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Minggu, 26 Januari 2014

Redd Inc ( 2012 )

Sei persone sono schiavizzate e imprigionate alle loro postazioni di lavoro con un computer davanti da uno psicopatico, quello che una volta era Thomas Reddmann , impiegato di una multinazionale letteralmente uscito di testa una volta accusato di essere un feroce serial killer. Imprigiona i sei per far dimostrare loro la sua innocenza e le sue regole sono più che ferree: chi sgarra viene avvertito con uno sfregio sulla fronte e dopo pochi avvertimenti viene licenziato in modo radicale.Brutale.
Ma Reddmann è veramente così innocente come afferma?
E sopravviverà qualcuno nel suo reparto di "Risorse Umane" ?
Se proprio dovessi dare una definizione sintetica ( ma forse anche fuorviante ) di questo Redd Inc, piccola , meritoria produzione australiana, la prima cosa che mi vien fuori è The Apprentice meets Saw.
Solamente che l'enigmista coincide con chi "è fuori" per dirla alla Briatore perchè il Redd del titolo è veramente fuori come una balconata intera e ha un nido di quaglie in testa che in condizioni normali susciterebbe pubblico ludibrio ma in questa situazione c'è veramente poco da ridere.
Redd è un boss che ha una cognizione piuttosto particolare dei rapporti lavorativi coi suoi sottoposti che sono vittime di regole impossibili da rispettare, legati a una catena e sfregiati allorchè fanno qualche piccolo sgarro alle regole imposte dal capo.
E dopo quattro piccoli sgarri...scatta il licenziamento...ovvero la morte per sgozzamento o decapitazione, così tanto per gradire.
A pochi minuti dall'inizio di Redd Inc sinceramente non ci avrei scommesso neanche un centesimo bucato ma dopo, progressivamente, ha la capacità di catturare l'attenzione e non provocare noia, cosa
assolutamente non facile per un film caratterizzato dall'unità di tempo e di luogo, tutto ambientato in una specie di antro infernale dopo le vittime, una volta carnefici agli occhi di Thomas Redd, lottano con le unghie e con i denti per la loro sopravvivenza.
Pochi attori, pochissime locations , improvvise e violentissime esplosioni splatter che proprio perchè caratterizzate dall' effetto sorpresa sono ancora più disturbanti e un disegno folle ma lucido che man mano fa apparire il Redd del titolo sempre più giustificato nelle sue azioni.
Oddio, giustificato , è una parola grossa, diciamo che la sua follia ha un senso che è quello di dimostrare la sua innocenza, qualcosa a cui crede così fermamente che comincia a insinuare il dubbio anche in chi guarda.
Cosa non facile visto che il nostro bravo Thomas è stato arrestato in un ascensore , interamente sporco di sangue, con un ascia in mano e una donna fatta letteralmente a pezzi sparsa sul pavimento del suddetto ascensore.
Dal thrilling alla Saw ( diciamo che rispettare le regole del capo è come risolvere gli indovinelli dell'enigmista) gradualmente si scivola nello slasher all'arma bianca fino ad arrivare a un finale che è una citazione, quasi parodistica della figura di Hannibal Lecter.
Come parodistica è la descrizione grottesca di un mondo del lavoro infarcito di professioni umilianti e nuovo  yuppismo d'assalto.
Il valore aggiunto del film è la presenza nei panni di Thomas Redd di Nicholas Hope , già apprezzato e amato abbestia in Bad Boy Bubby, suo esordio cinematografico.
Il suo Thomas Redd sarà una caricatura a partire dalla parrucca che ha in testa , passando per la gestualità da pazzo furioso e arrivando agli occhi perennemente fuori dalle orbite: ma , paradossalmente è proprio questa la forza del suo personaggio, uno che è veramente fuori di testa per quello che gli hanno fatto.
Altra citazione doverosa è per il cameo di un nerboruto Tom Savini: a parte il fisico ancora invidiabile per uno che dovrebbe essere un vecchietto ( il tassametro dice 67 e ancora corre speriamo  per molto , moltissimo tempo) ma uno che si presenta con un personaggio da poche battute che si chiama Peter Bava ( applausi!!) con un paio di donnine seminude sul divano che lo aspettano ( doppi applausi!!!) e un poster sulla parete che è quello di Zombi di Romero è da standing ovation!!!!!
Insomma questo Redd Inc non sarà un filmone ma ha diverse frecce al suo arco: una guardatina la può anche meritare.
Così senza troppo impegno....

(VOTO : 6,5 / 10 ) 

Inhuman Resources (2012) on IMDb

Kamis, 28 November 2013

Acolytes ( 2008 )

James e Mark , ora liceali, sono stati brutalizzati quando erano bambini dal truce Gary che continua a fare il bullo con loro. Hanno così un'idea brillante per far finire tutto questo: lo vogliono uccidere tenendo all'oscuro delle proprie intenzioni la ragazza di James, Chasely , che sta sempre assieme a loro . Mark vede un uomo nel bosco che sta seppellendo qualcosa, scoprono che è il cadavere di una giovane ragazza e decidono di ricattarlo per fargli uccidere Gary. Ma le cose non andranno come previsto: in fondo se quello che hanno trovato è un serial killer, uccidere due mocciosi in più che per giunta lo stanno ricattando, non dovrebbe essere un problema....
Per quanto riguarda i miei gusti , devo dire che l'Australia si sta dimostrando sempre più una garanzia  nel campo dei thriller e degli horror. Da Wolf creek in poi è stato un fiorire di titoli altamente inquietanti. Acolytes per la maggior parte della sua durata è un thriller con una regia tutt'altro che dozzinale che sfrutta al meglio un ambientazione spoglia ma efficace e dei protagonisti adolescenti che non sono i classici fighetti americani dei classici filmetti americani, vuoi che siano teen horror oppure thriller sulla scia di Ho visto cosa hai fatto e so chi sei, basati su un espediente vecchio come il cucco ma che ha sempre il suo fascino.
Hanno un cono d'ombra che li sovrasta, un'insoddisfazione verso la routine che li attanaglia che probabilmente è derivata dal trascorso di paura e di dolore che hanno avuto Mark e James, legati tra loro eppure così diversi e distanti sia fisicamente che come personalità. Attorno a loro orbita Chasely, la ragazza di James, anche lei un personaggio intenzionalmente sfocato perchè non sa decidere tra i due. Gli ormoni le dicono James con cui limona a tutto spiano e l'altro regge il moccolo in maniera anche imbarazzante, la ragione la spinge verso Mark, innamorato di lei ma che considera il classico amico con cui confidarsi e basta.
La storia di milioni di altri adolescenti insomma alle prese con le asimmetrie del sentimento amoroso.
E poi c'è il killer, a cui dà volto Joel Edgerton, ancora lontano dal successo che sarebbe arrivato da lì a poco.
La figura del killer da lui recitata è di quelle che fanno veramente paura: a prima vista fisicamente mediocre ma efferato e senza scrupoli. Anche perchè tiene famiglia e cerca di difenderla ad ogni costo.
E nella famiglia si nasconde una sorpresa che non posso rivelare altrimenti toglierei metà del piacere della visione del film .
Partendo da uno spunto semplice, anche banale se vogliamo, Jon Hewitt imbastisce una storia di ordinaria disperazione in cui vittime e carnefici si cambiano continuamente di ruolo orchestrando il tutto con una certa dose di aggraziata perversione.
Sicuramente sa il fatto suo e riesce a mantenere la tensione altissima per tutta la durata del film
Un thriller geometrico, rarefatto in cui contano più le suggestioni evocate che quanto accade che in realtà è veramente pochino.
Però quel poco è altamente destabilizzante.
I due teenagers si trovano invischiati in un gioco molto più grande di loro da cui non sanno come uscire perchè sono al centro del mirino di un uomo che non ha esitato a uccidere in passato e non esiterebbe a farlo ancora.
Ma oltre a loro evidentemente da questo gioco al massacro non sanno uscirne neanche  regista e sceneggiatori che optano per un finale ad effetto, perchè il colpo di scena c'è ed è di quelli che fanno rimanere abbastanza a bocca aperta, però virare all'horror efferato, allo slasher , dopo 90 minuti di thriller psicologico con una regia di alto livello come quella di Jon Hewitt, è un qualcosa che ha del semplicistico.
Sembra quasi qualcosa da dare velocemente in pasto al pubblico, un po' come il finger food da prendere al classico take away, venuto solo per placare la sete di sangue ed efferatezze.
Si crea l'effetto sorpresa ma alla fine si resta con una sensazione amarognola perchè troppo banale far finire tutto così.
Acolytes è un film da vedere e da sentire, la bellezza delle inquadrature e la loro geometria armoniosa è parte importantissima e imprescindibile nella visione, cosa affatto scontata in un genere cinematografico, come il thriller, in cui solitamente si toccano altre corde emotive.
Se dovessi fare un parallelo tra questo film e qualche altra visione del passato quello che mi viene in mente è Snowtown,  altro thriller semisconosciuto, sempre australiano, sanguinoso il giusto , basato su una storia vera che ha quasi dell'incredibile.
Perchè come al solito la realtà supera sempre e di gran lunga , la più fervida delle immaginazioni....

( VOTO : 6,5 / 10 )

  Acolytes (2008) on IMDb

Jumat, 06 September 2013

Non avere paura del buio ( 2010 )

Sally Hurst è una bambina solitaria e introversa che va a vivere assieme al padre e alla sua nuova fidanzata in una splendida villa ottocentesca con tanto di parco . La casa ha bisogno di essere ristrutturata e per Sally è la porta per un nuovo mondo di giochi con tutti i suoi segreti e la sua aria misteriosa.Esplorando l'enorme tenuta attorno alla casa la bambina scopre un passaggio segreto e involontariamente libera nel mondo reale una razza antica di piccole creature. Per giunta cattivissime.
Quando ho cominciato a vedere questo film mi è sorto subito un dubbio sul titolo:ma quel Non avere paura del buio era un'affermazione, un'esclamazione o una domanda? 
Eppure sui titoli di testa non mi era sembrato di vedere punti interrogativi.
Decisamente criticabile pensare a queste facezie da parte mia però a meno che nella prossima vita rinascerò mago (e non divino Otelma, che il mago Zurlì ce ne scampi!) prevedevo ogni singola sequenza con un buon anticipo e non perchè sia particolarmente sveglio. Anzi non sono mai stato particolarmente sveglio. Son bradipo apposta.
Colpa del film che è una sagra paesana del deja vu ma senza i ricchi premi e i cotillons che caratterizzano queste amabili feste di borgata.
Dovevo sospettare di un tentativo di truffa nel vedere il nome di Guillermo Del Toro spiattellato ai quattro venti e scritto in caratteri cubitali perchè più vendibile del nome di Troy Nixey, il regista del film il cui nome appariva quasi per sbaglio sulla locandina scritto con un carattere così piccolo e quasi trasparente che eri assalito dal dubbio che fosse un nome o semplicemente una cacchetta di mosca.
Ma colpevolmente ho soprasseduto.
Ricapitolando :abbiamo la solita casa infestata, la solita bambina sensitiva simpatica quasi quanto le pantegane gobbe e pelose che la fanno visita al buio( oppure come il classico gatto che ti ha infilato le unghie in profondità nei marroni), un padre che si occupa solo dei cavoletti suoi e la sua fidanzata (che non è la madre della bimba) che capisce tutto col solito, classico attimo di ritardo.

C'è tutto l'armamentario di film de paura alla Guillermo del Toro con il classico tema dell'infanzia problematica, del rapporto intergenerazionale abortito, c'è la serie di mostriciattoli che non fanno minimamente paura e c'è il consueto finale aperto con sorpresina -ina -ina.
Guy Pearce sta somigliando sempre più in modo inquietante a Ron Moss di Beautiful ma almeno senza sportelli aperti ai lati del cranio, mentre Katie Holmes trova una delle sue rare scritture dopo il matrimonio con Tom Cruise.
Sarebbe stato molto meglio che al primo incontro le pantegane gibbute si fossero portate via quell'antipatica della figlia.
Sarebbe stato un cortometraggio da applausi a scena aperta e avrebbe scatenato l'approvazione spontanea e incondizionata della sala.
E basta con questi piccoli mostri della recitazione che a 12 anni parlano come un astrofisico!
Un bambino normale, no?

( VOTO : 3 / 10 )


Don't Be Afraid of the Dark (2010) on IMDb

Selasa, 21 Mei 2013

Il grande Gatsby ( 2013 )

Primavera 1922:l'aspirante scrittore Nick Carraway lascia il Midwest per trasferirsi a New York in quel tempo culla del vizio e dell'edonismo più sfrenati. Va ad abitare in una piccola casa malmessa che però è vicina all'immensa villa del ricchissimo e misteriosissimo Jay Gatsby, un milionario dagli affari oscuri che è diventato famoso per le affollatissime feste all'insegna dell'eccesso che si tengono nella sua villa. Quasi non volendo gli diventa amico e lui piano piano gli svela chi veramente è Jay Gatsby: un uomo segnato da un passato ingrato: un amore intenso ma impossibilitato dalle sue condizioni economiche di quel tempo per Daisy,pusillanime moglie di un riccone che non la ama e che non perde occasione di maltrattarla. I nodi vengono al pettine, gli incroci amorosi vengono allo scoperto, ma l'ineluttabile tragedia è dietro l'angolo.
Se questa di Luhrmann è la quarta riduzione cinematografica del romanzo di Francis Scott Fitzgerald , credo che un motivo si debba essere e risiede senza dubbio in quell'alone di fascino e di mistero che è racchiuso nel carsmatico personaggio di Jay Gatsby, l'ennesimo declinatore del Sogno Americano, l'uomo fatto da sè, quello apparentemente disonesto e corrotto e che invece svela la sua personalità a suo modo candida, prigioniero di un amore impossibile che per lui è diventato allo stesso tempo ossessione e unica ragione di vita.
L'impressione che ho avuto vedendo Il grande Gatsby di Luhrmann è che il regista australiano abbia usato il romanzo di Scott Fitzgerald come un semplice trampolino per raccontare il proprio universo fatto di eccessi visivi ( i costumi da soli valgono il prezzo del biglietto), scenografie pantagrueliche, musiche dissonanti dal contesto nel tentativo continuo, forse anche pretenzioso di rielaborare , ma soprattutto di dare un'aura di nobiltà al concetto di kitsch applicato al cinema.
La pellicola nelle oltre due ore diventa una sorta di caleidoscopio itinerante della carriera di Luhrmann caratterizzata da riletture sempre al limite, se non oltre , dell'iconoclastia.
E da buon australiano demolisce alla base il Sogno Americano dipingendo la New York degli anni '20 come la culla mondiale della perversione, un piccolo mondo a parte in cui se non infrangi la legge o le regole del buon costume non sei nessuno.
La figura di Jay Gatsby ( un DiCaprio eccellente per misura e carisma) proprio per questo giganteggia, unico personaggio tridimensionale in un mondo di figurine piatte, sfocate e schiacciate da un mondo di sola apparenza e dal carisma del misterioso magnate che affascina e manipola come pochi.
Ma che, ironia della sorte, pur potendo ottenere tutto ( o quasi) con le sue immense ricchezze non riesce a ottenere quello che desidera di più nella vita: la sua amata Daisy, una Carey Mulligan ridotta alla statura infima di una pusillanime bambola di pezza inutilmente ciarliera e incapace di distaccarsi dalle sue sicurezze immanenti per fare un salto nel buio di un nuovo amore.
E proprio questa parte del film, quella che deve raccontare l'amore di Jay e Daisy , sembra quella che interessa di meno a Luhrmann, quasi la maltratta risolvendola in modo abbastanza sbrigativo ( vedi la sequenza alla suite del Plaza a New York in cui Jay finalmente confessa a tutti il suo amore, mentre Daisy mostra una volta ancora la sua codardia, oppure tutta l'affannosa corsa verso il gran finale) e toccando il cuore del melodramma in una sola fugace sequenza in cui non c'entrano Jay e Daisy ma  Myrtle che da dietro una finestra versa lacrime amare e silenziose quando finalmente capisce che è solo un sollazzo per Buchanan ( il marito di Daisy) abituato ad avere tutto e subito solo grazie al suo conto in banca.
Ecco se Il grande Gatsby avesse esplorato meglio questo lato melodrammatico della vicenda con lo stile fatto di allusioni e sottintesi di Fitzgerald forse starei qui a parlare di un capolavoro.
E invece manca quel qualcosina in questa storia che non riesce a essere una di quelle vicende larger than life che arrivano a strapparti il cuore dal petto.
Il cinema di Luhrmann si dimostra ancora una volta un unicum nel panorama internazionale: non solo lustrini e pailettes, non solo un 3 D usato poco ma bene, non solo uno stordimento multisensoriale per il bombardamento massiccio con suoni e colori.
C'è invece molto altro che sicuramente dividerà critica e pubblico proprio per il suo rifuggire dal canonico, per la sua volontà di sorprendere sempre e comunque.
Il grande Gatsby è un film bello da vedere che arriva agli occhi, forse un po' meno al cuore. Ma il modo di raccontare di Luhrmann è qualcosa che affabula, anzi affascina proprio per il suo stile postomoderno mediante il quale si sforza a fare un cinema che più classico non si può.
Sotto la patina della tecnologia Il Grande Gatsby è uno di quei classiconi che si facevano una volta e ora non si fanno più, forse anche più della versione del '74, quella con Redford e Mia Farrow che aveva la griffe di Francis Ford Coppola in sede di sceneggiatura che a mio parere soffriva di una certa inerzia soprattutto dovuta a una regia un po' piatta di un calligrafo competente come Jack Clayton che però a parte Suspense non ha mai avuto le stimmate del grande regista.
Più mi perdevo nelle stordenti scene di massa di questo film, nel suo pantagruelismo visivo e più pensavo a come Luhrmann sia avanti rispetto a tutti gli altri in quanto a scrittura e stile, per esempio anni luce avanti rispetto a un Cameron che continua a essere tanto progredito tecnologicamente quanto deteriore( se non vecchio) nel suo modo di scrivere e narrare.
Quello del folle Baz  è cinema classico e postmoderno allo stesso tempo.
E ci vuole una bella faccia tosta per proporlo in tempi di cinema usa e getta come quelli odierni.
Perchè l'epopea di Jay Gatsby non finisce con i titoli di coda ma continua.
Gatsby, l'ultimo grande eroe romantico.
Il grande Gatsby.

( VOTO : 7,5 / 10 ) The Great Gatsby (2013) on IMDb

Minggu, 27 Januari 2013

Il discorso del re ( 2010 )

La storia, vera di re Giorgio VI di Inghilterra, padre dell'attuale regina Elisabetta, costretto suo malgrado a salire al trono dopo la rinuncia di suo fratello che lo precedeva nella linea di successione. Affetto da un imbarazzante problema di balbuzie e considerato da tutti inadatto al trono decise di servirsi di un logopedista dai metodi anticonformisti.
Sedersi in sala al proprio posto assegnato e cominciare ad addentrarsi in questo film è come entrare in un negozio di abiti su misura. A ognuno il suo abito su misura, se possibile in confezione da Oscar.
Il discorso del re è un film abilmente costruito a tavolino, vagamente affabulatorio, che offre chiavi di lettura immediate di pronto consumo per lo spettatore affamato di buoni sentimenti sparati ad alzo zero e altre meno immediate, nonchè  meno comode da enumerare per una pellicola che si presentò alla notte degli Oscar come grande favorita per la vittoria finale. Non ho fatto il tifo  per lei perchè quello che ho visto mi è apparso più furbo che bello, un compitino laccato e imbellettato in pacchetto regalo per consentire ai suoi protagonisti di vincere l'ambita statuetta.
Se questa mia tesi fosse fasulla allora perchè candidare Colin Firth come migliore attore protagonista e Geoffrey Rush come migliore attore non protagonista quando nell'economia del film hanno lo stesso peso e il loro nome appare sopra il titolo del film alla stessa altezza? L'abitino su misura per l'Oscar viene costruito anche per Helena Bonham Carter nel ruolo della moglie del re: un modo di approcciare il personaggio della regina madre piuttosto particolare tra momenti in cui cerca di trattenere la recitazione e momenti in cui la sua gestualità si fa molto più ruspante e molto molto simile a quella della regina madre che ho avuto modo di apprezzare in vari filmati.
E sono sicuro che molti di quei filmati per levigare la sua recitazione se li sia visti anche lei.
Firth e Rush sono molto bravi ma mi pare evidente che il secondo rubi la scena al primo in virtù di una maggiore varietà nella sua gamma di toni.
Firth è perfetto nei mezzi toni e nel recitare per sottrazione come dice la sua carriera, la parte di un re suo malgrado che finalmente riesce a diventare un re vero anche agli occhi dei suoi sudditi è un perfetto veicolo promozionale per lui ma è anche un terreno viscido su cui scivolare nel manierismo recitativo: lui fortunatamente riesce a starne fuori ma ciò non toglie che la parte più stimolante sia quella del logopedista australiano che Rush (in veste anche di produttore e qui si ritorna alla dietrologia applicata di cui ho fatto esercizio prima) abilmente si riserva.
Dicevamo di chiavi di lettura immediate e di altre meno immediate:tra le prima possiamo citare l'amicizia anticonvenzionale tra due uomini diversissimi tra loro, Bertie (il re )  ingessato dalle convenzioni e dai protocolli, il logopedista borghese Lionel che vive modestamente ma liberamente, l'iter formativo di un semplice ufficiale di Marina (che si sente totalmente inadeguato ad occuparsi della cosa pubblica) che riesce a diventare il re che tutti vogliono, un film che parla di un diverso che arriva a considerarsi come tutti gli altri.
Accanto a queste tematiche sono da ricordare la critica neanche tanto velata alle regole imposte dalla Chiesa simboleggiate dall'Arcivescovo interpretato da Jacobi, la comprensione dell'importanza dei mezzi di comunicazione di massa per formare coscienze, le simpatie filonaziste (nel film appena accennate) del fratello maggiore di Bertie, che abdica in suo favore sia per queste simpatie scomode sia perchè sposa una donna già divorziata.
E se il motivo dell'abidicazione ufficialmente è legato alla volontà di evitare un conflitto con la Chiesa anglicana, ufficiosamente possiamo pensare che abbiano pesato anche quelle simpatie ideologiche piuttosto scomode. Ingiustificabili in uno scenario storico come quello della seconda metà degli anni '30.
La regia di Hooper non brilla per dinamismo facendo assomigliare il film a quei drammi televisivi della BBC di indubbio pregio formale ma spesso incapaci di far emozionare.
Ecco è questo che manca al film: la capacità di suscitare emozione.
Si esce dal cinema moderatamente soddisfatti per aver visto uno spettacolo edificante, politicamente corretto, stilisticamente apprezzabile per via di una ricostruzione storica curata anche se non sfarzosa, una buona performance attoriale.
Però sembra un pò tutto costruito ad arte per portare a casa quelle maledette statuette a forma di zio Oscar, tutto preconfezionato ad uso e consumo dei giurati dell'Academy, uno spettacolo calligrafico ma che non prende mai il cuore.
Al massimo arriva all'epidermide...

( VOTO : 6,5 / 10 )  The King's Speech (2010) on IMDb

Rabu, 23 Januari 2013

The Tunnel ( 2011 )

In seguito a una crisi di approvvigionamento idrico a Sidney il governo australiano decide di servirsi dell'immensa rete di canali che si trovano sotto la città per raccogliere l'acqua del sottosuolo ma improvvisamente fa marcia indietro. La giornalista Natasha Warner teme che ci sia qualcosa di sporco sotto e con una piccola crew di cameramen scende nei sotterranei per appurare la veridicità di notizie riguardanti frequenti scomparse di homeless che vivono nel dedalo di corridoi situato sotto la città.
Vogliono avere uno scoop sensazionale da raccontare ma non sarà così facile: là sotto c'è veramente qualcosa che non va.
Ed è un qualcosa che vuole prenderli.
Non so perchè mi imbatto spesso in mockumentaries veramente deficitari da quasi ogni punto di vista eppure  continuo a cercarne e a vederne.
Sarà perchè ritengo che  lo stile abbia notevole potenziale orrorifico ma soprattutto , per quanto riguarda The Tunnel, è la sua provenienza, l'Australia. E la memoria corre a Lake Mungo il mockumentary più terrorizzante che sia passato  sui miei schermi ( pluralis maiestatis, ne è uno solo !) ultimamente.
The Tunnel, esordio nel lungometraggio di Carlo Ledesma, ha le sue brave frecce al suo arco:  ambientazione riuscitissima , una storia plausibile e dal buon potenziale ansiogeno, un impianto drammaturgico in crescendo che deflagra pienamente nell'ultima mezz'ora di film, un lavoro solido di regia che preferisce alla solita telecamerina ballonzolante ( che comunque in alcuni segmenti compare) la pluralità delle fonti di visione: oltre alle due telecamere dei protagonisti ( di cui una a infrarossi che fa tanto Rec) ci sono quelle di controllo dei corridoi installate nel sottosuolo che hanno una parte importante.
Per non parlare poi delle interviste rilasciate da due dei protagonisti riguardo alla storia raccontata che svelano a poco a poco il mistero e ricordano molto da vicino il sunnominato Lake Mungo.
In realtà di novità nel format mockumentary non ce ne sono moltissime a parte un tentativo, non propriamente riuscito, di dare spessore psicologico ai due personaggi che sono intervistati e lo spazio riservato al loro senso di colpa che male si addice al genere, soprattutto se trattato molto superficialmente come succede qui.
E' indubbio però che, soprattutto nella parte ambientata nei sotterranei, un mix di squallore e claustrofobia che stringe la gola in una morsa ferrea, il film prende di brutto, sembra quasi di fuggire assieme ai protagonisti per questo labirinto apparentemente senza usciti inseguiti da un mostro che quando ti prende non ti fa emettere neanche un fiato.
Mostro che naturalmente, a parte una fugace sequenza, rimane giustamente nell'ombra.
Interessante la storia produttiva di questo film: è stato messo in vendita a un dollaro per fotogramma sul web in una sorta di finanziamento da parte dei fans. Quindi il film è stato messo gratuitamente a disposizione via torrent. Da qui l'interesse della Paramount che poi lo ha distribuito attraverso vie più "regolari".
The Tunnel non sarà imprescindibile, è derivativo perchè sembra un  The Blair witch project con mostro e corridoi al posto di strega e bosco, ma una guardata se la merita ampiamente se non fosse altro per quei sotterranei che sono i veri protagonisti del film.

( VOTO : 6,5 / 10 ) 

The Tunnel Movie (2011) on IMDb

Kamis, 15 November 2012

Shark 3 D ( 2012 )

Josh, bagnino di una località balneare australiana dopo un anno è ancora devastato dalla perdita del suo migliore amico ad opera di uno squalo bianco. Un tragico giorno però uno tsunami sommerge la città dove abita e lui, assieme ad un manipolo di altre persone si ritrova imprigionato in un supermarket allagato quasi del tutto che in quel momento stava addirittura subendo una rapina.
Il peggio però è che nell'acqua che allaga il negozio si aggirano due enormi squali che sono anche molto affamati.
Sbaglierò ma in quanto a squalologia ed affini la parola definitiva fu posta da Spielberg col primo film che trattava l'argomento, quel Lo Squalo che ha terrorizzato e continua a terrorizzare intere generazioni di cinefili.
Io poi ho un affetto particolare per un film come L'orca assassina perchè è un bel ricordo di una delle prime visioni al cinema accompagnato da mio padre e poi anche perchè a distanza di anni mi sembra ancora un gran film anche oltre l'effetto nostalgia  con quel suo giocarsi così sentitamente la carta ecologista .
E poi vuoi mettere la scena in cui l'orca fa a pezzettini piccoli piccoli uno squalo bianco gigantesco? Un messaggio  al film di Spielberg?
Shark 3 D ( che qui da me al cinema hanno proiettato solo in 2 D ) è l'ultimo di una lunga serie di film su squali e mostri acquatici in genere. A differenza dei colleghi di genere, tutta roba realizzata con i piedi che al massimo può aspirare alla cable tv americana, qui c'è  l'aggravante di un budget consistente per un cinema come quello australiano che non ha i fondi di quello hollywoodiano.
Anche se non si sa dove lo abbiano speso questo budget perchè visivamente non sembra così ricco , non è neanche avvicinabile a una media produzione hollywoodiana.
Il film non porta nulla di nuovo al genere, l'unica ideuzza a parte l' unione tra  tsunami e squali è quella di confinare il terrore subacqueo in un supermercato calcando così la mano sulla sensazione di claustrofobia che può dare uno spazio chiuso ermeticamente e che si sta riempiendo progressivamente d'acqua.
E poi c'è un  paio di bellissimi squaloni in CGI che attendono solo di mangiare spezzatino di uomo alla cacciatora.
La regia del per me sconosciuto Rendall cerca di vivacizzare il tutto ma direi che l'impresa non è riuscita: tutto ha l'acre sapore del deja vu, ci si limita a fare il compitino sfruttando idee già messe in campo da altri.
Il 3 D non è pervenuto perchè come detto al cinema da noi è stato proiettato rigorosamente in 2 puzzolentissime dimensioni, nonostante il titolo.
Apprezzabile il tentativo di infondere un po' di ironia ( almeno quella! ) ma è veramente una goccia d'acqua in mezzo a un mare di incongruenze ( vogliamo parlare delle macchine sommerse dall'acqua che dentro sembrano essere a tenuta stagna come quella dei due fidanzati che stavano facendo cose nel parcheggio del supermercato?).
Shark 3 D è una trashata di quelle brutte soprattutto perchè questo trash è assolutamente involontario.
E però mi si deve spiegare la sua presenza ( fuori concorso , ci mancava solo che lo facessero concorrere per il Leone d'oro ) al Festival del Cinema di Venezia.
Squali in laguna o la longa manus della raccomandazione da parte del potente di turno?

( VOTO : 3,5  / 10 ) Bait (2012) on IMDb