare nel suo corso. E' inserito in stilemi tipici del gangster movie da cui si distacca però con una poderosa ( dal punto di vista emozionale) parte finale e per un discorso politico che è sempre bene evidente.
Makdong vive una situazione disagiata come la vivono la maggior parte dei coreani: il malaffare impera, la polizia è corrotta( buffa la scena di quando fanno la multa a suo fratello e i poliziotti oltre a farsi corrompere lo derubano anche di 5 mila won oltre il pattuito), l'unico modo di far successo è entrare nell'underworld delle bande criminali. Il suo boss si atteggia anche a filosofo di vita ma Makdong ha la sua visione, è impulsivo, umorale, prigioniero dei suoi istinti e soprattutto si avvicina troppo alla moglie del capo.
Da questo punto di vista il film di Lee Chang Dong ci racconta qualcosa di già visto soprattutto nel cinema di Hong Kong: storia di mafia, lotte intestine, violenze e prevaricazioni ingiustificate, lotte all'ultimo sangue per sopravvivere.
Ed è proprio per la passionalità che immette nella propria vita che Makdong va incontro a un destino funesto: ha perso quell'innocenza da bambino che lo caratterizzava (il discorso al telefono sul pesce verde, simbolo della perdita di una giovinezza e di un candore) e pagherà a caro prezzo le sue azioni.
Dal punto di vista strettamente formale stupisce la maturità nell'uso dello strumento espressivo, magari meno ellittico e raffinato di quello dei film successivi però di un livello sempre molto alto.
Green Fish sembra tutto fuorchè un film d'esordio di un autore passato al cinema dopo una carriera da scrittore.
Se la parabola di Makdong è qualcosa di già visto, quello che appare nuovo nel film coreano è la malinconia che lo caratterizza, il pessimismo cosmico che lo avvolge, la critica politica che esonda allorchè sembra che l'unica possibilità di emergere per un poveraccio è quella di darsi al crimine.
E quell'ultima sequenza in cui la placida rusticità anche un pò antica del ristorante dei familiari di Makdong è contrapposta ai mostri di ferro e cemento che fendono l'aria per arrivare a "grattare" il cielo simbolo del nuovo e dell'arricchimento impazzito vale più di qualsiasi critica al rinnovamento che avanza in Corea.
Così come letteralmente trafigge il pianto catartico della donna del gangster che di nascosto si accorge che quel ristorantino che serve zuppa di pollo freschissima, è dei familiari di Makdong.
Un brano di cinema destinato a rimanere parecchio nella memoria.

( VOTO : 7,5 / 10 ) 


Green Fish (1997) on IMDb

Senin, 17 Juni 2013

Peppermint Candy ( 1999)

Yong Ho , quarantenne un tempo di successo, partecipa a una riunione di vecchi compagni di scuola in riva la fiume Han e comincia a dare in escandescenze. Arrivato alla vicina ferrovia si mette in mezzo ai binari e mentre sta arrivando il treno urla che vuole tornare indietro.
E il film lo fa: in una serie di successivi flashback partendo da episodi più recenti della vita di Yong Ho fino ad arrivare al 1979, anno di un'analoga riunione degli stessi studenti sempre nello stesso posto in riva al foume Han, Peppermint candy narra venti anni della vita del protagonista ma soprattutto l'ultimo ventennio di storia coreana.
Ci sono diverse cose che colpiscono di Peppermint candy, tassello di bellezza cristallina da inserire nella carriera luminosa del grande Lee Chang Dong.
La prima cosa che salta all'occhio prima delle altre è il modo in cui viene gestita la scansione temporale. Il film è narrato all'indietro diviso in vari capitoli, ognuno col proprio titolo, che partono dal 1999 e finiscono nel 1979. Gli ultimi due capitoli sono speculari in quanto si tratta in entrambi i casi di una gita al fiume Han di un gruppo di amici, una classe scolastica ripresa ai tempi felici della scuola e venti anni dopo con un tono più malinconico per il tempo che è passato e ha lasciato il suo segno e per la tragedia che incombe.
Infatti uno di loro, Yong ho, si mette sulle rotaie in attesa che un treno lo investa.
Il film comincia proprio dalla sua fine e ci svela capitolo dopo capitolo la sua triste vicenda.E con la sua storia Lee Chang Dong narra la storia della Corea alla faticosa ricerca di una vera democrazia.
La vita di Yong Ho procede all'indietro sul filo della memoria in una sorta di recherche proustiana. L'uomo che troviamo all'inizio del film è confuso, annichilito dalla vita e dalle delusioni, un uomo sconfitto e disperato. Quello che troviamo alla fine del film è un giovane pieno di speranze che procedendo col tempo ha modo di sporcarsi mani e coscienza con atti deprecabili vestendo i panni del tutore della legge e non disdegnando i metodi forti del regime.
La divisione in capitoli è visivamente segnalata dalla sequenza presa da una coda di un treno che va all'indietro. In realtà se si guardano solo le rotaie c'è l'illusione di andare avanti ma a lato delle rotaie le automobili, le persone, gli animali che si stanno muovendo lo fanno all'indietro rivelando questo piccolo artificio.

 Accanto a questa sequenza ci sono un altri fil rouges emotivi che ci accompagnano per tutto il film: l'amore straziante e martoriato con Sun-Im (l'unica donna di cui Yong Ho si sia mai innamorato anche se quando ha avuto occasione lui non ha esitato ad umiliarla e quindi lei ha sposato un altro), le caramelle alla menta piperita del titolo che ritroviamo costantemente e un altro simbolo della memoria del protagonista cioè una macchina fotografica che le ha fatto avere Sun Im attraverso il marito ( lei è in ospedale malata terminale).
In realtà il simbolo della memoria è il rullino in essa contenuto ma Yong Ho rifiuta di riaprire le ferite del passato.Il film di Lee Chang Dong  oltre a narrare una storia d'amore infelice è un imponente affresco storico in cui si passa dal regime autoritario alle rivolte studentesche e  al capitalismo selvaggio per poi tornare praticamente al punto di partenza tirando idealmente le somme. 
Yong Ho è il paradigma dell'uomo sconfitto,schiacciato dagli eventi specchio di una nazione che faticosamente sta cercando la propria strada.
Peppermint candy è un connubio esaltante tra forma e sostanza, tra bellezza ed emozione, tra armonia e dolore lancinante, un melodramma di straordinaria intensità con un protagonista capace di incarnare un vasto spettro di emozioni con grande naturalezza.
Nell'ultima parte del film, quella in cui è una sorta di paria alla ricerca del suo infausto destino Kyung-gu Sol che intepreta la parte di Yong Ho è di bravura abbagliante. 

( VOTO : 9 / 10 ) 


Peppermint Candy (1999) on IMDb