Jumat, 06 Desember 2013

Don Jon ( 2013 )

Jon Martello jr ha una vita piuttosto felice e movimentata anche se ruota solo attorno a pochissime certezze, però granitiche: la palestra, la chiesa, l'auto, il culto della pulizia in casa , il pranzo domenicale a casa dei suoi dove fa pendant col padre visto che sono entrambi in canotta  a ingurgitare una cofana di spaghetti, ma soprattutto le uscite notturne con due inseparabili amici alla caccia di donne da portarsi a letto nel più breve tempo possibile, previa valutazione in decimali. Ma soprattutto la sua vita è regolata da una passione verace per il porno di cui è consumatore accanito, anzi compulsivo.Un brutto giorno Jon adocchia quello che per lui è un 10, il massimo dei voti. Si chiama Barbara Sugarman ma lei non gli si concede la prima sera. Per lui comincia un percorso di cambiamento per piacerle il più possibile ( tipo iscriversi a un corso universitario dove conosce un'altra studentessa un po' in là con gli anni che si dimostra maestra di vita insostituibile) fino a che finalmente riescono a fare una vita di coppia regolare. La  passione di Jon per il porno diventa una barriera tra di loro. Barbara lo lascia e lui....
Don Jon è l'esordio alla sceneggiatura e alla regia nel lungometraggio di uno dei migliori talenti attoriali della Hollywood di questi ultimi anni, Joseph Gordon Levitt che di quel parco di attori americani all'incirca trentenni è una delle punte di diamante.
Se un attore famoso e anche fighetto come lui passa dietro alla macchina da presa sicuramente troverà qualcuno che nutrirà pregiudizi su di lui credendolo il solito raccomandato che ruba il mestiere a chi magari è più dotato di lui. E prima di vedere il film i pensieri che si affollavano nella mia mente erano più o meno questi.
Cattivi pensieri però dissipati dalla visione di un film fresco, sbarazzino e assolutamente non sciocco.
Diciamo che è una commedia sentimentale 2.0 aggiornata ai tempi di internet e dello stravaso ormonale classico del maschietto infoiato in quell'età che va dalla fine dell'adolescenza all'inizio di una vita di coppia stabile e duratura.
Una terra di mezzo descritta brillantemente da Joseph Gordon Levitt che disegna il personaggio di una splendida canaglia palestrata con una passione compulsiva per il porno e per l'autoerotismo in cui indulge anche se ha dei discreti pezzi di gnocca stesi tra le lenzuola di raso scuro del suo confortevole lettone.
Magari i benpensanti lo etichetteranno come uno schifoso maniaco ma in realtà Jon è a suo modo pulito , cristallino, adamantino , dotato di un'innocenza che ha un po' il sapore del paradosso: segue il Dio dei cristiani a cui si appella ogni domenica in gite al confessionale spassosissime ( ed espia i suoi peccati recitando le penitenze mentre si allena in palestra) e segue anche il dio Onan a cui sacrifica la lucidatura compulsiva del proprio attrezzo in nome della libertà sessuale assoluta che viene vagheggiata guardando film porno in cui succede di tutto e di più, in cui l'orgasmo ( simulato il più delle volte) è un qualcosa che viene estirpato dal profondo delle viscere.
Insomma il porno è quel nirvana dove dovrebbe vivere quella parte del suo corpo a cui lui tiene tanto.
Forte di una ciclicità a cui ogni volta aggiunge nuovi succosi particolari ( porno, palestra, pranzo in canotta, chiesa , penitenza, discoteca, acrobazie sessuali nel suo letto con la bellona di turno), Don Jon procede veloce e spedito finchè non entra in scena Scarlett Johansson che con le sue pretese ingolfa la vita di Jon e anche un po' il film.
Non sono attratto più di tanto dalle grazie della Scarlettina ( che non è una malattia esantematica, sia ben chiaro ) ma qua devo dire che ha una graziosa aria di normalità, insomma meglio di altre volte, diciamo che è scesa sulla Terra ed è vestita ( e anche svestita ) normalmente , non fasciata in quelle tute aderenti di latex che non lasciano proprio nulla all'immaginazione e che l'hanno elevata ad icona erotica di una generazione di cinefili e non.
E devo dire che il suo è un personaggio perfetto: molte donne sono proprio così , pronte a castrare qualsiasi velleità del maschio che hanno al loro fianco nell'ottuso tentativo di crearsi l'uomo perfetto.
E se fosse un film autobiografico? Joseph Gordon Levitt sembra raccontare questa storia con una partecipazione particolare, una cognizione di causa tipica di chi ha vissuto queste cose.
E soprattutto si rivolge ai maschietti invitandoli a riesaminare il loro rapporto con la pornografia, con cui tutti, ma proprio tutti sono venuti a contatto.
Don Jon con la sua ansia di dare votazioni alla metà femminile dell'universo incrociata in una discoteca fa pensare e parecchio a una delle commedie migliori di Blake Edwards, quel  10 in cui Dudley Moore era sconvolto dall'aver incontrato una donna che meritava anche più del voto massimo nella sua personalissima scala di valutazione.
E quella donna era Bo Derek che ha sconvolto molti dei miei sogni adolescenziali.
Per molti dirè una bestemmia, ma perchè son troppo giovani per conoscerla, ma tra la Bo Derek di allora e la Johansson di oggi non c'è proprio gara.
All'epoca era il sogno di tutti che un normotipo come Dudley Moore ( diciamo anche con una bellezza sotto la media, un po'come la sua altezza) riuscisse solo a sfiorare una come Bo Derek.
Altro che Scarlettina nostra.
Delizioso il cast di supporto ( i pranzi domenicali fanno ridere quasi quanto le gite al confessionale) ed esilarante la trovata di far interpretate a Channing Tatum e ad Anne Hathaway il film che Jon e Barbara vanno a vedere al cinema, una commedia sentimentale.
Fatta la tara al sottotesto moralista simboleggiato dal rapporto completo ed appagante con Julianne Moore ( il sesso è meglio se c'è amore e.... grazie al ciufolo...) che riporta Don Jon nell'alveo delle produzioni hollywoodiane rassicuranti dal punto di vista morale, il film di Gordon Levitt può essere anche letto come una parodia di quelle stesse commedie sentimentali a cui si raccorda nel finale.
Ma alla fine non è poi tutto questo gran male...

( VOTO : 7 / 10 ) 

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Kamis, 05 Desember 2013

Seria(l)Mente - Southcliffe (2013)

La vita scorre placida e senza scossoni nell'immaginaria cittadina di Southcliffe, piccolo mercato sul mare nascosto in nebbie uggiose che entrano fin dentro le ossa. Stephen, ex militare dei corpi speciali reduce di missioni all'estero bada da solo alla madre praticamente immobilizzato aiutato per pochi minuti al giorno dall'assistente sociale Claire, conosce nel pub del paese un giovane reduce dell'Afghanistan a cui racconta un sacco di storie e con cui simula una sorta di addestramento nelle brughiere , giusto per tenersi in allenamento. Un brutto giorno lo zio del reduce, anche lui ex appartenente ai corpi speciali, smaschera le menzogne di Stephen e assieme al nipote lo umilia. Qualcosa scatta nella mente di Stephen che imbraccia uno dei suoi fucili e comincia ad andare in giro per il paese sparando a chiunque gli si pari incontro dopo aver ucciso la madre e il cane. Arriva a quindici morti prima di essere preso. Un giornalista , David ,  nativo di Southcliffe, deve raccontare per la sua tv che cosa sta succedendo ma inevitabilmente il passato torna ad angustiarlo....
Southcliffe è una serie tv in quattro puntate da 45 minuti trasmessa da Channel 4 in Inghilterra nell'agosto di quest'anno.
Ora se questa è la qualità della televisione britannica, tanto di cappello e un bastimento carico di invidia per il livello delle loro fiction per il piccolo schermo, perchè questo è cinema vero e proprio travestito da televisione.
Diretto da Sean Durkin, regista che già era da tenere d'occhio dopo l'exploit de La fuga di Martha ( di cui abbiamo parlato qui ) e scritto da Tony Grisoni ( che ha scritto Tideland , Paura e delirio a Las Vegas e un'altra serie cult come Red Riding ), Southcliffe è un prodotto a cui non si sa bene come approcciarsi.
E' una storia sbilenca, con l'unità di tempo flessa a piacimento per conferire ritmo alla narrazione ( quel ritmo che normalmente Southcliffe e tutte le città come lei , non hanno ), una narrazione volutamente frammentata che volge lo sguardo a  spettri del passato, a delitti e castighi a cui si aggiunge la tipica chiusura mentale , oltre che geografica, che caratterizza la piccola cittadina, in cui tutti conoscono tutti e soprattutto tutti sanno tutto di tutti.
E se Stephen è affondato da fantasmi invisibli, quelli che assillano David, il giornalista, hanno un nome e un cognome: quello del padre coinvolto in un misterioso affaire anni prima di cui tutti gli abitanti di Southcliffe sono a conoscenza.
E sono pericolosi come quelli che spingono Stephen a imbracciare quel dannato fucile e uccidere senza motivo quindici persone.
Aleggia un senso di morte e disperazione su questa serie in cui tutto viene suggerito e ben poco viene mostrato, eppure è qualcosa che ti entra dentro, un'inquietudine che fa fatica ad abbandonarti anche dopo che sono terminati i titoli di coda dell'ultimo episodio.
Tutto questo perchè la città di Southcliffe è talmente anonima che potrebbe essere dovunque, è il simbolo di una provincia assonnata, quasi narcotizzata che viene svegliata nel bel mezzo di un incubo da una realtà che è ben peggiore del peggiore dei sogni funesti.
Southcliffe potrebbe essere anche quella fila di case che si snoda a perdita d'occhio guardando fuori della finestra e potenzialmente uno Stephen che un giorno imbraccia un fucile e fa una strage potrebbe anche abitare nella casa a fianco.
La scrittura di Tony Grisoni è profonda e articolata perchè più che interessarsi al gesto di Stephen, ripreso più volte ma mai mostrato nella sua furia beluina, la sua attenzione si rivolge alle conseguenze di questo gesto tragico in un'alternanza di personaggi che rende di fatto impossibile staccare gli occhi dallo schermo.
Ogni personaggio è inserito in una cornice in cui sono presenti gli altri e i rimandi alle altre storie sono continui richiedendo un surplus di attenzione da parte dello spettatore che pende letteralmente dalle labbra degli interpreti tutti di altissimo livello e tutti attori di cinema prestati alla televisione ( Eddie Marsan, Rory Kinnear, Sean Harris, Shirley Henderson, tutti volti notissimi del jet set britannico).
Anche la chiusura è a suo modo originale: una chiusura trasversale come se un invisibile burattinaio tendesse i fili di tutte le sue marionette e le riunisse insieme.
Ma la sensazione è che ha ancora molti altri metri di filo da tendere.
Perchè se è vero che i morti non ritornano in vita, i fantasmi di David sono ancora tutti lì in bella mostra , lasciando la loro bella scia di mistero magari da spiegare in una seconda stagione.
Che al momento non è dato sapere se sarà girata.
Visto al TFF di quest'anno.
Consigliatissimo .

( VOTO : 8 / 10 ) 

Southcliffe (2013) on IMDb

Rabu, 04 Desember 2013

Una storia americana - Capturing the Friedmans ( 2003 )

La vita dei Friedman famiglia medio borghese residente nel sobborgo newyorkese di Great Neck è sconvolta quando nel giorno del Ringraziamento nel 1987 il capo famiglia Arnold e il figlio minore Jesse, appena diciannovenne, vengono arrestati con l'accusa di aver abusato sessualmente di molti bambini a cui Arnold, insegnante , dava lezioni di informatica nella propria abitazione.
La polizia perquisisce la loro casa dopo aver inviato come esca una rivista pedopornografica olandese e asserisce di aver trovato molte altre riviste di quel tipo. Inoltre la polizia aveva raccolto la testimonianza di molti bambini che a loro dire erano stati protagonisti di strani giochi sessuali ideati da Arnold e da Jesse.
Ma tanti altri bambini , intervistati dal regista, hanno affermato di non aver mai visto nulla.
Una storia americana- Capturing the Friedmans, documentario di Andrew Jarecki è un qualcosa che scuote nel profondo la coscienza di chiunque lo guardi.
Se è facile pensare che Arnold Friedman e suo figlio Jesse sono due mostri nascosti dietro la solita facciata perbenista come pensa la polizia e il procuratore che li accusa di crimini infamanti di fatto rovinando le loro vite, il film di Jarecki in realtà scava molto più in profondo nella sensibilità di ognuno che si trova di fronte a una storia estremamente complessa.
Tutto costantemente in bilico tra una caccia alle streghe e una realtà invece che sembra molto differente almeno stando a  vedere tutti i filmini amatoriali casalinghi che il regista inserisce nella narrazione, un qualcosa di selvaggiamente destabilizzante e che invece di dare risposte continua a creare domande a cui ci si guarda bene dal rispondere.
Le accuse sono infamanti, le conseguenze delle colpe di alcuni si espandono a tutti, la quieta vita familiare è contrapposta all'azione diffamatoria dei mass media che creano il mostro e lo lasciano lì in pasto al loro pubblico famelico ben felice di aver trovato il mostro della porta accanto.
Arnold e Jesse Friedman  non hanno neanche il physique du role dei mostri mangiabambini ma ormai sono stati etichettati in questo modo e non possono far nulla per cambiare le cose.
Jarecki da buon documentarista non prende posizioni, in questo la sua tecnica di costruire il film è assai diversa da quella di un Michael Moore che assume sempre un punto di vista ben preciso e tende a dimostrare la sua tesi in ogni sua pellicola.
Espone fatti, testimonianze anche contraddittorie, denuncia una sostanziale mancanza di prove, racconta un processo in cui la verità sembra non interessare a nessuno, sembra importare solo di neutralizzare i mostri appena catturati, narra di schermaglie tattiche da parte dei vari avvocati che contribuiscono a creare confusione ( addirittura viene tirata fuori un'accusa di abusi sessuali su Jesse da parte del padre Arnold per alleggerire la posizione processuale del figlio) e "cattura" come dice il titolo ma non nel senso di imprigionare ma nel senso di inquadrare , le dinamiche di una famiglia come quella dei Friedman , essa stessa percorsa dal dubbio riguardo questa storiaccia di abusi ai bambini ( esemplificativa è la posizione della madre che decide sin da subito che il marito è colpevole non dando spiegazioni riguardo a questa sua sensazione).
Chi guarda Una storia americana - Capturing the Friedmans, documentario premiatissimo per ogni dove e candidato all'Oscar, avrà una visione completa e sostanziale dei fatti e delle controversie ad essi legate, tutto quello che è necessario per avere, formarsi una propria idea a riguardo.
Ma , qualunque posizione si assuma, il dubbio rimane.
E rimarrà per sempre.

( VOTO : 8 / 10 ) 

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Il nostro V3Day è cominciato alle 7:30 di domenica 1° Dicembre 2013 salendo sul pullman "M5S Pedemontano". Caricasti i compagni di viaggio a Casina e Vezzano ci siamo diretti verso quello che simbolicamente potremmo chiamare un "viaggio della speranza". Speranza di cambiamento, speranza di andare "Oltre". Oltre la politica, Oltre la casta, ma sopratutto oltre i luoghi comuni!


Dopo un viaggio tranquillo e alcune foto di gruppo circa alle 12:00 siamo entrati nella piazza che già iniziava a riempirsi. Nell'attesa degli ospiti i parlamentari del M5S dialogavano con i cittadini rispondendo alle domande sulle attività parlamentari e chiarendo ogni dubbio sul loro operato di questi mesi.
Nella piazza c'era una zona attrezzata per la raccolta differenziata che tutti i presenti hanno utilizzato dimostrando un grande senso civico e di rispetto per la zona utilizzata per l'evento.
Alle 13:30 circa la piazza già era stracolma di persone a differenza di quanto viene raccontato nei mass media nazionali.
 





Prima dell'atteso intervento di Grillo programmato per le 14:00 (ma iniziato alle 14:30) si esibivano sul palco artisti Italiani ed esteri presentando una varietà di generi e sonorità multietniche e sopratutto multirazziali.


Alle 14:30 si innalzavano le bandiere che i presenti si erano portati da casa (dato che nessuno le distribuiva) per l'uscita di Beppe Grillo che iniziava il suo monologo senza "sproloqui" ma caratterizzato dai suoi toni caratteristici. Parlava sopratutto di Europa ma anche della vergogna di avere 8 milioni di poveri nel nostro paese e della necessità di aiutare anche loro. Parlava del bellissimo lavoro che stanno conducendo i nostri parlamentari eletti e sfatava un altro luogo comune dicendo che lui ha iniziato un percorso che loro dovranno portare avanti. Invitava i giovani a non "espatriare" ma a contribuire al cambiamento culturale del nostro paese......diceva cose di buon senso che venivano condivise e apprezzate dai presenti senza nessuna forma di estremismo.


 

A seguire anche Dario Fo saliva sul palco per essere seguito da altri ospiti internazionali di grande spessore e sopratutto con grandi contenuti da condividere con i presenti.
Alla fine qualche lacrima, qualche abbraccio ai parlamentari e le foto di rito concludevano questa giornata all'insegna della civiltà e rispetto di tutti.
Non a caso abbiamo scelto la prima immagine per rappresentare lo spirito di questa giornata: gente comune che si ritrova con in mano palloncini e non bastoni o sassi per esprimere civilmente il proprio dissenso al come venga gestito politicamente ed economicamente il nostro paese.
Un servizio fotografico ad alta risoluzione fatto dall'attivista M5S di Castelnovo ne' Monti Daniele Poncemi è disponibile alla pagina: V3Day Appennino




Selasa, 03 Desember 2013

We are what we are ( 2013 )

Appena fuori da un paesino immerso nei boschi del Delaware vivono i Parker , una famiglia molto riservata. Durante un nubifragio muore in circostanze tragiche Mrs Parker e l'alluvione derivata dalle piogge porta alla superficie resti che sembrano umani. La tragedia che ha colpito i Parker costringe le giovani figlie Iris e Rose ad assumersi responsabilità che non si erano mai assunte prima perchè il padre Frank sembra come svuotato. Intanto la polizia indaga sui resti rinvenuti , Mr Parker si comporta in modo sempre più strano e alla fine viene fuori il segreto da tanti anni custodito , una specie di rito ancestrale che i Parker si portano dietro da un paio di secoli....
Devo ammettere che sono un discreto fan di Jim Mickle, autore assieme al suo sodale di sempre Nick Damici di due piccoli gioiellini horror indipendenti come Mulberry street ( di cui abbiamo parlato qui ) e Stake land ( di cui abbiamo parlato qua ).
Qui i due amiconi rielaborano profondamente, stando a quanto ho letto,  il film messicano di Jorge Michel Grau Somos lo que hay (che non ho visto ) e creano un inquietante apologo sui mostri che si nascondono nel profondo della provincia americana.
Attraversato da una pioggia praticamente perenne la storia dei Parker si dipana lentamente e meticolosamente mettendo alla luce gradualmente tutto l'orrore che vien celato dietro una facciata di famiglia rispettabile e timorata di Dio.
Se da una parte viene dato rilievo all'inchiesta da parte del dottore del paese sui resti umani che stanno venendo alla luce con l'alluvione ( e già ritrovare resti umani sminuzzati è abbastanza horror ), l'orrore vero si nasconde nelle segrete della casa dei Parker guidati da un patriarca  vistosamente fuori dal suo tempo e che si dimostra ogni minuto di più prigioniero di indicibili riti ancestrali che verranno svelati durante il film ( e che facendo acrobazie sto cercando di non svelare per godersi appieno la visione senza fastidiosi spoiler).
Fotografato benissimo con una luce metallica e spettrale allo stesso tempo, We are what we are è un notevole esempio di gotico americano in cui conta più l'atmosfera costruita minuziosamente che l'efferatezza che comunque non viene lesinata in un finale al calor bianco e in altre sequenze durante la seconda parte del film.
Se Mr Parker non ha nessun interesse ad adeguarsi al presente ( vedere anche il rito per la cena e gli abiti ottocenteschi che indossa e che fa indossare ai suoi figli) è interessante notare il conflitto che vede
protagoniste le giovani Iris e Rose poco più che adolescenti nel fiore degli anni e che vogliono vivere una vita normale, da ragazze figlie del proprio tempo, svincolandosi dall'anacronismo dei riti che inculca loro il padre.
E siccome, noi siamo ciò che siamo, anche loro dimostreranno la loro duplice natura, prigioniere dei rituali familiari vecchi di due secoli eppure proiettate al futuro.
Per rendere credibile una pellicola del genere è fondamentale il lavoro degli attori e qui fanno tutti un lavoro degno di menzione: da Bill Sage che rende molto credibile la figura inquietante di Frank Parker, patriarca prigioniero del passato, a Michael Parks nei panni del dottore , passando per una Kelly Mc Gillis sempre più irriconoscibile e arrivando alle vere protagoniste della pellicola, Ambyr Childers ( bellissima)  e Julia Garner che hanno l'ambiguità giusta per sostenere una parte di questo tipo.
La locandina ricorda parecchio quella di Stoker di Chan Wook Park e anche il film lo fa in un certo senso, spingendosi però molto oltre e non lasciando la stessa sensazione di incubo estetizzante lasciata dal film del fenomenale regista coreano.
Presentato al Sundance e al Sitges di quest'anno, We are what we are è uno slowburner che brucia a fuoco lento, lentissimo ma poi la fiammata arriva...caz..pita se arriva!!!!
Perchè siamo veramente ciò che siamo....

( VOTO : 7 + / 10 ) 

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Senin, 02 Desember 2013

Escape plan ( 2013 )

Ray Breslin è il più grande esperto mondiale di sistemi di sicurezza per carceri collaudandone lui stesso la tenuta facendosi arrestare come detenuto comune e poi procedendo all'evasione.Un giorno gli viene offerto un assegno milionario dalla CIA per collaudare la sicurezza di una prigione da lui stesso disegnata in cui sono rinchiusi i prigionieri più pericolosi del pianeta. Ma stavolta non è come le altre volte. Si ritrova prigioniero di un direttore sadico che non ha nessuna voglia di lasciarlo andare.Stavolta scappare dalla prigione è questione di vita o di morte per lui e per Emil Rottmayer che , come lui, sembra abbia un bisogno impellente di abbandonare quella prigione....
Sembra che ai due Expendables  Stallone e Schwarzenegger sia molto piaciuto recitare assieme dopo una stagione vissuta in rivalità , ma solo al botteghino perchè i due sono soci in affari da una vita.
E se i due film sugli Expendables erano un ritorno tamarro il giusto a quelle atmosfere degli anni '80, anche questo Escape plan si inserisce in quel filone nostalgia abbastanza canagliesco senza l'ironia dei due film succitati ma  richiamandosi a uno dei titoli di punta della filmografia stalloniana ( almeno per me che ho un debole per i film carcerari da Fuga di Alcatraz e Brubaker in poi), quel Sorvegliato speciale tanto vituperato all'epoca, un po' come tutti i film di Stallone , ma credo che questo sia destino comune a molti artisti di successo popolare , e poi misteriosamente riabilitato.
In Escape plan nonostante la patina tecnologica del carcere supercomputerizzato e per questo ipersicuro , quello che si respira è il duello all'ultimo sangue tra il direttore del carcere, sadico come pochi,  e questo carcerato un po' speciale che non ha voglia di piegare la schiena di fronte a vessazioni di ogni tipo.
Proprio come in Sorvegliato speciale, ma andando ancora più indietro la stessa identica cosa succedeva in Brubaker di Stuart Rosenberg in cui un Redford all'apice della carriera  nel ruolo di un direttore di carcere si faceva passare per detenuto proprio per toccare con mano tutto quello che non andava nel suo penitenziario.
Il problema di Escape plan è proprio questo: è un film nato già vecchio, figlio di un'altra era cinematografica e che sembra abbastanza anacronistico ai giorni nostri, un po' come la coppia di detenuti Stallone / Schawarzy che di primavere oramai ne hanno viste in abbondanza per recitare in ruoli di questo tipo adatti a virgulti ben più giovani.
E se nei vari capitoli degli Expendables si giocava con ironia sulla loro inadeguatezza cronica a un mondo che andava molto più veloce di loro, qui i due amiconi sono costretti a entrare in personaggi che gli sarebbero calzati a pennello una ventina d'anni fa. Non oggi, perchè il tempo passa anche per loro ( anche se, sia ben chiaro, i loro anni li portano splendidamente) e la ruggine si deposita nelle articolazioni.
Escape plan non nasconde sorprese ( no, neanche quella alla fine lo è, o al massimo è una sorpresina -ina -ina), è scritto abbastanza coi piedi in quanto sembra che il pubblico di questo tipo di film non debba essere per forza pensante- tipo ma uno straccio di motivazione credibile per giustificare tutto l'odio che il direttorissimo del carcere prova verso Breslin, pareva brutto metterla?- , anche la confezione non è proprio il massimo con una fotografia che va e che viene e un carcere illuminato con dosi talmente generose di  neon che sembra quasi una discoteca .
Insomma , a conti fatti, Escape plan dimostra ben presto la sua natura di fiera campionaria dello stereotipo.
Ma come tuffo negli eighties ha un suo perchè e allora stai lì a vederlo e perchè no anche a divertirti godendoti le avventure di due vecchietti che continuano a rompere culi come negli anni d'oro della loro carriera .
Alla faccia dell'artrosi , della verosimiglianza del finale e di tutto il botulino che si è sparato Stallone per spianare le rughe della faccia.
Sufficienza di simpatia.

( VOTO : 6 / 10 ) 

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Minggu, 01 Desember 2013

Skinwalker Ranch ( 2013 )

La storia di un gruppo di ricerca scientifica che si installa nel ranch del titolo in cui è scomparso misteriosamente il figlio del proprietario. Gli strumenti registrano fatti sempre più strani  fino a un epilogo shockante al termine di un crescendo di orrore e mistero.
Basato (alla lontana, ma molto alla lontana) su fatti veri accaduti in una fattoria dello Utah nel 2010 .
Ogni volta dico basta ai mockumentaries e ai found footage e ogni volta ci ricasco, visto che sono in prima fila a parlarne e a criticarli.
Ma qui sono giustificato e quella giustificazione sono i fatti veri a cui si ispira il film : la storia dello Skinwalker Ranch è costellata di apparizioni e sparizioni misteriose, comparsa di lupi a prova di proiettile, luci accecanti, bambini fantasma dalla voce soave, strane mutilazioni del bestiame e addirittura i famigerati cerchi nel grano.
E francamente mi sono divertito parecchio a girare per il sito dedicato al ranch ( che potrete trovare qui ), un misto di leggende urbane, o meglio rurali, mescolate ad un'apparenza simil scientifica che non sai se prendere come un enorme cumulo di cazzate per il boccalone di turno o prendere sul serio.
Anche se qualcosa è veramente accaduto in quel ranch visto che è stato tutto documentato in articoli di giornale e addirittura in un libro.
A dir la verità forse mi sono divertito più a navigare per il sito di cui sopra che a vedere il film che è il classico found footage ibridato col mockumentary, creato a tavolino con la solita compilation di spaventi in ordine di terrore crescente.
Va bene, lo ammetto, forse sto cominciando ad avere l'orticaria per i film di questo genere ma  sembrano veramente tutti uguali tra di loro.
Ok è tutto ben confezionato, nonostante il budget risicato gli effetti speciali hanno una discreta efficacia, anche gli attori svolgono il loro compito con sufficiente disinvoltura ma in questo Skinwalker Ranch non c'è nulla di nuovo.
Anzi c'è l'aggravante che si mescola un po' tutto lo scibile mockumentary / found footage in un unico calderone: si parte dalle apparizioni fantasmatiche del bambino scomparso che passa tutte le sere alla stessa ora nella cucina per andare a finire chissà dove , si passa per una specie di bestia feroce, forse un lupo gigantesco, che sembra provare solletico quando gli si spara si prosegue con  una misteriosa forza che rende un pick up molto simile a una pizza margherita e poi , dulcis in fundo (SPOLER SPOILER SPOILER si arriva all'incontro con gli alieni brutti, cattivi e che non hanno nessuna intenzione di comunicare con i terrestri. E c'hanno pure l'astronave con tutte le lucine al posto giusto che arriva per prendere le vittime dei loro rapimenti...FINE DELLO SPOILER FINE DELLO SPOILER).
Insomma si parte dalle varie Paranormal Activities e da The Blair witch project, si passa per una classica ghost story con tanto di bambina fantasma che fa molto horror giapponese ( ma almeno qui la bambina è bionda) ma anche Poltergeist -Demoniache presenze  e si finisce in una specie di Incontri ravvicinati del terzo tipo senza però il lieto fine del film spielberghiano.
L'impressione è che il regista Devin McGinn, qui all'esordio dopo una lunga esperienza come attore televisivo, e lo sceneggiatore Adam Ohler, anche lui un novizio, infarciscano il film di più avvenimenti possibile per evitare cadute di tensione pensando più all'accumulo di sueggestione che alla costruzione di una suspense vera e propria.
E con la comparsa degli alieni sembra che si voglia tutto buttare in caciara non sapendo altrimenti come chiudere tutte le tracce narrative aperte ( compresa una forza misteriosa che provoca suicidi e la progressiva scomparsa dei membri del gruppo di ricerca).
Un po' troppa carne al fuoco : è vero che si dice che è meglio abundare quam deficere ma è altrettanto vero che il troppo storpia.
E qui c'è veramente troppo di tutto.
Forse però il fan irriducibile famelico di spaventi troverà il modo di divertirsi....

(  VOTO : 4,5 / 10 ) 

Skinwalker Ranch (2013) on IMDb