Senin, 06 Mei 2013

Effetti collaterali ( 2013 )

La giovane Emily ( Rooney Mara), sposata a Martin ( Channing Tatum), appena uscito di galera dopo aver scontato una condanna per insider trading, soffre di depressione e ha tentato un paio di volte di suicidarsi. Per curare questa sua patologia va in cura da uno psichiatra molto affermato, il dottor Banks ( Jude Law) che , su consiglio della sua precedente psicoterapeuta, la dottoressa Siebert ( Zeta-Jones), le prescrive un farmaco sperimentale . Martin vien trovato morto in casa per ferite da pugnale e naturalmente tutti gli indizi di colpevolezza convergono sulla giovane Emily. Che, dal canto suo afferma di non ricordare nulla....
Dopo tanti anni ancora non sono in grado di decriptare la carriera di un regista ondivago come Soderbergh capace di passare da schifezze da multisala a film specchio di un talento luminoso con la stessa facilità con cui uno si cambia i calzini.E non è un caso che per quanto mi riguarda il suo film più bello ( Bubble del 2005, un incrocio mefistofelico tra l'ultimo Friedkin e il Solondz cantore dell'America nascosta ) è anche quello meno legato alle logiche commerciali con il suo aspetto povero da film indipendente girato veramente con un pugnetto di dollari , con una troupe ridotta all'osso e un cast di illustri sconosciuti.
Questo film non doveva essere diretto da Soderbergh ma per impegni dello sceneggiatore Scott Z.Burns ( lo stesso di Contagion) , il buon Steven ha dovuto prendere in mano il progetto e già che c'era oltre che della regia si è occupato della fotografia e del montaggio firmandoli col nome dei genitori.
Effetti collaterali apparterrebbe alla categoria dei film di Soderbergh che aspirano a essere blockbuster e la confezione inappuntabile , oltre che il cast all star , sono ulteriori testimonianza di questa aspirazione.
Parte come un thriller medico e poi proprio quando si inizia a pensare che la pellicola stia diventando un je accuse virulento contro le lobbies farmaceutiche che fanno milioni di dollari a palate commercializzando farmaci antidepressivi, imbocca un'altra strada, quella del thriller hitchcockiano in cui le carte vengono mescolate continuamente , così come anche i punti di vista.
Perchè si parte con una cinepresa che pedina da vicino Emily e man mano che si prosegue si assume sempre più il punto di vista del dottor Banks, prototipo di personaggio hitchcockiano che deve difendersi da un qualcosa molto più grande di lui.
Il problema del film a mio modesto parere è nella sua lineare prevedibilità: uno spettatore un minimo smaliziato capisce subito che cosa stia succedendo e dove il film voglia andare a parare anche perchè Soderbergh sceglie la strada della trasparenza mettendo a favore di camera tutte le azioni di Emily e togliendo quindi quella che dovrebbe essere la dote principale del personaggio: l'ambiguità.
Emily non ha questa dote e il film perde quel thrilling che gli avrebbe fatto guadagnare punti. Anzi quando esce di scena il personaggio di Tatum ( che fa la figura del due coppe quando briscola è bastoni) diventa ufficiale la direzione del film che non avrà più deviazioni o notazioni a margine fino al termine.
Quel finale (omo) erotico, poi,   arriva quasi a valicare le soglie del ridicolo involontario.
Alla fine si resta con il sapore di un thriller formalmente curatissimo ma che non riesce a fare quel salto di qualità a causa di un copione che si trascina con stanchezza perchè privo di sottotesti, inadatto a letture seguendo direttrici multiple ma soprattutto privo di  suspense.
E poi quel retrogusto moralista che , come Hollywood insegna nel manuale del blockbuster, serve per mettere tutte le tessere del mosaico al loro posto in un qualcosa assimilabile comunque al consueto lieto fine, è francamente fastidioso
E' però da valutare con favore la prova di Jude Law e Rooney Mara: il primo riesce a sfumare con bravura una parte in cui non sono così netti i confini tra bene e male, mentre la seconda con la sua bellezza acerba e lolitesca ( un mix esplosivo che mi fa tornare alla memoria la bellezza diafana della giovane Isabelle Adjani e la carica erotica quasi inconsapevole della giovane Emanuelle Beart) colora con stralunata bravura un personaggio dalle potenzialità parzialmente inespresse e non per colpa sua.
Effetti collaterali è insomma un compitino eseguito con diligenza ma senza colpi di genio, un film finemente intarsiato il cui formalismo sembra voler nascondere la pochezza del suo contenuto.
Ed è proprio così : un film di forma accattivante ma che può offrire poco altro.
Un peccato perchè l'inizio lasciava presagire qualcosa di meglio, molto meglio.

( VOTO : 5,5 / 10 ) 

Side Effects (2013) on IMDb

Minggu, 05 Mei 2013

Phil Spector ( 2013 )

Il famosissimo produttore discografico Phil Spector ( Al Pacino) è accusato dell'omicidio avvenuto in casa sua dell'aspirante attrice e modella Lara Clarkson. Lui dice che è stato un incidente mentre lei giocava con una pistola della sua collezione, il pubblico ministero afferma che le ha sparato praticamente a bruciapelo. 
Ma non ci sono prove così schiaccianti a suo carico e quindi il caso si presenta da subito molto controverso.
Spector ingaggia un famoso avvocato che si avvale della consulenza di Linda Kenney Baden ( Helen Mirren) che si occuperà della sua difesa in tribunale. Storia della preparazione meticolosa al processo, delle tattiche legali per rendere più "appetibili" per la giuria certi atteggiamenti stravaganti di Phil e del ruolo dei mass media in tutta questa storia che ricorda da vicino quello che successe a OJ Simpson.
Solo che Phil Spector ha sempre affermato la propria innocenza.
Non so voi ma quando vengono rilasciate produzioni HBO come questa mi si accende la lampadina.
Francamente ignoravo chi fosse Phil Spector ( ma dopo ho provveduto ad adeguato rinforzino su Wikipedia) ma quando uno si trova di fronte a un film scritto e diretto da David Mamet e con due attori protagonisti come Al Pacino ed Helen Mirren , si chiede se questa sia veramente televisione o è cinema sotto mentite spoglie.
E la seconda risposta è quella giusta: pur essendo girato per la maggior parte in interni e pur infarcito di primi piani e piani medi , Phil Spector ha aspetto decisamente cinematografico, vuoi per lo stile di David Mamet che nella sua ormai lunga carriera è riuscito a fondere sempre brillantemente atmosfere teatrali con quelle cinematografiche, vuoi per le performances straordinarie di due attori come Helen Mirren e Al Pacino che quando scelgono di partecipare a produzioni televisive lo fanno a ragion veduta.
Phil Spector non è un biopic in senso stretto perchè si occupa solo del processo a cui è stato sottoposto  nel 2003( sarà protagonista di un altro processo nel 2009 e stavolta sarà quello definitivo) e non tanto della figura di Phil, tratteggiato come un uomo borderline prigioniero delle sue teorie bislacche  e delle sue stravaganze, un personaggio che è una manna dal cielo per uno figlio dell'Actor's Studio come Al Pacino.
Non le ho contate ma giurerei che il numero di pose maggiori le ha Helen Mirren ma solo perchè quello di Mamet assomiglia più a un film a tesi che a un one man show : narra l'ansia che ha il sistema giudiziario americano, autoproclamatosi il migliore al mondo( a torto o a ragione non si sa ), di dimostrare che la legge è effettivamente uguale per tutti, sia per la casalinga del Wyoming, sia per il produttore discografico famosissimo.
E non è un caso che venga nominato il caso di OJ Simpson.
Questa ansia di dimostrare che tutti sono uguali davanti alla legge si traduce in una sorta di lotta di religione che non va tanto per il sottile, prigioniera come è dell'opinione pubblica e del ruolo dei mass media capaci di creare un mostro con un solo articolo di giornale o un servizio televisivo.
E con Phil Spector sembra essere andata così.
La parte del film in cui il procedural drama prende il centro della scena non è delle più eccitanti ma anche il solo vedere Al Pacino ritornato ai fasti del passato è un qualcosa che da solo vale il cosiddetto prezzo del biglietto.
Ed Helen Mirren col suo modo di recitare decisamente più misurato è un ottimo contrappunto alla verve istrionica del vecchio bucaniere Al.
Phil Spector è ben lungi dall'essere un film perfetto, probabilmente dal trio Mamet/Pacino/ Mirren ci si aspettava di più ma dopo che l'hai visto il pensiero che si fa strada è uno solo: ma perchè non è stato fatto al cinema?

( VOTO : 7 / 10 )  Phil Spector (2013) on IMDb

Sabtu, 04 Mei 2013

Il cecchino ( 2012 )

Parigi , esterno giorno: il commissario Mattei e la sua squadra hanno teso una trappola a una banda di temibili rapinatori di banche. Li aspettano al varco dopo l'ennesimo colpo ma proprio mentre il cerchio si sta chiudendo, un cecchino comincia a decimare poliziotti permettendo la fuga dei malviventi. Uno dei banditi è ferito e la banda , dopo aver recuperato il cecchino dalla sua posizione , fugge nelle campagne rimandando la spartizione del bottino. Intanto portano il ferito da un medico che esercita la professione clandestinamente per fargli estrarre la pallottola che ha ancora in corpo. Mattei dal canto suo non se ne sta con le mani in mano: ha organizzato una gigantesca caccia all'uomo, trova il cecchino, facendolo arrestare e scopre che ha a che fare con la morte di suo figlio nello scenario di guerra dell'Afghanistan. Intanto proseguono le indagini per trovare gli altri componenti della banda....
Michele Placido ha affermato che Il cecchino è il suo Romanzo criminale francese. Frase piuttosto temeraria, semplicistica e probabilmente dettata da esigenze di sintesi per il battage pubblicitario perchè non è propriamente così.
Diciamo che Il cecchino è una rilettura di genere ( il polar in questo caso ) che ha al massimo qualche intarsio proveniente dallo stile di Romanzo criminale.
Del resto Placido si è trovato di fronte a un pacchetto già preparato con sceneggiatura e i tre protagonisti già pronti all'uso ( tre pesi massimi del cinema francese come Auteuil, Kassovitz e il feticcio dardenniano Gourmet qui in una parte decisamente inedita per lui).
E quindi ha messo al servizio di questa produzione su commissione tutto il suo savoir faire  nel cinema action. E il risultato almeno dal punto di vista registico è abbastanza apprezzabile.
Anzi fa piacere trovare un regista italiano dietro una produzione curata come questa perchè vuol dire che qualcuna delle nostre maestranze tecniche ha ancora un buon nome a livello internazionale( a Placido aggiungerei anche l'ottimo lavoro alla fotografia di Arnaldo Catinari che ci regala una Parigi livida, grigiastra, ben lungi dall'immaginario da cartolina che la capitale francese si porta dietro).
Se dal punto di vista delle sequenze action c'è poco o nulla da dire perchè Placido dirige dimostrando di aver ben presente il modello americano in quanto a dinamismo e spettacolarità anche se si avverte ancora un po' di scarto con le megaproduzioni hollywoodiane( questione di investimenti) , Il cecchino durante il suo svolgimento soffre di alcune sbavature frutto di una sceneggiatura indecisa su quale strada intraprendere.
 La costruzione dei personaggi è abbastanza stentata: se il Mattei di Auteuil è un personaggio centrato, il cecchino interpretato da Kassovitz non è fuggente come imporrebbe il ruolo e anche il personaggio di Gourmet sembra decisamente sovvraccarico, responsabile di un cambio repentino nella direzione che il copione prende( era proprio necessario inserire una parentesi torture porn con annesso salvataggio di vittima del bruto?)
Argentero versione baffuta nella parte del bandito ferito ha poi un suo perchè , mentre sfugge del tutto il motivo della presenza della classica pupa del gangster Violante Placido ( o forse una ragione c'è...ma suvvia non vogliamo essere cattivi) in un personaggio artefatto , inutilmente melodrammatico e soprattutto assolutamente superfluo per la costruzione del climax drammaturgico del film.
Il cecchino parte benissimo come un polar di quelli cazzuti, energici, con quelle tinte noir che fanno impazzire gli amanti del genere ma poi sembra perdere per strada la sua direzione  mettendo tanta carne al fuoco, forse pure troppa.
C'è spazio per uno psicopatico serial killer da torture porn, per parlare di scenari di guerra mediorientali, di quanto marcio c'è sotto, c'è anche il tempo per un confronto tra Auteuil e Kassovitz, i due poli opposti  in questa pellicola, in cui i confini tra il bene e il male non sembrano poi così netti, anzi vengono sfumati in una bella dose d'ambiguità.
Stuzzicante il cameo che si ritaglia Placido davanti alla macchina da presa, un cameo ulterormente impreziosito dalla presenza di Fanny Ardant che dimostra classe innata anche quando ha a che fare con armi che mal si addicono alle sue manine gentili.
Altro pregio del film è al sua durata tenuta saggiamente sotto i 90 minuti: tutto questo permette di avere un ritmo piuttosto elevato che non premette troppi voli pindarici o distrazioni da parte degli spettatori.
Il cecchino ha un po' l'acre sapore dell'occasione sprecata ma di questi tempi grami bisogna anche sapersi accontentare di quello che passa il convento.
E non è poco.

( VOTO : 6 + / 10 )  

The Lookout (2012) on IMDb

Jumat, 03 Mei 2013

Maniac ( 2012 )

Frank vive a Los Angeles, ha un negozio di manichini che è un'attività di famiglia da generazioni, ha un passato fatto di traumi infantili piuttosto ingombranti ancora adesso che è adulto. Ha continue visioni della madre, prostituta ( o ninfomane, boh? ) che non si faceva scrupolo di far assistere il piccolo Frank alle sue performances sessuali / acrobatiche e tutto questo ha determinato la sua incapacità di coltivare un rapporto sentimentale stabile con le donne. Anzi appena una ragazza gli mostra un minimo d'attenzione, lui esce di senno, la uccide e le fa lo scalpo solo per ornare la sua collezione di manichini che prende vita quando la notte è in casa con loro.Un giorno conosce la fotografa Anna che sembra interessata ai suoi manichini ma anche un po' a lui. Va tutto bene finchè scopre che lei ha un ragazzo con cui ha una relazione insoddisfacente, ma ciò basta per renderlo totalmente folle. E vuole lo scalpo di Anna....
Ammetto di essere partito prevenuto nella visione di questo film: lo avrei voluto fare a pezzetti piccoli piccoli, avrei voluto parlar male dell'ennesima sceneggiatura non originale di Aja e del suo fido lanzichenecco Gregory Levasseur , suo sodale dai tempi di Alta tensione, avrei voluto sparare a zero sulla febbre da remake che sembra aver contagiato Aja da quando ha varcato l'oceano.
E invece per stavolta devo mettere le pive nel sacco perchè, pur essendo un remake( e io sono sempre poco tenero con i rifacimenti) questo film ha al suo arco diverse frecce.
Diciamo per prima cosa che è un film intelligente se non furbo: sicuramente Aja , Levasseur e il regista Franck Khalfoun( quello di -2 livello del terrore sicuramente non un bel biglietto da visita) la prima domanda che si sono fatti è di come approcciare a una vera e propria leggenda dell'underground come Maniac di William Lustig senza essere ridicoli, troppo derivativi o far arrabbiare i fan irriducibili del film originale.
E loro che fanno? non ci si confrontano affatto! Spostano l'ambientazione del film da New York a Los Angeles colta nella sua spontaneità notturna e i cui sobborghi comunque hanno un aspetto molto più patinato di quelli brutti sporchi e cattivi della Grande Mela, scelgono un protagonista che anche fisicamente è agli antipodi di quello che era Joe Spinell, una specie di Danny Trejo ante litteram ma ancora più grosso e sgraziato e che era l'arma in più del film di Lustig.
Elijah Wood ( ottima trovata quella di far vedere che finalmente Frodo Baggins è cresciuto) è brevilineo, ha la faccia pulita , non c'entra proprio nulla con Spinell ed è proprio per questo forse la scelta della regia è quella di usare molto la soggettiva del protagonista, intervallata a volte con sequenze in terza persona.
Scelta registica spuria ma interessante e che costringe lo scenografo a cospargere il film di vetri, specchi e superfici riflettenti in genere un po' come succedeva in Riflessi di paura.
In definitiva l'approccio al Maniac originale da parte del trio Aja, Levasseur, Khalfoun è fin troppo rispettoso forse proprio perchè è già chiaro che non si poteva competere sullo stesso campo col film di Lustig.
Ed è questo il modo di leggere le sequenze più riuscite dell'altro film ( quella dell'omicidio ai bagni della stazione, quella della coppietta appartata in macchina abbattuta a fucilate o quella dell'omicidio della ragazza a casa sua dopo averla pedinata)  sono bypassate oppure risolte in modo del tutto differente cercando proprio di non essere paragonabili a quelle originali.
Se quindi la trama è piuttosto fedele all'originale , cambia notevolmente la forma e la sostanza della narrazione: se il film di Lustig era uno slasher violento e sanguinario votato all'eccesso visivo e senza inutili derive psicanalitiche, qui entra in campo la psicopatologia di un individuo che si vede asessuato e che è incapace di provare sentimenti per l'altro sesso, castrato da tutta una serie di traumi infantili ripetuti che lo hanno devastato in modo definitivo.
E quando non è possibile sottrarsi al confronto come nel finale, il Maniac del 2012 non ne esce sicuramente con le ossa rotte, anzi.
Elijah Wood nei panni di Frank Zito si rivela un ottima scelta di casting: è un freak malinconico, dolente e solitario che vede tutto attraverso una lente deformante.Più da compatire che da odiare e il rapporto ispido che ha con Anna ( la bellissima Nora Arnezeder, una vera e propria dea che non si riesce a capire come possa avere attenzioni per un bassotto trasandato come il Wood di questo film, ma del resto anche nell'altro film una bellezza come Caroline Munro aveva attenzioni per un Joe Spinell che era tutto meno che attraente, anzi piuttosto inquietante) è testimonianza della sua incapacità fisica e psichica di concepire un essere di sesso femminile nel suo universo malato e distorto.
E anche in questo il Frank Zito del 2012 è molto diverso da quello del 1980 che non si faceva tanti scrupoli a prendersi quello che voleva.
Insomma oggi avrei voluto demolire Aja e il suo team per questo film e invece mi tocca risparmiare gli strali per la prossima volta.
Perchè il Maniac del 2012 è un qualcosa di superiore alla media della concorrenza.
Nonostante tecnicamente sia un remake.

( VOTO : 7 / 10 )  Maniac (2012) on IMDb

Kamis, 02 Mei 2013

Irish short films - A qualcuno piace corto...


The Shore ( di Terry George, 2011, 29 minuti ) La storia di Joe e Paddy amici per la pelle alla fine degli anni 60 nell'Irlanda del Nord e poi divisi dalle scelte di vita diverse, dai sentimenti ma soprattutto dai venti di guerra civile che si agitarono in quell'epoca.
The Shore è la storia di una riconciliazione con la propria terra , una pietra sopra un periodo oscuro, il ritrovarsi tutti assieme dopo 25 anni attorno a un falò su una spiaggia a sorseggiare birra e whisky. C'è nostalgia , c'è delicatezza, c'è un tocco alla Ken Loach perchè i nordirlandesi di oggi sono disoccupati e sbarcano il lunario come meglio possono ( tipo prendendo cozze di nascosto sulla spiaggia e rivendendole) per non perdere il sussidio di disoccupazione, c'è un'atmosfera rilassata come a voler superare le divisioni.
Forse gli anni passano anche per Terry George: in questo corto in bilico tra una lacrima e un sorriso, tra dramma e commedia si respira tutta un'altra aria rispetto alla virulenza politica di un film come Una scelta d'amore. The Shore ha vinto l'Oscar come miglior cortometraggio nel 2012 . ( VOTO 7,5 / 10 ) .
The faeries of blackheath woods ( di Ciaran Foy, 2006, 4 minuti ) Melissa è nel bosco, facendo un picnic con la sua famiglia. Sfuggendo ai richiami della madre, va dietro a delle piccole fate dei boschi che la spingono sempre più dentro il bosco dei cipressi neri del titolo. E una volta non più in contatto con i genitori dimostreranno la loro vera natura...
In soli 4 minuti Ciaran Foy è capace di farci scivolare da un'atmosfera fiabesca al dramma più cupo. Un bellissimo bosco diventa fonte di paura e terrore per la piccola Melissa che da bimbetta felice si trasforma in vittima di queste piccole creature volanti. I colori si incupiscono, la cinepresa sottolinea piccoli particolari che fanno aumentare l'angoscia, gli effetti speciali e il dettaglio di queste piccole creature è sorprendentemente buono per essere un corto in cui si presume il budget ultralimitato. In quattro minuti è difficile raccontare una storia che appaia compiuta come questa e soprattutto ottenere un livello estetico simile. Alla fine dei 4 minuti quasi ti dispiace che sia già finito.
( VOTO : 7 + / 10 )
Final Journey ( di Brendan Muldowney , 2006, 4 minuti ) Un addetto al cimitero sta cominciando a coprire con la terra una bara di un funerale appena celebrato ma dentro la bara c'è qualcosa che non va. Il morto non è così morto, si agita , chiede aiuto e qualcosa succede. Non certo quello che voleva lui...
Un corto che fa delle stravaganza la sua cifra stilistica , Buried meets Star Wars ma non posso spiegare perchè mi è venuta questa associazione altrimenti toglierei tutto il piacere di vedere questi 4 minuti scarsi.
Comunque c'è più ansia nei primi due minuti di questo corto che in tutti i 90 e passa minuti di quella bufala di Buried. Muldowney è da tenere d'occhio, almeno in questo corto ha dato prova di uno sguardo sbilenco rispetto al cinema di genere, la capacità di frullare suggestioni diverse per creare qualcosa di nuovo, tra horror, fantasy e black comedy. ( VOTO 7 / 10 ) 
The silent city ( di Ruairi Robinson, 2006, 7 minuti ) Tre soldati si aggirano in uno scenario bellico apocalittico cercando di ricongiungersi con il resto della truppa, combattendo dei nemici invisibili e cercando di aggirare le trappole del luogo di devastazione in cui si trovano.Eppure dall'altra parte del muro che si trovano a fronteggiare non sembra esserci nessuno che risponde...
Ruairi Robinson è decisamente bravo nel confezionare e nel rendere ansiogeno e soffocante come pochi un film di soli 7 minuti. Riesce a ricreare con degli effetti digitali notevoli e soprattutto senza quell'aspetto plasticoso da videogame per il budget ridotto a disposizione, uno scenario postapocalittico in cui appare subito evidente che non c'è alcuna speranza per i personaggi in campo.
Si avverte totale libertà creativa, non ci sono spiegazioni, non sappiamo chi sono quei soldati ,contro chi combattono e chi ha devastato in quella maniera totale l'area in cui si trovano. Soprattutto non c'è neanche l'ansia del lieto fine o del triturante spiegone finale. Le voci , le richieste di aiuto cadono nel vuoto...
Mi stupisce che dopo aver visto questo corto un qualsiasi produttore non abbia contattato Ruairi Robinson per metterlo alla prova sulla lunga distanza. Qui il talento c'è tutto e sarà confermato dal successivo BlinkyTM. La buona notizia è che finalmente Robinson esordirà con un film sci fi nella seconda parte di quest'anno.Nel cast brilla la presenza di Cillian Murphy ( VOTO: 7,5 / 10 )
BlinkyTM ( aka Bad Robot, di Ruairi Robinson, 2011,13 minuti ) Andy figlio unico in una famiglia in cui non tutto fila per il verso giusto chiede ai suoi genitori un regalo particolare in occasione del Natale: un Blinky, un robot multifunzionale da adattare come compagno di giochi , fedele servitore e factotum buono per ogni occasione.
Il nuovo gioco appassiona il piccolo ma la solitudine e l'insoddisfazione nel rapporto coi genitori prende il sopravvento . Vessa in ogni maniera il piccolo robot e un giorno gli dà un comando che si rivela essere il più sbagliato che gli potesse dare, perchè Blinky fa veramente tutto quello che gli chiede Andy.
Premiato come miglior corto ai Vimeo Awards, il film di Robinson conferma alla grandissima il talento del suo giovane autore: è un piccolo gioiello fantasy( ma neanche tanto) che si tinge di horror e che in realtà usa Blinky per raccontare una storia di solitudine e di incomprensioni familiari. I problemi tra i  genitori si riflettono inesorabilmente sui figli che crescono in un ambiente devastato da litigi e vessazioni varie. Le stesse che poi Andy esercita sul robot, proprio come fosse un essere umano o un fratellino più piccolo.Girato con un budget di 45 mila euro è una specie di one man show di Robinson che si è occupato per intero della produzione ( e ha dato la voce anche a Blinky). Più che mostrare, suggerisce ma non per questo l'orrore che evoca è meno calzante. Eccellente il design di Blinky che all'inizio sembra proprio un giocattolo per bambini . La sua tenerezza però col passare dei minuti viene decisamente meno anche se forse il vero "cattivo" del film è il piccolo Andy. In fondo il piccolo automa  rispetta in pieno le leggi della robotica di Asimov. Non mette mai in discussione gli ordini dell'umano che lo comanda.
BlinkyTM è un piccolo gioiello da vedere e ha aperto definitivamente a Robinson le porte per esordire nel lungometraggio. ( VOTO : 8 / 10 ) .

Rabu, 01 Mei 2013

James ( 2008 )

James è il classico scolaro, un po' nerd, isolato dal resto della classe e un po' da tutto quello che lo circonda. Non ha amici, ha una situazione familiare poco felice perchè i suoi genitori non fanno altro che litigare sottintendendo chissà quale segreto e interessandosi più a loro stessi e ai loro problemi piuttosto che a quelli del figlio, ha la passione della lettura che viene coltivata anche grazie all'aiuto del professor Sutherland che sembra l'unico ad avere attenzioni per lui.
James si trova nel guado perchè ammette a se stesso che è gay e per lui non è semplice nella cattolica Irlanda del Nord e in mezzo a compagni di scuola che non farebbero altro che sottoporlo ad atti di violenza,bullismo e umiliazioni di ogni genere.
James cerca aiuto per non cadere nelle grinfie di qualche pedofilo come gli potrebbe accadere ai bagni pubblici dove subisce l'approccio ( a dir la verità un po' cercato da lui) di un anziano frequentatore.
Parla della sua omosessualità con il professore Sutherland, convinto che gli possa dare una mano e invece non è come pensa.
Che fare?
James è un corto di 17 minuti , selezionato per la selezione ufficiale del Sundance festival del 2009, che può vantare oltre venti premi vinti nei vari festival internazionali in cui è stato presentato.
E per una volta tanto si può affermare che la fama che lo precede ( e lo circonda) è del tutto meritata.
In un minutaggio veramente ridotto il regista e sceneggiatore Connor Clements riesce a tratteggiare l'inferno privato di un teenager che si sente rifiutato dai suoi compagni di scuola, dai suoi genitori ( sente il padre dire che lui un figlio non lo avrebbe mai voluto, men che meno scimunito come lui) e anche dal professore in cui riponeva molte speranze di comprensione.
E la cattolicissima Irlanda del Nord non è un bel paese per essere gay.
Per ironia grottesca della sorte l'unico che sembra disposto ad ascoltarlo è l'uomo anziano , pedofilo, che cerca un approccio con lui ai bagni pubblici.
In soli 17 minuti sono tanti gli argomenti trattati da Clements: il coming out si infiltra nelle pieghe del coming of age o percorso formativo che dir si voglia, si parla di solitudine, di prevaricazioni, di omofobia, di bullismo e di paura.
James ha paura , ha paura di se stesso e dei suoi sentimenti alla stessa maniera in cui ha paura di essere scoperto e la sua paura è la stessa del professor Sutherland, l'unico che si dimostra amico che però si tira indietro proprio quando James è nel momento del massimo bisogno.
E su questo ho una mia teoria non so quanto veritiera: e se fosse gay anche il professor Sutherland che vede in James il se stesso di qualche decennio prima?
Connor Clements tratteggia il ritratto di un adolescente problematico con una delicatezza che rasenta la poesia: lo sguardo perso nel vuoto di James, il suo sentirsi solo anche in una stanza piena di gente, il travaglio che lo sta devastando destano insopprimibile empatia in chi guarda.
E Niall Wright, il protagonista, è di una bravura incredibile.
I suoi occhi spauriti restano impressi.
Così come resta impresso quel finale: una vittoria che ha tutta l'aspetto di una cocente sconfitta.
Non per James.
Per tutti gli altri.

( VOTO : 8 / 10 )  James (2008) on IMDb

Selasa, 30 April 2013

Le capital ( 2012 )

Marc, dirigente di seconda fascia della Phenix, la più grande banca europea, viene posto a capo della stessa quando il presidente ha un piccolo incidente su un campo di golf e si accorge di avere un cancro ai testicoli che gli concede ancora poco da vivere. 
Chiaramente è scelto perchè si presume sia semplicemente una pedina manovrabile dall'onnipotente consiglio d'amministrazione ma non è così: Marc dimostra polso forte nelle trattative, idee imprenditoriali nuove, è costretto a diventare suo malgrado lupo in un mondo di agnelli. Da semplice impiegatuccio si trasforma in squalo della finanza e si trova a fronteggiare i metodi senza scrupoli di un fondo speculativo americano che se ne frega della legge e delle conseguenze morali nell'uso di derivati tossici potenzialmente in grado di mandare sul lastrico molti investitori.
E' una lotta all'ultimo sangue..pardon, banconota. E Marc dopo aver sceso tutti i gradini verso l'abisso dell'abiezione dimostrerà che i soldi non sono tutto. Ma quasi....
La carriera di Costa Gavras ha sempre seguito con particolare attenzione le varie emergenze democratiche  su e giù per il mondo: dalla Grecia dei colonnelli tratteggiata nel feroce Z, l'orgia del potere, alla Cecoslovacchia sotto il giogo sovietico di La confessione, dal Cile in cui la CIA ha infiltrato la propria longa manus visto in Missing, alla Chiesa contigua ai nazisti  narrata nel controverso Amen.
Cinema militante insomma, sempre ben attento alla società.
Le capital ,il suo ultimo film, è anche lui frutto dell'emergenza democratica allo stesso modo in cui lo erano i titoli precedenti:oggi l'emergenza si chiama economia e mancanza di lavoro.
E se Costa Gavras rileggeva in modo sarcastico la crisi nelle forme di una guerra tra nuovi "poveri" ( proprio per mancanza di lavoro) nel beffardo Cacciatore di teste, una black comedy con le cadenze di un thriller , in questo suo nuovo film siamo dalle parti dell'apologo (im) morale alla Margin Call o alla Too big to fail  in cui un pugno di dirigenti impegnati in una sorta di risiko finanziario determina i destini di migliaia di investitori, non facendosi scrupoli di ridurli alla povertà.
Le capital seguendo la storia di Marc, un pesce piccolo che gradualmente si trasforma in squalo della finanza, segue anche la sua metamorfosi morale suggerendo che il denaro oltre che la vita può cambiare profondamente anche le coscienze.
Tanto da diventare irriconoscibile anche agli occhi della moglie che si ritrova in casa un marito assente e che imbastisce una storia con un'avvenente prostituta di origini indiane capace di tirargli fuori tutti i suoi istinti peggiori( forse la parte meno convincente del film proprio perchè è incredibile vedere certi potenti ragionare solo in base ai picchi ormonali).
Usando uno stile registico vivace e volitivo con dei picchi di visionarietà grotteschi ( vedi i brevi frammenti in cui vengono visualizzati i veri pensieri di Marc) , Costa Gavras riesce a rendere fruibile una storia che normalmente non lo sarebbe tra consigli d'amministrazioni, partite a scacchi tra dirigenti e milioni di euro spostati come se fossero bruscolini.
E tutti questi Robin Hood ( o forse sono Superciuk senza complicazioni alcoliche, chi ha letto Alan Ford capirà) all'incontrario pagati fior di milioni per rubare ai poveri e dare ai ricchi alla fine cadono sempre in piedi. Anche se venissero licenziati beccherebbero sempre buone uscite milionarie.
Proprio come succede nel film: Marc vince pur perdendo ma la sua non è la vittoria che ci saremmo aspettati.
E' un calice amaro da mandare giù.
Ottima la trovata di utilizzare un attore come Gad Elmaleh, maschera comica di grande successo in Francia, come interprete di Marc.
Se Il capitale di Marx terminava con una speranza, Le Capital di Costa Gavras termina con una certezza: se i soldi non fanno la felicità...beh figuriamoci la miseria....

( VOTO : 7 + / 10 ) Capital (2012) on IMDb