Jumat, 21 Juni 2013

La migliore offerta ( 2013 )

La vita di Virgil Oldman, affermato battitore d'asta, scorre sempre uguale a se stessa tra pasti al ristorante in solitaria, preparazione maniacale delle aste a cui deve presenziare e una sottile ma ben percepibile difficoltà a relazionarsi alle persone , testimoniata anche da guanti che indossa sempre quasi a voler negare qualsiasi contatto fisico con altre persone. Virgil vive per l'arte e per la sua collezione di quadri che ha raccolto in anni e anni di ricerche. Una collezione racchiusa in una stanza segreta in cui spesso si va a rinchiudere per ore e ore solo per respirarne l'aria.Un giorno la sua routine viene sconvolta dalla telefonata di una misteriosa ereditiera che gli vuole far valutare la propria collezione di antiquariato per organizzare una vendita. La giovane non si fa vedere e forse proprio per questo entra nelle grazie del ritroso Oldman, fino al momento in cui  i due troveranno il modo di relazionarsi....
Noi fruitori di cinema italiano passiamo tutto l'anno a lamentarci e a moccolare per la povertà conclamata del cinema italiano e poi ti esce un Tornatore che sembra creato apposta per nascondere i problemi del nostro panorama cinematografico.
Ma è la classica rondine che non fa primavera.
Vedendo La migliore offerta ci si rende conto che se , supportato da adeguati mezzi, il nostro cinema può ancora ambire a un posto di rilievo nella scena internazionale.
Perchè sembra tutto fuorchè un film italiano: certo, il cast internazionale, le locations "esotiche", il fatto che sia girato in lingua inglese sono tutte componenti che mischiano un po' le carte , ma La migliore offerta è cinema italiano a tutti gli effetti. Esportabile, internazionale, qualcosa a cui in Italia possono ambire pochissimi: Moretti, Garrone, Sorrentino, Bertolucci e Tornatore appunto.
Il quale , dal canto suo, gira molto all'americana ma nel senso classico del termine: i movimenti di macchina sono sempre piuttosto elaborati quasi a toccare il manierismo, la costruzione dell'inquadratura è maniacale, anche il modo di recitare di Rush in un personaggio che dovrebbe essere molto sotto le righe, è invece ricco di sfumature e di tecnicismi a volte anche fin troppo evidenti ( si veda la parte iniziale in cui il nostro si "esibisce" in un'asta con la testa che va velocemente a destra e sinistra quasi fosse quella di un tacchino).
La migliore offerta è cinema sofisticato, ben ambientato, ha quell'aspetto ricco e raffinato che in massima parte manca ai nostri prodotti.
Per questo gli si perdonano anche delle sbavature o la pretesa di essere autoriale a tutti i costi che avrebbe potuto facilmente trasformarsi in una zavorra insostenibile : il problema principale è quello che già a partire da metà film , o forse anche prima, si intuisce dove vada a parare tutta la vicenda.
Virgil in questo senso è un bersaglio un po' troppo facile, altamente suggestionabile, il classico uomo meno che mediocre che fa leva sulla sua posizione sociale per manipolare gli altri a suo piacimento. Niente di più facile che tutto gli si rivolti contro in una sorta di contrappasso dantesco.
E se la prevedibilità della vicenda può essere un limite del film, il gusto registico di Tornatore permette di non curarsene troppo , trascinati come si è da questi ambienti polverosi carichi di mistero e dalla chimera dell'amore impossibile a cui si abbandona Virgil.
Tra suggestioni hitchcockiane e reminiscenze da giallo italiano anni '70 ( il personaggio di Claire, la nana che snocciola una mole impressionante di dati matematici), Peppuccio Tornatore ripercorre , a modo suo, la strada del cinema di genere che gli aveva già portato fortuna con un altro suo thriller di ambientazione mittleuropea, quel La sconosciuta che ne aveva riportato in auge la stella un po' offuscata.

( VOTO : 7,5 / 10 ) 


The Best Offer (2013) on IMDb

Kamis, 20 Juni 2013

Star Trek: Into Darkness ( 2013 )

Dopo un prologo in cui il comandante Kirk per salvare Spock calpesta un po' tutte le regole di sicurezza, i due vengono separati perchè insieme fanno danni e al comandante ribelle viene addirittura tolto il comando dell'Enterprise.
Ma quando Harrison ( alias Khan, nome storico della saga) un ex ufficiale della Federazione dopo aver compiuto un attentato a Londra, attacca direttamente il centro di comando in cui sono riuniti tutti i capi, Kirk viene richiamato all'opera col fido Spock. La sua sarà una partita a scacchi con il subdolo Khan. In palio la salvezza di tutto.
Ho letto da qualche parte che il mondo si divide in fans di Star Trek e appassionati di Guerre Stellari.
Io invece adoravo ( e adoro tuttora, ogni tanto rispolvero i dvd e li inserisco nel lettore per farmi prendere un attacco di nostalgia) Spazio 1999 che doveva essere la risposta europea allo Star Trek televisivo, una serie che , ammetto di non aver mai conosciuto in profondità.
Il mio rimpianto più grande è che Spazio 1999 non ha mai avuto lo sbocco cinematografico che avrebbe meritato ma forse è anche meglio così, può darsi anche che una versione cinematografica della serie italo-inglese avrebbe stropicciato quell'alone di mito che lo ha sempre circondato.
Sarò anomalo ma conosco meglio i film incentrati su Star Trek che non la serie: e devo dire che non li ho amati in maniera così spassionata. Così quando il re Mida della tv americana JJ Abrams se ne è uscito con un reboot di tutto il brand l'ho accolto più che altro con curiosità e non con trepidazione.
Esame passato senza problemi, la rilettura in chiave teen del mondo di Trek con quel mix tra azione, effetti speciali e ironia ha dato un nuovo impulso a un brand che sia in tv che al cinema aveva perso gran parte del suo appeal.
Con Star Trek :Into Darkness ( da geni il titolo italiano in confronto all'originale Into Darkness: Star Trek...ma perchè?, perchè? PERCHE'?) la ricetta è la stessa, arricchita dalla terza dimensione, in verità abbastanza pleonastica e da un cattivo nuovo di zecca che in realtà è un riciclo di lusso , attualizzato e impomatato a cui Benedict Cumberbatch dona carne, muscoli e voce.
E' senza dubbio lui la cosa migliore del film: gioca a rimpiattino con Kirk e Spock, è subdolo eppure affascinante, spietato nel suo calcolare tutto al millesimo, quasi ci si stupisce che i due fratelli/coltelli riescano a tenergli testa. Khan ha una personalità troppo grande e schiacciante in confronto ai due implumi eroi che divorerbbe a colazione senza problemi con tuta e orecchie pizzute.
Eppure nel mondo del cinema , l'eroe vince sempre o quasi. Tutto dipende dal prezzo da pagare.
Ammettiamolo: se non ci fosse Harrison/Khan che riesce a calamitare l'attenzione, Star Trek : Into Darkness non sarebbe un gran film, neanche medio.
 Sicuramente ben confezionato con tutta la fotografia, la musica e gli effetti speciali al posto giusto ma non dotato di una sceneggiatura adeguata e con due protagonisti che sono simpatici come un gatto che ti affonda le unghie nei marroni facendo le fusa perchè si sta divertendo un mondo.
Ci sono poi dei momenti insostenibili che mi hanno fatto quasi venire voglia di alzarmi e andarmene: il cameo di un Nimoy ormai al limite delle forze ( e lasciatelo in pace 'sto povero vecchio, no? è stato perseguitato per una vita da quel personaggio, ora glielo fate fare anche quando è in pensione da un pezzo nella serenità del suo ospizio dorato?) e la scena di Kirk e Spock che dalle parti opposte del vetro uniscono le loro mani. Neanche Cameron in Titanic aveva fatto una cosa così sporca.
Altra cosa che mi è sfuggita per gran parte del film è la logica di alcuni passaggi: si parte da un  vulcano che se eruttasse distruggerebbe un intero pianeta ( ma perchè ? l'Etna erutta in continuazione e noi siamo ancora tutti qui..) a tutta una serie di cosette tecniche sull'Enterprise che ho capito poco ma del resto non sono ingegnere...ma a naso mi son sembrate delle enormi cazzate.
Ah dimenticavo : c'è pure Simon Pegg in versione quasi mora che dovrebbe essere la macchietta comica del film che ogni tanto compare per fare scoppiare la risata...riuscendoci a fasi alterne.
Come ho spiegato non sono un integralista di Star Trek e quindi non saprei dire se questo film sia offensivo o meno per i puristi della saga: a me è sembrato un film con un target medioadolescenziale, mediamente scemo ( o mediamente intelligente , a piacere) che contiene tutti i pregi e i difetti della premiata ditta Abrams/Lindelof (che ha sceneggiato il film assieme a Roberto Orci e  ad Alex Kurtzman): tanto fumo, un senso dello spettacolo che tiene nonostante tutto, poco arrosto.
Nel senso che siamo di fronte a un filmetto piacevole che fa passare due ore senza troppi pensieri e con i neuroni messi a nanna, un classico popcorn movie che magari si assapora anche con un po' della cosiddetta guilty pleasure.
Una cazzatella che ci può stare benissimo in un'afosa serata estiva.

( VOTO : 6 / 10 )

Star Trek Into Darkness (2013) on IMDb

Rabu, 19 Juni 2013

V/H/S/2 ( 2013 )

Il primo V/H/S era stato una ventata di novità nel panorama horror odierno: usato la tecnica ormai abusata del mockumentary e del found footage si era distinto per essere la prima antologia ad episodi realizzata con quelle famigerate tecniche e invece di guadagnarsi improperi e contumelie, almeno da parte mia , mi aveva fornito due ore di goduria suina, tra alti e bassi, ma soprattutto alti.
Vedere questo V/H/S/2 da una parte fa un po' paura perchè si è perfettamente consci che è sparito l'effetto sorpresa e il tutto potrebbe essere stato dato in pasto al pubblico famelico solo per esigenze di pagnotta  non per ispirazione, d'altra parte se nel primo episodio solo la presenza di Ti West faceva venire l'acquolina in bocca, stavolta i nomi già segnati sul taccuino sono anche di più, quindi la scialorrea è garantita.
Così come è elevato il rischio di delusione.
Diciamolo subito, a scanso di equivoci. La goduria suina garantita dal primo capitolo ritorna qui se possibile amplificata anche se distribuita in modo meno soddisfacente rispetto al precedente film. Se nel primo V/H/S l'effetto sopresa permetteva di sorvolare sulla debolezza di alcuni segmenti, in questo secondo ci sono due assolute perle e tre episodi piuttosto perdibili. Ma  c'è come una consapevolezza maggiore nell'uso del mezzo espressivo. Se alcuni episodi del capitolo precedente apparivano decisamente sperimentali nel loro essere pionieristici, qui il tutto appare tecnicamente molto più centrato ed elaborato.
Il film è strutturato esattamente come il precedente con un episodio cornice che racchiude tutti gli altri che sono contenuti in videocassette che sono visionate dalla coprotagonista del segmento da cui originano gli altri.Partiamo allora con la disamina dei singoli episodi:
1 ) Tape 56 (di Simon Barrett) : è l'episodio cornice. Due investigatori privati dopo aver pedinato un uomo nell'atto di cornificare la moglie , devono trovare un ragazzo sparito da un paio di settimane senza che la polizia abbia fatto nulla per ritrovarlo. Arrivano a una casa che è il suo presunto nascondiglio e in una sala piena di schermi e di videocassette vedono filmati del ragazzo assieme ai vari segmenti di cui si compone il film. Ma per i due la sorpresa è in agguato e non sarà tanto piacevole. Tape 56 è l'episodio meno convincente del film , come cornice era molto meglio il Tape 49 del film precedente. Qui non c'è nulla di nuovo, una rimasticatura stanca di suggestioni stantie e anche la sorpresa che i due trovano nella casa non aggiunge nulla di nulla. Bocciato. ( VOTO : 5 /10 ) .
2) Phase I Clinical Trials ( di Adam Wingard). Wingard era il regista di Tape 49 e qui ritorna sia dietro che davanti la macchina da presa. Dopo aver perso un occhio in un incidente , un uomo se ne fa impiantare uno bionico. Il problema è che se con quell'occhio che elabora continuamente dati somiglierà a una specie di Terminator o a L'uomo da sei milioni di dollari, è anche vero che subirà un piccolo effetto collaterale. Vede anche tutte entità spiritiche cattivissime che sembrano divertirsi un mondo a mettergli paura e a rovinargli la vita.E una tizia piombata a casa sua gli spiega che è tutto normale. Boh, sarà... Se l'incipit è valido poi il susseguirsi di spaventi risulta abbastanza meccanico e anche il finale ( ATTENZIONE SPOILER: con il protagonista che si strappa quel dannato occhio) è abbastanza prevedibile. Peccato , parte bene ma poi si arena strada facendo ( VOTO : 5,5 /10 ) .
3) A Ride In The Park ( di Gregg Hale ed Eduardo Sanchez) Gregg Hale è un nome per me sconosciuto ma Eduardo Sanchez è uno dei registi di The Blair Witch Project e del piacevole Lovely Molly, anche quello girato con una tecnica abbastanza ibrida. Qui siamo al found footage ai massimi livelli: una coppia di cicloamatori ( con lui che ha una telecamera montata sul caschetto) in pedalata in un parco trovano quello che sembra un cadavere. Si avvicinano e il presunto cadavere morde il ciclista che da lì a poco si trasformerà in zombi. E vedremo la mattanza in soggettiva: lo zombie si comporta da zombie, attacca umani , ne mangia le carni, prende anche parecchie mazzate e non fa una bella fine. Sembra anche che ci sia un substrato ironico in una storia in cui volano letteralmente sangue e frattaglie.
Per quanto riguarda la goduria suina di cui si parlava all'inizio qui siamo quasi a livelli massimi: la storia non sembra essere nuova ma il modo in cui è girata la rende accattivante e originale . Quasi ti dispiace che finisca così presto. Assieme a Safe Heaven è l'episodio migliore. ( VOTO : 8 / 10 ).
4) Safe Heaven ( di Gareth Evans e Timo Tjahjanto). E qui siamo proprio all'università del found footage . Assieme all'episodio precedente è decisamente il vertice del film, si arriva a un livello a cui nessun episodio del primo V/H/S era arrivato. Del resto i nomi dei registi fanno venire l'acquolina in bocca: Gareth Evans, gallese trapiantato in Indonesia dove ha dato alle stampe quel cult che risponde al nome di The Raid : Redemption , dirige questo episodio assieme al suo amicone Timo Tjahjanto autore di un episodio nella megaantologia horror The ABCs of Death ( Libido uno dei migliori , senz'altro il più malato) e coregista di un altro piccolo cult che risponde al nome di Macabre ( la cui recensione la trovate qui). Si narra la storia di un giornalista con la sua piccola troupe che ottiene la possibilità di intervistare una specie di guru religioso molto discusso proprio all'interno di quello che è il suo santuario. Safe heaven fa respirare orrore vero prima a livello di atmosfera perchè quando il guru spiega come è strutturata la vita nel suo santuario e le regole della sua religione  corrono i brividi lungo la schiena. Poi da una semplice suggestione si passa direttamente alle secchiate di sangue e alla violenza inaudita che non risparmia niente e nessuno, spettatore compreso.
Peccato per la creaturona capronica che appare nel finale, avrei preferito farne a meno, bastava già quello che si era visto in precedenza. Qui siamo all'eccellenza del found footage; guardando in giro difficile trovare di meglio. ( VOTO : 8 / 10 )
5) Slumber Party Alien Invasion ( di Jason Eisener) Anche Eisener ha diretto un episodio in The ABCs of Death ( Y for Youngbuck, francamente non dei migliori) e qui si lancia in un incontro umani /alieni. E' come se il solito gruppetto di ragazzi decerebrati da slasher movie incontrasse gli alieni che però invece di essere inoffensivi come quelli di Spielberg sembrano le creature già viste in The Descent di Neil Marshall. Anche qui niente di nuovo: gran ritmo, Eisener la butta abbastanza in caciara sia per mascherare la povertà produttiva sia per rendere più ansiogeno il tutto ma il risultato, pur decente, rimane abbastanza nella media e lontano dall'eccellenza.( VOTO 6 / 10 ) .
Facendo una media aritmetica , l'operazione V/H/S/2 è da promuovere ampiamente: e se anche fosse stata infestata di episodi mediocri ( in realtà ce n'è uno solo mediocre) contiene al suo interno due gioielli luminosi che da soli valgono il cosiddetto prezzo del biglietto.
Chissà se al prossima volta dal supporto magnetico si passerà al digitale...ma vuoi mettere il fascino della buona , vecchia videocassetta?
Comunque ben vengano queste antologie che permettono di conoscere nomi e talenti nuovi...

( VOTO : 6,5 / 10 )


V/H/S/2 (2013) on IMDb

Selasa, 18 Juni 2013

Paulette ( 2012 )

Paulette è vedova da diverso tempo e vive in un casermone della periferia di Parigi, proprio in mezzo alla banlieue . E' povera, la pensione non le basta, le bollette arretrate da pagare aumentano ogni giorno di più, il rapporto con la figlia è teso ( eufemisticamente parlando) a causa del genero che ha l'unica colpa di essere nero e anche col nipote le cose non vanno tanto.Paulette è addirittura costretta a rovistare nei cassonetti per procurarsi del cibo, finchè non ha un'idea luminosa: perchè non mettersi a spacciare droga, lei che è un'insospettabile nonnetta? E che problema c'è se il genero , che è poliziotto, sta indagando sugli spacciatori che infestano la zona in cui vive la suocera? 
All'inizio son problemi ma poi il business , grazie ad alcune brillanti, nonchè casuali idee di marketing , progredisce inesorabilmente...
Da qualche anno a questa parte la crisi economica globale ha condizionato la vita di parecchi: e pare che è diventata un fertile terreno di ispirazione per gli sceneggiatori che ne stanno scrivendo a tutte le latitudini.
Paulette è la classica commedia, mediamente immorale , che è figlia della crisi. Se è vero che il cinema in qualche modo riesce sempre a raccontare la società, allora il film di Jerome Enrico, ispirato non si sa quanto a una storia vera, è lo specchio di una difficoltà sempre crescente in strati sempre più ampi della popolazione,
E racconta un modo un po' creativo per uscirne.
Paulette è una sorta di Grace ( dell'omonime erba di un famoso film inglese ) della banlieue parigina ma a differenza della sorellastra inglese è quanto di più lontano dalla simpatia che può ispirare una vecchina in difficoltà in tutti i sensi come lei.
E' arrogante, proterva, razzista, prevaricatrice, cerca sempre la furbata per ottenere quello che vuole( ma alla fine è sempre una guerra tra poveri).
Ispira istintiva antipatia un po' come uno Scrooge dickensiano.
Anche se è chiaro da subito che sotto quella scorza all'apparenza inscalfibile,è nascosto un cuore di panna....
E anche quando entra nelle grazie dello spacciatore a cui riesce a smerciare kili e kili di roba, non cambia per niente.
Eppure la parabola di "Nonna spinello", come viene affettuosamente chiamata dai suoi clienti, è abbastanza incline allo stereotipo, al cinema ne abbiamo visti tanti di spacciatori improbabili e di torte alla marijuana che provocano effetti "simpatici".
Il film di Enrico però non si ferma qui e comunque vuole veicolare un messaggio seppur nascosto dietro una narrazione dal ritmo sostenutissimo e con l'ausilio di  situazioni che spesso vanno oltre il limite dell'assurdo: la placida, si fa per dire, vecchietta si accorge che  quanto più si impegna nel business tanto più è consapevole di vivere una vita sbagliata.
E così la media immoralità di cui sopra (  media perchè Paulette spaccia hashish che sembra quasi un prodotto medicamentoso e poi i suoi clienti sembrano tutti sballoni simpatici ) diventa moralismo in un film che veicola un messaggio di coesione sociale e non quello dell' incattivimento xenofobo legato alla povertà di cui Paulette era protagonista all'inizio.
La protagonista , Bernadette Lafont , riempie da sola tutta la scena  ben coadiuvata da un coro di personaggi secondari tratteggiati sbrigativamente ma decisamente adatti per mettere carburante nel motore comico del film.
Perchè questo è un film che fa ridere e anche parecchio. Fa ridere della crisi e delle difficoltà che viviamo ogni santo giorno.
Il guaio è che dopo un'ora e mezza scarsa finisce: dopo aver riso di gusto si esce dal cinema col sorriso a increspare le labbra e come per un incantesimo malefico ci si accorge che c'è ben poco da ridere.
Ma almeno per un'ora e mezza abbiamo dimenticato.

( VOTO : 7 / 10 )


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Senin, 17 Juni 2013

Peppermint Candy ( 1999)

Yong Ho , quarantenne un tempo di successo, partecipa a una riunione di vecchi compagni di scuola in riva la fiume Han e comincia a dare in escandescenze. Arrivato alla vicina ferrovia si mette in mezzo ai binari e mentre sta arrivando il treno urla che vuole tornare indietro.
E il film lo fa: in una serie di successivi flashback partendo da episodi più recenti della vita di Yong Ho fino ad arrivare al 1979, anno di un'analoga riunione degli stessi studenti sempre nello stesso posto in riva al foume Han, Peppermint candy narra venti anni della vita del protagonista ma soprattutto l'ultimo ventennio di storia coreana.
Ci sono diverse cose che colpiscono di Peppermint candy, tassello di bellezza cristallina da inserire nella carriera luminosa del grande Lee Chang Dong.
La prima cosa che salta all'occhio prima delle altre è il modo in cui viene gestita la scansione temporale. Il film è narrato all'indietro diviso in vari capitoli, ognuno col proprio titolo, che partono dal 1999 e finiscono nel 1979. Gli ultimi due capitoli sono speculari in quanto si tratta in entrambi i casi di una gita al fiume Han di un gruppo di amici, una classe scolastica ripresa ai tempi felici della scuola e venti anni dopo con un tono più malinconico per il tempo che è passato e ha lasciato il suo segno e per la tragedia che incombe.
Infatti uno di loro, Yong ho, si mette sulle rotaie in attesa che un treno lo investa.
Il film comincia proprio dalla sua fine e ci svela capitolo dopo capitolo la sua triste vicenda.E con la sua storia Lee Chang Dong narra la storia della Corea alla faticosa ricerca di una vera democrazia.
La vita di Yong Ho procede all'indietro sul filo della memoria in una sorta di recherche proustiana. L'uomo che troviamo all'inizio del film è confuso, annichilito dalla vita e dalle delusioni, un uomo sconfitto e disperato. Quello che troviamo alla fine del film è un giovane pieno di speranze che procedendo col tempo ha modo di sporcarsi mani e coscienza con atti deprecabili vestendo i panni del tutore della legge e non disdegnando i metodi forti del regime.
La divisione in capitoli è visivamente segnalata dalla sequenza presa da una coda di un treno che va all'indietro. In realtà se si guardano solo le rotaie c'è l'illusione di andare avanti ma a lato delle rotaie le automobili, le persone, gli animali che si stanno muovendo lo fanno all'indietro rivelando questo piccolo artificio.

 Accanto a questa sequenza ci sono un altri fil rouges emotivi che ci accompagnano per tutto il film: l'amore straziante e martoriato con Sun-Im (l'unica donna di cui Yong Ho si sia mai innamorato anche se quando ha avuto occasione lui non ha esitato ad umiliarla e quindi lei ha sposato un altro), le caramelle alla menta piperita del titolo che ritroviamo costantemente e un altro simbolo della memoria del protagonista cioè una macchina fotografica che le ha fatto avere Sun Im attraverso il marito ( lei è in ospedale malata terminale).
In realtà il simbolo della memoria è il rullino in essa contenuto ma Yong Ho rifiuta di riaprire le ferite del passato.Il film di Lee Chang Dong  oltre a narrare una storia d'amore infelice è un imponente affresco storico in cui si passa dal regime autoritario alle rivolte studentesche e  al capitalismo selvaggio per poi tornare praticamente al punto di partenza tirando idealmente le somme. 
Yong Ho è il paradigma dell'uomo sconfitto,schiacciato dagli eventi specchio di una nazione che faticosamente sta cercando la propria strada.
Peppermint candy è un connubio esaltante tra forma e sostanza, tra bellezza ed emozione, tra armonia e dolore lancinante, un melodramma di straordinaria intensità con un protagonista capace di incarnare un vasto spettro di emozioni con grande naturalezza.
Nell'ultima parte del film, quella in cui è una sorta di paria alla ricerca del suo infausto destino Kyung-gu Sol che intepreta la parte di Yong Ho è di bravura abbagliante. 

( VOTO : 9 / 10 ) 


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Minggu, 16 Juni 2013

Una ragazza a Las Vegas ( 2012

Beth, ragazza senza troppe prospettive, tira su qualche soldo facendo spettacolini di spogliarello, lap dance et similia a domicilio. La realtà di Tallassee , Florida, però, le sta un po' troppo stretta e lei si trasferisce a Las Vegas per diventare cameriera ( ! ) in uno dei cocktail bar della capitale del vizio. Un paio di persone conosciute lì le presentano Dink, una specie di allibratore che si muove tra le pieghe della legge, con la sua agenzia di scommesse. Beth è brava coi numeri e il lavoro che le ha offerto Dink sembra perfetto per lei. E anche con Dink c'è una certa intesa che va oltre la professione. Ma Tulip, la moglie di Dink, è folle di gelosia e arriva a intimare al marito una scelta: o lei o Beth.
Intanto Beth conosce Jeremy , giovane giornalista e si trasferisce da lui a New York, Ma presto si ficca nei guai, cioè in un giro di scommesse illegali in cui coinvolge anche Dink....
Tratto da una storia vera, Una ragazza a Las Vegas (il solito titolo obbrobrio ben diverso dall'originale Lay the Favourite che si riferisce al mondo delle scommesse ma anche alla relazione tra i vari personaggi ) sancisce il ritorno alla trasferta americana di Stephen Frears, regista di film memorabili sia al di qua che al di là dell'oceano.
Ma stavolta c'è qualcosa che non va: se già nell'intrigo amoroso ambientato nella campagna inglese che caratterizzava Tamara Drewe si avvertiva qualche scricchiolio, qui è tutto amplificato in una commedia ( che non fa ridere) che spreca malamente un cast all star impegnato a dar vita a personaggi piatti e senza un briciolo di approfondimento psicologico.
Tutto è affidato alle grazie, anzi ai femori da fenicottero rosa  di Rebecca Hall mostrati generosamente per tutto il film visto che va in giro sempre con shorts o gonne inguinali, che , poverina , ce la mette tutta per caricarsi sulle spalle il film ma in realtà c'è poco da caricare...e le sue spalle sono ancora estremamente gracili.
Se in questo genere di operazioni quello che conta è il coro di caratteristi attorno ai protagonisti qui a livello di nome siamo messi piuttosto bene ma i risultati latitano.
Bruce Willis al minimo sindacale delle espressioni è per giunta  abbigliato in modo ridicolo ( no, ti prego, non si può vedere Bruce, a cui ci voglio sempre un sacco di bene, abbigliato con camicia hawaiana ,pantaloncini e calzettoni bianchi fin quasi al ginocchio) mentre la Zeta Jones , imparruccata come non mai, dà vita a un personaggio oltre i limiti della caricatura.
Sarà una questione di aspettative ma Una ragazza a Las Vegas è una delusione cocente su tutti i fronti: da uno come Frears si attendono osservazioni argute, magari anche la presa in giro degli stereotipi americani da uno come lui che più inglese non si può, ci si aspetta qualcosa di meglio che la solita, stupida commedia americana incentrata sull'ennesima versione dell'American Dream.
Elettroencefalogramma piatto in quasi tutti i personaggi, un intrigo che procede a strappi con accelerazioni violente inframezzate a lunghi momenti in cui la noia la fa da padrona, una pochezza di fondo ben percepibile che lo spiccio ed efficiente professionismo di Frears non riesce a nascondere.
La cosa migliore del film è il twist scatenato che ballano tutti i personaggi principali sui titoli di coda: e ho detto tutto.

( VOTO : 4,5 / 10 )


  Lay the Favorite (2012) on IMDb

Sabtu, 15 Juni 2013

The Butterfly Room - La stanza delle farfalle ( 2012 )

Alice, ragazzina furbetta molto più cresciuta della sua età riesce con una scusa a farsi prestare del denaro da una vecchia signora all'apparenza un po' svagata, Ann. Con la scusa di restituirle i soldi la ragazza va a trovarla a casa e cominciano uno strano rapporto di mutua dipendenza. Alice si fa dare soldi da Ann e la vecchia signora sola la tratta come una figlia, un po' troppo morbosamente però. Quando scopre che la ragazza sta facendo anche con altre persone quello che fa con lei , il passato oscuro di Ann viene fuori e si traduce in una serie di brutali omicidi. Intanto Julie, la bambina che vive alla porta accanto, figlia di genitori divorziati e quindi lasciata un po' a se stessa, comincia a essere attratta da Ann e dalla sua collezione di farfalle contenute all'interno di una stanza segreta della sua casa...
Venuta a conoscenza di tutto,  Dorothy, la figlia di Ann , cerca di fermare la madre prima che sia troppo tardi...
Fa piacere vedere un prodotto italiano di genere che ce la fa a essere distribuito in sala, seppur limitatamente nel solito pugnetto di copie.
E vedere un film come The Butterfly Room-La stanza delle farfalle fa uno strano effetto per vari motivi: il primo è che è un horror italiano, per giunta tutto al femminile, mascherato da prodotto americano professionale, realizzato a Los Angeles e recitato in inglese ( è una coproduzione italoamericana, come ai vecchi tempi di quando la Hollywood sul Tevere e quella losangelina andavano a braccetto).
Il secondo motivo è che fa uno strano effetto rivedere dopo tanti anni in una parte da protagonista una delle prime scream queens del cinema horror italiano: quella Barbara Steele impressa a fuoco nella memoria del cinefilo grazie ai suoi occhi immensi che ancora brillano a tanti anni di distanza.
Il terzo motivo è che il film di Zarantonello è ostentatamente vintage richiamandosi ai gialli/horror italiani anni '70 andando a chiudere un cerchio che neanche uno come Dario Argento, perso ormai in produzioni di pessimo livello, è riuscito a fare in questi ultimi anni.
Altra curiosità che si riscontra nel film , cosa di cui si accorgeranno i puristi del genere, è la presenza di un inaspettato coacervo di scream queens un po' di tutte le generazioni: oltre alla succitata Steele, abbiamo Heather Langenkamp, protagonista di molti film della saga di Nightmare di craveniana memoria,Camille Keaton, indimenticata protagonista di un cult anni '70 come Non violentate Jennifer ( The day of the woman), PJ Soles ( Carrie di De Palma e Halloween di Carpenter nel suo corposo curriculum ),Adrienne King ( qualche film della saga di Venerdì 13 al suo attivo) fino ad arrivare a Erica Leerhsen che si sta distinguendo in horror della nuova generazione come Wrong Turn 2 o il Non aprite quella porta del 2003.
Non tutto fila liscio ma Zarantonello si dimostra regista intelligente e capace non riducendo il suo film a mero citazionismo, centra l'atmosfera mefitica che si respira nella casa di Ann e soprattutto centra il personaggio di Alice a cui Julia Putnam dona la sua bellezza inquietante.
Il rapporto morboso che si viene a creare tra lei e Ann probabilmente è la cosa migliore del film.
Per il resto il film con il suo look anni '70/'80 appare come un qualcosa di anomalo in una scena horror plastificata come quella odierna perchè cerca di privilegiare l'atmosfera e non le secchiate di sangue  in computer grafica.
I limiti di budget sono evidenti, qualche personaggio secondario non recita come il dio del cinema comanda ma complessivamente il film funziona , perlomeno dona un'ora e mezza di intrattenimento senza troppi problemi.
In fondo si è quasi costretti a guardare con una certa benevolenza un film italiano che gioca a fare l'americano con tanta tenacia e che , a conti fatti , si dimostra più argentiano degli ultimi film del regista romano.
Anzi è molto meglio degli ultimi film di Argento e crea quasi un effetto nostalgia verso il nostro defunto cinema di genere che nei decenni passati ci ha regalato tante perle indimenticate e indimenticabili.
The Butterfly Room- La stanza delle farfalle non sarà inserito nei memorabilia ma una cosa che non si dimentica tanto facilmente c'è:  Alice.
La farfalla.

( VOTO : 6,5  / 10 ) 


The Butterfly Room (2012) on IMDb