Selasa, 30 Juli 2013

La quinta stagione ( 2012 )

In un piccolo paesino delle Ardenne dove la vita scorre sempre uguale a se stessa cominciano ad accadere strani fatti : si interrompe lo socrrere delle stagioni e sembra che l'inverno non voglia andarsene più via. La terra diviene arida , la routine quotidiana scardinata, un falò non vuole accendersi , nè un gallo vuol iniziare a cantare. Due ragazzi si amano di quell'amore che sfuma i suoi contorni nel sogno ma ci pensano gli adulti a farli scivolare nella bruttura della realtà. Per ingraziarsi gli dei ( quali poi...) decidono di affidarsi a un terribile rito pagano con tanto di sacrificio umano e guardacaso i prescelti per il sacrificio sono gli ultimi che sono arrivati al villaggio: un padre in cerca di fissa dimora e che ora sembrava averla trovata e suo figlio disabile, ridotto su una carrozzina.
Ma agli altri del villaggio non sembra importare nulla: la fame li sta attanagliando....
Difficile parlare di un film come La quinta stagione : impossibile o quasi catalogarlo. Post apocalittico? Fantascienza distopica? o semplicemente un dramma allegorico in cui i simbolismi dominano la scena?
O forse tutte queste cose insieme?
Da un certo punto di vista il film dei documentaristi Brosens e Woodworth ricorda quei film di fantascienza politica italiana anni 60 e 70 ambientati in epoche altre,passate o future ma che si ostinavano a parlare della stuazione politica del tempo in modo anche abbastanza aperto: vengono alla mente Il seme dell'uomo di Ferreri, Sotto il segno dello scorpione dei fratelli Taviani ma soprattutto un'opera anomala quanto affascinante come L'invenzione di Morel di Emidio Greco.
D'altra parte l'apocalisse che si avvicina a grandi passi nel grigiore che tutto ingoia non può far pensare al cinema di Bela Tarr,segnatamente The Turin Horse, mentre i riti pagani di cui sembra nutrirsi la popolazione del piccolo paese sembrano riferirsi alle quasi analoghe pratiche ancestrali viste in film come The Wicker man a cui sembrano rimandare anche quelle gigantesche statue di plastica, come spettrali carrozzoni carnevaleschi .
Lungi da me voler dare coordinate stilistiche a cui avvicinare questo film: La quinta stagione è qualcosa che veramente di nuovo, originale, di mai visto.
Che Brosens e Woodworth vengano dal mondo del documentario è piuttosto evidente  visto l'utilizzo degli attori, tutti volti giusti al posto giusto, utilizzati in modo molto pasoliniano per non parlare della cura nella costruzione dell'inquadratura e la fotografia magnifica ad opera di Hans Bruch jr.
La quinta stagione è un film che somiglia solo a se stesso talmente carico di simboli e metafore sulla grettezza dell'animo umano che se ne esce turbati proprio perchè non si è stupiti che qualcosa del genere possa accadere in una società in crisi socioeconomica come la nostra che per far progredire la massa non esiterebbe a sacrificare i più deboli e i diversi in genere.
Peter Brosens e Jessica Woodworth non si limitano però al semplice interesse antropologico, non mettono la loro lente da entomologo puntata su questo piccolo avamposto di umanità.
Il loro è un discorso che assume connotati universali come l'apocalisse che incombe e che si appalesa con un inverno che non vuole andare più via, quasi fossero prove generali di una nuova glaciazione.
L'uomo è figlio della natura che lo circonda ed è destinato a morire se lei muore.
Ma sembra non accorgersene.
Ecco perchè il mancato fluire delle stagioni inquieta e disturba, come quel gallo che si ostina a non cantare ( e fa una brutta fine) oppure quello struzzo che guarda fisso nella telecamera.
Un nuovo inizio? O la certitficazione della fine?
Parafrasando Amleto si può dire che c'è del marcio in Belgio.
Ma da tutto questo vien fuori dell'ottimo cinema....

( VOTO : 8,5  / 10 )


La cinquième saison (2012) on IMDb

Senin, 29 Juli 2013

Maelstrom- Il figlio dell'altrove ( 2001 )

In un mondo che sembra aver superato non senza danni un'apocalisse, un manipolo di umani sopravvissuti deve combattere per la propria vita contro la minaccia portata dai "Grandi Antichi", esseri tra mito e incubo che stanno cercando di riprodursi e far nascere il figlio dell'altrove destinato a cambiare le sorti della battaglia millenaria che li sta coinvolgendo. L'unico modo che hanno gli umani per avere salva la vita è trovare il Necronomicon, il libro dei morti, l'unico che possa scardinare il potere dei "Grandi Antichi".
Ma trovarlo non sarà facile e la lotta sarà all'ultimo sangue....
Maelstrom- Il figlio dell'altrove ( ma si trova in commercio anche con altri titoli come Unknown beyond o Armee des Jenseits) è il sequel de L'altrove, l'esordio di Ivan Zuccon nel lungometraggio.
Contiene in embrione tutte le caratteristiche del cinema futuro di questo talentuoso cineasta nostrano : grande fantasia nel porsi dietro alla cinepresa con un gusto sopraffino nella costruzione dell'inquadratura, una regia sempre dinamica e volitiva, l'amore viscerale per Lovecraft e la sua iconografia satanica che qui cerca di riprodurre nei minimi termini.
Accanto a questi pregi ci sono i soliti problemi endemici non tanto al cinema di Zuccon ma un po' a tutto il panorama di genere italiano: riuscire a lavorare con budget ridicoli, una qualità non eccelsa dei dialoghi e della recitazione dei vari attori coinvolti , alcuni veramente a livello semiamatoriale ( ma in questo Zuccon migliorerà parecchio nella sua ancora breve carriera).
Maelstrom - Il figlio dell'altrove è apprezzabile proprio perchè come al solito si sono riuscite a celebrare nozze coi fichi secchi ma onestamente non è il film migliore del regista italiano.
Troppa ansia di raccontare, troppi avvenimenti compressi, una certa confusione che deriva dall'atmosfera onirica in cui si è voluto calare il film, non permettono di seguirlo agevolemente. Spesso si ha la sensazione che si navighi un po' a vista e che si sia voluta assemblare una compilation di scene horror e grandguignolesche da dare in pasto allo spettatore famelico.
Spesso la logica con cui agiscono i vari personaggi sfugge ma si potrebbe obiettare che in un film di questo genere cercare un filo logico equivarrebbe a spaccare il capello in quattro.
Probabilmente è vero ma se alcuni avvenimenti sembrano accadere nella modalità random, senza seguire uno schema preciso, beh allora anche la capacità di fruizione del film va a farsi benedire.
Zuccon che cura un po' tutto, dalla regia , alla fotografia e al montaggio, cerca di riscattare le debolezze del copione e un livello non eccelso della qualità della recitazione, con la sua bravura dietro la macchina da presa e un plauso va anche alla fotografia, che di solito in produzioni no-budget come questa ( che non è neanche low budget) mostra sempre una qualità meno che accettabile.
In questo film invece è molto curata e valorizza non poco le scenografie che pur avendo un aspetto molto spartano, non sfigurano di certo.
Le muse ispiratrici di Zuccon sono bene evidenti ( direi soprattutto Raimi e Fulci), ma il nostro riesce a rielaborare il tutto in una chiave abbastanza personale.
In Malestrom- Il figlio dell'altrove non tutto funziona a dovere ma è interessante vederlo proprio per capire da dove è partita la carriera di Ivan Zuccon, uno dei nostri ( pochi) talenti che per farsi conoscere è dovuto praticamente emigrare all'estero ...
Sembra che da noi non ci sia spazio per il suo talento.
O forse non c'è spazio per il talento in genere....

( VOTO : 5 / 10 )


  Unknown Beyond (2001) on IMDb

Minggu, 28 Juli 2013

Con gli occhi dell'assassino ( 2010 )

Julia e Sara sono due gemelle affette da un problema degenerativo al nervo ottico che ne sta pregiudicando la vista e che le porterà alla cecità in poco tempo.Quando Sara viene trovata impiccata la polizia cataloga il fatto come suicidio mentre Sara comincia ad indagare sull'ultimo mese di vita della sorella perchè non crede alla tesi ufficiale.Conosce i vicini di casa di Sara, le amiche del centro in cui va a curarsi, addirittura viene a conoscenza di un misterioso fidanzato sulle cui tracce cerca di mettersi. Ma anche la sua vista sta vacillando e il marito improvvisamente muore.Per lei è solo l'inizio di un incubo perchè il nemico è molto più vicino di quanto lei stessa osi immaginare.
Quando non si occupa in prima persona di regie e sceneggiature Guillermo Del Toro ama tanto fare il talent scout e scopriamo dal suo nome bene in evidenza ( anzi direi che più in evidenza di così si muore) sulla locandina che ha messo il suo zampino anche in questa opera seconda di Guillem Morales che con El habitante incierto aveva dato una lettura originale e stimolante al cinema di genere, il tutto da una prospettiva piuttosto sbilenca, mostrando un talento visivo fuori dall'ordinario e una notevole capacità di utilizzare pochi ambienti per creare ansia e suspense.
Che poi sono gli stessi ingredienti con cui è condito questo Con gli occhi dell'assassino ( titolo da codice penale inserito al posto del ben meno spoileroso Los ojos de Julia) incursione nel thriller horror non priva di difetti ma che ha anche qualche buona freccia al suo arco.
Hitchcock aleggia in modo fin troppo evidente su tutto il film ( vedi i riferimenti al complesso di Edipo, il tema del doppio, dell'invisibilità, la sequenza coi flash che ricorda tanto La finestra sul cortile ) ma il tutto è riletto attraverso  il filtro caleidoscopico del giallo all'italiana anni '70,un pizzico di De Palma  a last but not least un po' di new wave spagnola , quella inaugurata proprio dal Del Toro e continuata da film di successo come The Orphanage.
Impossible poi non ricordare due capisaldi del thriller " cieco" come Gli occhi della notte , con una deliziosa Audrey Hepburn e soprattutto Terrore cieco con una superba Mia Farrow nella parte della mattatrice.
Con gli occhi dell'assassino è un melting pot ricco di spezie che nella parte centrale sbanda per eccesso di generosità, introducendo personaggi usa e getta che complicano inutilmente la storia, già intricata di suo, non aggiungendo nulla.
Superato però lo scoglio di una parte centrale farraginosa ( che aumenta un po' troppo il minutaggio del film che arriva a sfiorare le due ore) l'ultima parte presenta tutti gli ingredienti al posto giusto, compresi un paio di colpi di scena ben assestati.
Interessante la prospettiva di visione adottata da Morales: lo spettatore condivide gli stessi problemi di Julia e anche lui non vede il volto dell'assassino, fin quando la protagonista porta le bende.
La visionarietà di Morales permette inoltre di riscattare quelle debolezze , soprattutto di scrittura con qualche personaggio secondario inutile o scentrato, che appesantiscono la pellicola soprattutto nella succitata parte centrale.
Un degno esponente di cinema di genere quindi che strizza l'occhio al pubblico senza cercare di arruffianarselo in tutti i modi.
E' evidente che anche la Spagna ci abbia superato in tromba su un terreno che una volta era a nostro totale appanaggio.
Che tristezza!

( VOTO : 6 + / 10 )

Julia's Eyes (2010) on IMDb

Sabtu, 27 Juli 2013

Green Fish ( 1997 )

Makdong sta ritornando a casa con la sua divisa militare dopo che è stato congedato. Sul trenoin un impulso da buon samaritano prova a soccorrere una donna aggredita da tre bruti ma il risultato è quello di prendere un sacco di botte e di perdere pure il treno dopo aver provato a vendicarsi. Torna al sobborgo di Seul in cui abitava con la sua famiglia e le cose non è che vadano tanto bene. Il quartiere è più degradato di quanto lo ricordi, i soldi non sono tanti, i sogni si sono infranti, non si vive, al massimo si sopravvive . Eppure per lui arriva l'occasione perchè la donna che aveva soccorso era l'amante di un piccolo gangster che gli dà un lavoro da garagista. Entra quindi nella gang e riesce anche a scalare posti  nelle gerarchie. Ma la sua passione, ricambiata a fasi alterne, per la donna del capo lo porterà irrimediabilmente alla caduta dopo un'ascesa vertiginosa.
Green Fish è un film che si discosta dallo stile degli altri film di Lee Chang Dong, scrittore che nel campo del cinema aveva solo scritto un paio di sceneggiature e passato senza alcun appredistato particolare alla regia.
E'un film meglio intellegibile ad una prima lettura, più epidermico, cristallino nel suo assunto e lineare nel suo corso. E' inserito in stilemi tipici del gangster movie da cui si distacca però con una poderosa ( dal punto di vista emozionale) parte finale e per un discorso politico che è sempre bene evidente.
Makdong vive una situazione disagiata come la vivono la maggior parte dei coreani: il malaffare impera, la polizia è corrotta( buffa la scena di quando fanno la multa a suo fratello e i poliziotti oltre a farsi corrompere lo derubano anche di 5 mila won oltre il pattuito), l'unico modo di far successo è entrare nell'underworld delle bande criminali. Il suo boss si atteggia anche a filosofo di vita ma Makdong ha la sua visione, è impulsivo, umorale, prigioniero dei suoi istinti e soprattutto si avvicina troppo alla moglie del capo.
Da questo punto di vista il film di Lee Chang Dong ci racconta qualcosa di già visto soprattutto nel cinema di Hong Kong: storia di mafia, lotte intestine, violenze e prevaricazioni ingiustificate, lotte all'ultimo sangue per sopravvivere.
Ed è proprio per la passionalità che immette nella propria vita che Makdong va incontro a un destino funesto: ha perso quell'innocenza da bambino che lo caratterizzava (il discorso al telefono sul pesce verde, simbolo della perdita di una giovinezza e di un candore) e pagherà a caro prezzo le sue azioni.
Dal punto di vista strettamente formale stupisce la maturità nell'uso dello strumento espressivo, magari meno ellittico e raffinato di quello dei film successivi però di un livello sempre molto alto.
Green Fish sembra tutto fuorchè un film d'esordio di un autore passato al cinema dopo una carriera da scrittore.
Se la parabola di Makdong è qualcosa di già visto, quello che appare nuovo nel film coreano è la malinconia che lo caratterizza, il pessimismo cosmico che lo avvolge, la critica politica che esonda allorchè sembra che l'unica possibilità di emergere per un poveraccio è quella di darsi al crimine.
E quell'ultima sequenza in cui la placida rusticità anche un pò antica del ristorante dei familiari di Makdong è contrapposta ai mostri di ferro e cemento che fendono l'aria per arrivare a "grattare" il cielo simbolo del nuovo e dell'arricchimento impazzito vale più di qualsiasi critica al rinnovamento che avanza in Corea.
Così come letteralmente trafigge il pianto catartico della donna del gangster che di nascosto si accorge che quel ristorantino che serve zuppa di pollo freschissima, è dei familiari di Makdong.
Un brano di cinema destinato a rimanere parecchio nella memoria.

( VOTO : 7,5 / 10 ) 


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Jumat, 26 Juli 2013

Blue Valentine ( 2010 )

La storia d'amore tra Dean e Cindy vista nell'arco di dieci lunghi anni. Quando si conoscono lui lavora in una ditta di traslochi, lei è una studentessa universitaria di belle speranze.Lei per Dean lascia addirittura Bobby, il suo fidanzato fin dai tempi della scuola. Dieci anni dopo troviamo una coppia amareggiata e disillusa, con una bellissima bambina amatissima da entrambi e un muro che gradualmente hanno tirato su tra di loro. Decidono di prendersi un week end tutto per loro prenotando in albergo ma nulla è come prima. La magia del loro primo incontro è svanita per fare posto a qualcosa d'altro. Fine di un amore.
Strano destino quello di Blue Valentine: presentato in pompa magna al Sundance del 2010 , poi a Cannes nello stesso anno e a una miriade di festivals specializzati tra il 2010 e il 2011. Poi l'oblio lo ha inghiottito nonostante avesse anche portato a casa una nomination come miglior attrice protagonista per Michelle Williams. Poi complice il sempre crescente successo di Ryan Gosling quello che era diventato a tutti gli effetti un fondo di magazzino rigettato da tutti e vista la concomitante uscita anche del film successivo di Cianfrance, Come un tuono sempre con Gosling e con Bradley Cooper tra gli altri, Blue Valentine è assurto a quasi oggetto di culto ed è stato recuperato con "soli" tre anni di ritardo..
Il film di Cianfrance in effetti è uno strano oggetto filmico: se a raccontare una storia d'amore sono buoni un po' tutti a raccontarla frammentando così l'unità temporale non è proprio roba alla portata del primo che passa.
La cosa che colpisce primariamente di Blue Valentine è la sua strutturazione rapsodica che se ne va allegramente a spasso avanti e indietro nel tempo e che a conti fatti si dimostra uno strumento eccellente per raccontare l'eutanasia di un amore seguendone i vari passi in modo trasversale.
E' come se il regista si mettesse in riva a uno stagno, gettasse un sasso nell'acqua e si divertisse a vedere quanti cerchi fa in un film che procede a cerchi concentrici e che somiglia più a un puzzle emotivo che a un percorso comune insieme, quello che dovrebbe essere una storia d'amore.
Qui invece il burattinaio con la macchina da presa si diverte a mescolare le varie tessere del mosaico  e la partita non la vince chi rimette assieme tutti i pezzi ma solo chi riesce a venirne fuori il più integro possibile.
E tra Dean e Cindy è arduo stabilire se esiste un vincitore o uno sconfitto.
Probabilmente sono sconfitti tutti e due e l'unica loro ancora di salvezza  è quella bambinetta festosa che è l'unico segno tangibile rimasto di quello che è stato il loro amore.
Michelle Williams è perfetta nella parte, Gosling a volte sovraccarica le sue battute.
Blue Valentine all'inizio lascia abbastanza perplessi proprio per via della sua struttura filmica particolare che richiede un surplus di attenzione e di partecipazione da parte dello spettatore, ma poi attrae con la sua forza centripeta dentro una vicenda di straziante normalità.
A volte Cianfrance eccede in rifiniture, ha un'ansia nel raccontare che magari non fa fluire tutto armonicamente , ma sono peccati per generosità.
Quindi sono perdonabili.

( VOTO : 7 / 10 ) 


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Kamis, 25 Juli 2013

Black Rock ( 2012 )

Tre amiche, veramente due di loro si possono vedere come il fumo negli occhi per una vecchia storia di furto di un maschietto dell'una all'altra , decidono, nonostante i contrasti, di passare un week end su un 'isola disabitata al alrgo delle coste del Maine per superare le vecchie incomprensioni e staccare un attimo dalla vita caotica della terraferma. Sembra andare tutto bene fino a che incontrano tre cacciatori con cui trascorrono la serata. L'alcool ,si sa , disinibisce e una delle tre fa la sciocchina con uno dei cacciatori.
Lui tenta di violentarla ( anche in nome dei vecchi tempi, visto che si conoscevano dai tempi del liceo) e lei con un sasso lo uccide colpendolo alla testa. Per le tre amiche comincia una lotta selvaggia per la vita perchè i due compari del defunto vogliono vendicarlo a tutti i costi.
Devo ammettere che la molla che ha fatto scattare la visione di Black Rock è stato un mix tra una bella locandina, piuttosto evocativa con quella barchetta lasciata alla deriva di fronte a un'isola il cui profilo mi ha ricordato molto quello dell'isola protagonista dell'inquietante Bedevilled ( di cui abbiamo parlato qui) e il nome di Mark Duplass , uno degli alfrieri più valorosi della scena indie americana , la mente dietro film come Cyrus e A casa con Jeff, oltre a essere la star di quel piccolo cult che è Safety not guaranteed.
In genere il suo compagno di scorribande è il fratello , invece qui firma la scneggiatura assieme a una delle protagoniste Katie Aselton che è anche produttrice e regista.
E poi si scopre che Duplass e la Aselton sono sposati e , vista la ricorrenza degli stessi nomi nei credits, questo Black Rock assume sempre più le fattezze di un progetto fatto in casa, con un pugno di dollari, poche locations assortite a costo zero e pochissimi attori.
A qualcuno della produzione per pubblicizzare il film è partita la frase " la versione femminile di Deliverance ( che da noi è noto come Un tranquillo week end di paura)"...
Beh, ragazzi, non scherziamo. E' vero che è un film al femminile e che i maschietti sono brutti, sporchi, cattivi e meschini, è vero che la natura incontaminata fa la sua porca figura nel film e l'ambientazione può dirsi riuscita ,è vero anche che gli attori coinvolti sono meno mediocri di quello che uno si aspetta da un filmetto fatto in casa, ma ogni paragone con Deliverance è veramente fuori luogo.
E' come paragonare cioccolato finissimo con un qualcosa che gli assomiglia ma è molto meno aromatico...beh ci siamo capiti...
Black Rock scivola via veloce e senza particolari scossoni anche in virtù della sua breve durata ( circa 75 minuti) e sinceramente non viene da definirlo un survival horror come hanno fatto altri.
Anche perchè la parte survival horror occupa un minutaggio molto limitato ( diciamo al massimo un terzo del film perchè il restante è occupato dalle chiacchiere delle tre e dalla serata passata attorno al fuoco assieme ai tre cacciatori) e poi non è che fuggire a rotta di collo in un bosco, tuffarsi in acque gelide per poi togliersi i vestiti e ripararsi per la notte o fare le imboscate ai tre cacciatori , equivale automaticamente a far entrare di diritto questo film nella categoria suddetta.
Anzi , questa lotta tra cattivoni e gentili donzelle , a parte che una riedizione fuori tempo massimo della lotta tra i sessi, fa pensare a una puntata di Walker Texas Ranger (che purtroppo ho avuto modo di vedere), con tre dame al posto del barbudo che da solo fa fuori una squadra di militari.
Finale aperto.
Direi che complessivamente mi sembra abbastanza da evitare anche perchè mi sembra che ci sia veramente poco di cui parlare riguardo a questo prodotto che non riuscirà nemmeno ad alleviare l'afa di una serata estiva..

( VOTO : 4,5 / 10 ) 


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Rabu, 24 Juli 2013

A field in England ( 2013 )

Whitehead , alchimista male in arnese durante una battaglia della Guerra Civile inglese (XVII secolo o giù di lì), scappa da quello che è il suo maestro ed è preso in ostaggio dal losco Cutler che lo droga assieme ad altri due uomini imprigionati anche loro. Cutler cerca un fantomatico irlandese per riuscire a disseppellire un tesoro all'interno di un campo. Un piccolo particolare però li devia: il campo è letteralmente cosparso di funghi allucinogeni e il loro uso smodato renderà tutto più difficile e maligno.
Ammetto che sono un discreto fan di Ben Wheatley dai tempi di Kill List e , nonostante il suo ultimo lavoro uscito al cinema , Killer in viaggio, si sia dimostrato poco più di un divertissment calibrato però sullo stile acido e corrosivo del regista inglese, non ho smesso di apprezzare il suom stile coraggioso e visionario.
Così quando ho potuto mettere le mani su questo A field in England di cui fino a qualche giorno fa ignoravo persino l'esistenza , non mi sono potuto trattenere.
Diciamo subito che l'ambizione di Wheatley vien fuori tutta in questo suo ultimo film, una pellicola girata in un bianco e nero sgargiante  e messa in circolazione con una strategia commerciale rivoluzionaria: agli inizi di luglio nel Regno Unito è stato reso disponibile per le sale cinematografiche, è uscito in vari formati home video, è stato programmato sulle pay tv e addirittura su canali free.
Del resto il budget miserrimo del film ( si parla di 300 mila sterline) non rappresentava certo un ostacolo.
Dicevamo dell'ambizione di Wheatley: abituato alla sua concezione sbilenca di cinema di genere, non sapevo proprio cosa attendermi  da un film come questo, tratto da una piece teatrale, ambientato in un'epoca passata e che narrava in fondo una semplicissima caccia al tesoro da parte di un gruppetto di personaggi messi maluccio, sia fisicamente che mentalmente.
Il regista inglese con A field in England cerca di volare ancora più in alto con il suo stile crudo e trasversale e devo dire che , pur non risultando comprensibilissimo in alcuni passaggi, del resto quando ci sono di mezzo funghetti allucinogeni la logica può pure farsi andare a benedire, soprattutto nell'ultima mezz'ora, quella più "lisergica", dà prova del suo notevole talento visivo, pur usando il bianco e nero.
La parte finale di A field in England è un trip audiovisivo un po' come quello che vivono i suoi protagonisti, un flusso di immagini ipnotico in cui la realtà va e viene intervallandosi a visioni fantasmagoriche.
Non mancano le screziature horror, non manca quel mix di ironia e violenza che caratterizza il cinema di Wheatley, stavolta però più che richiamarsi al cinema odierno ci sono cospicui rimandi a quella gloriosa stagione cinematografica squisitamente inglese nota sotto il nome di free cinema a cui aderirono grossi calibri come Joseph Losey, Ken Russell, John Schlesinger, Tony Richardson, Lindsay Anderson, tanto per citare i primi nomi venuti in mente.
Assoluta anarchia narrativa, un modo totalmente libero di usare la macchina da presa, uno stile cangiante e volitivo non rispondente ad alcuna convenzione.
In più di un'occasione A field in England fa venire alla mente i principi cardine del free cinema inglese.
Ed è forse il suo più grande merito.
Per il resto dubito che un'opera del genere possa essere stata apprezzata dal grosso pubblico: troppo elitaria anche nella sua ricerca filologica ( si parla inglese arcaico), troppo episodica, troppo sbilenca nel modo di narrare una caccia al tesoro.
Tesoro di cui ci dimentichiamo ben presto col passare dei minuti....

( VOTO : 7 / 10 ) 


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